Quadri, danze e folklore: l’itinerario musicale del Trio Debussy travolge la platea del Teatro Ponchielli
Una serata di musica da camera che ha fatto del folklore una altissima forma d’arte quella andata in scena al Teatro Amilcare Ponchielli di Cremona (in sinergia con Casa Stradivari), dove il Trio Debussy — formato da Antonio Valentino al pianoforte, Piergiorgio Rosso al violino e Francesca Gosio al violoncello — ha accompagnato il pubblico in una promenade musicale che dal colorismo russo conduceva alle raffinate suggestioni francesi.
La prima parte del concerto era dedicata ai Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij, proposti nella trascrizione per trio firmata dallo stesso Valentino: una versione che colma idealmente il vuoto tra l’originale pianistico e la celebre orchestrazione sinfonica di Maurice Ravel. L’iconico unisono iniziale, motto ricorrente nella partitura, apre la composizione e introduce immediatamente il carattere della Promenade, che ben presto assume le tinte della scrittura cameristica del secondo Ottocento. I toni “russici”, per dirla alla Musorgskij, si dispiegano qui secondo una tavolozza timbrica variegata e inconsueta.
Il passaggio dall’arte visiva — i dipinti e gli acquerelli dell’amico Viktor Hartmann — al materiale musicale trova in questa versione un’ulteriore dimensione narrativa. Come ha spiegato lo stesso Valentino, «il presente arrangiamento per trio con pianoforte — violino, violoncello e pianoforte — nasce dalla convinzione che la dimensione cameristica possa restituire ai Quadri un’intimità narrativa diversa. La distribuzione delle voci tra i tre strumenti segue un principio drammaturgico piuttosto che meramente tecnico: il pianoforte conserva spesso la sua centralità armonica e ritmica, ma cede volentieri la voce narrante agli archi nei momenti di maggiore lirismo — come nel malinconico Vecchio Castello — o li chiama a dialogare in contrappunto serrato nelle pagine più animate».
In questa veste i Quadri risultano al tempo stesso nuovi e familiari: riconoscibili nella loro architettura e nelle immagini sonore più celebri, ma rinnovati da un gioco di timbri e prospettive che restituisce alle singole sezioni una vitalità inattesa. Emblematico, in questo senso, il quadro Bydło, che raffigura un vecchio carro contadino in una palette scura e pesante, un’immagine quasi opprimente, resa musicalmente con una scrittura grave e inesorabile. Tutto ciò vera reso musicalmente in vari modi: prima la melodia viene evocata dalla tessitura grave del pianoforte, poi declamata dalla tuba nella versione raveliana, infine affidata alla voce profonda e materica del violoncello.
La restituzione del trio è appassionata e a tratti estrema, quasi a voler accentuare ogni caratteristica — anche le più grottesche — dei quadri musicali. La resa complessiva è impattante e di grande effetto: la ricerca timbrica è il cuore di questa lettura e, al tempo stesso, la sua arma vincente. L’esagerazione espressiva, lungi dall’apparire gratuita, contribuisce a rendere vivida la galleria di immagini evocata dalla partitura.
Dal folklore russo si è passati poi a quello basco con il Trio in la minore per pianoforte, violino e violoncello di Maurice Ravel, capolavoro della musica da camera composto tra il 1914 e il 1915. Sono i ritmi di danza più disparati a caratterizzare i movimenti di questa pagina, in cui Ravel fonde forme classiche e colori moderni. Il Trio Debussy si è ben destreggiato nelle atmosfere quasi sonnolente del primo movimento, mostrando compattezza e coraggio nelle scelte interpretative.
Furioso e al contempo scherzoso è il secondo movimento, Pantoum, in netto contrasto con la nobile e severa Passacaille. Le variazioni, germinate da un tema affidato alla mano sinistra del pianoforte, diventano un vero e proprio saggio della capacità di Ravel di rinnovare generi musicali presi in prestito da epoche passate. Il caleidoscopico finale ha infine travolto gli spettatori con la sua freschezza melodica, sostenuta da una scrittura strumentale che rende questo trio quasi un unicum nel suo genere.
A suggellare la serata, come bis, una trascrizione di una brillante danza polovesiana tratta dal Il principe Igor di Aleksandr Borodin, anch’essa profondamente radicata nelle tradizioni musicali folkloristiche e accolta con entusiasmo dal pubblico.
Foto di Francesco Sessa Ventura.
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