7 novembre 2026

Sergey e Lusine Khachatryan, un dialogo tra virtuosismo e identità armena allo Stradivari Festival. Torna a casa lo Stradivari Kiesewetter

Un percorso musicale tra rigore interpretativo, ricerca timbrica e radici culturali, nel quale il virtuosismo non è mai fine a sé stesso, ma diventa strumento di espressione. All’Auditorium Arvedi, nell’ambito dello Stradivari Festival, il violinista Sergey Khachatryan e la pianista Lusine Khachatryan, fratello e sorella, hanno dato vita a un concerto di notevole intensità, costruito intorno a un dialogo tra il grande repertorio europeo e la tradizione musicale armena, loro terra d’origine.

Ad aprire la serata è stata la Sonata n. 2 in la maggiore BWV 1015 di Johann Sebastian Bach, affrontata con un equilibrio complessivo particolarmente riuscito. L’interpretazione si è distinta per asciuttezza, misura e una notevole attenzione al bilanciamento tra i due strumenti. Se la musica di Bach, forse più di ogni altra, lascia emergere la personalità interpretativa degli esecutori, in questa occasione non è mancato un tratto distintivo, quasi un accento armeno, riconoscibile nella ricchezza degli abbellimenti con cui il violino ha dato voce a un idioma personale. Particolarmente convincenti i movimenti centrali, mentre nel complesso è emersa una lettura non rigidamente ancorata a un approccio storicamente informato, ma attenta soprattutto alla qualità del timbro e alla naturalezza del fraseggio.

Di tutt’altro respiro la Sonata n. 2 in mi minore op. 36a di Ferruccio Busoni, pagina di amplissime dimensioni che, secondo lo stesso compositore, rappresenta un punto di svolta nella propria estetica musicale. Nei tre movimenti si sviluppa un percorso che sembra condurre progressivamente dall’ombra alla luce, conquistando l’attenzione della platea. I rimandi a Beethoven – il Presto richiama, per alcuni aspetti, il secondo movimento della Sonata op. 109, con cui condivide la tonalità – e a Bach, filtrati attraverso la sensibilità post-brahmsiana di Busoni, fanno di questa composizione un unicum nella letteratura violinistica. La cantabilità delle linee melodiche si alterna a passaggi tecnici di estrema difficoltà, affrontati dai due interpreti con piena consapevolezza musicale. Notevole anche la gestione delle dinamiche, spinte in alcuni momenti fino alla soglia dell’udibile, in una ricerca espressiva che ha restituito tutta la complessità della partitura.

La seconda parte si è aperta nel segno dell’identità armena, con la Rhapsody per violino e pianoforte di Edvard Baghasaryan. La composizione, articolata in due sezioni contrastanti, una lenta e una veloce, secondo una struttura che richiama la tradizione della rapsodia ungherese, ha offerto soprattutto a Sergey Khachatryan un ulteriore banco di prova virtuosistico. Il suo Stradivari Kiesewetter ha rivelato un timbro particolarmente chiaro e luminoso, con una prima corda incisiva e penetrante, capace di emergere con grande evidenza anche nei passaggi più articolati.

A seguire, le 5 Danze per piano di Vardapet Komitas, autentico compendio di ritmi e melodie popolari armene. Nelle cinque danze gli elementi ritmici e quelli melodici sembrano talvolta procedere su piani differenti, generando una sorta di affascinante eterofonia, un richiamo sonoro a un mondo lontano e arcaico. Il pianoforte Fazioli, con il suo timbro cristallino, ha permesso a Lusine Khachatryan di dispiegare un’ampia gamma di sfumature dinamiche e timbriche, rivelandosi uno strumento capace di adattarsi alle differenti identità sonore del programma. Una versatilità particolarmente significativa se si considera che le partiture attraversate durante la serata evocano anche strumenti a tastiera di natura diversa: dal cembalo della tradizione bachiana al luthéal previsto da Ravel, particolare dispositivo applicabile al pianoforte e concepito per riprodurre, tra le altre sonorità, quella del cimbalom. Proprio questa varietà di riferimenti timbrici ha contribuito a dare profondità e continuità al dialogo tra i due strumenti.

In chiusura, la celeberrima Tzigane di Maurice Ravel, dedicata alla violinista ungherese Jelly d’Arányi e da sempre considerata una delle prove più impegnative per qualsiasi virtuoso dell’arco. Sergey Khachatryan ne ha dominato le insidie con apparente disinvoltura, mettendo in mostra doti tecniche di altissimo profilo. A convincere, tuttavia, non è stato soltanto il virtuosismo, ma soprattutto l’approccio del duo alla scrittura ravelliana: lontano da quelle libertà e forzature interpretative che talvolta caratterizzano l’esecuzione di questo brano, i due fratelli sono rimasti aderenti alla partitura, rispettandone la ricchezza di indicazioni e la precisione dei dettagli.

Il pubblico ha salutato con calore una prova di grande coesione, nella quale la complicità cameristica tra i due interpreti ha rappresentato il filo conduttore dell’intera serata. Il bis, con il Nocturne dello stesso Baghasaryan, ha riportato l’ascolto nella dimensione della musica armena, chiudendo il concerto con un ulteriore omaggio alle radici culturali dei due musicisti.

Foto di Francesco Sessa Ventura

Filippo Generali


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