28 ottobre 2022

28 ottobre, il “giorno del No” deve essere una festa per tutti, non solo per i Greci

Per noi Italiani rappresenta una dolorosa sorpresa la festa greca del NO (OKI). Una nazione amata dagli italiani che celebra una festa per un NO all’Italia? La Grecia celebra due feste nazionali: 

·  25 marzo, quando si commemora l'inizio dell'insurrezione dei Greci nel 1821 contro la dominazione turca, che si concluderà con l’Indipendenza nel 1830.

·  28 ottobre, che si commemora il coraggio del dittatore greco Ioannis Metaxàs, che rispose con un secco NO all'ultimatum di Mussolini.

Il 25 marzo 1821 suscitò una grande solidarietà europea. Il poeta inglese George Byron cadde a Missolungi il 19 aprile 1824. I patrioti italiani accorsi in Grecia furono 137. Ne perirono 60, tra cui  il conte Santorre di Santarosa che cadde a Sfacteria nel 1825. Molti erano ufficiali degli eserciti piemontese e napoletano, medici, avvocati. Italiani che allora andavano a morire per la libertà di un popolo amico. Partivano animati dagli ideali di libertà e indipendenza, dal ricordo delle mitiche lotte dei Greci contro l’invasione dei Persiani nel 490 e nel 480 a.C., con nomi storici: Maratona, Termopili, Salamina Platea. Infiammavano gli animi le pagine di Erodoto e e quelle dei poeti, a cominciare da Ugo Foscolo, di padre veneziano e madre greca, quando, nel suo carme “Dei sepolcri”, celebrava come  santo e lagrimato il sangue / per la patria versato. In quel periodo la Grecia divenne la patria dei liberali e democratici europei. Nel 1940 invece l’Italia fascista mosse guerra ad un popolo amico. 

In questo contributo mi rifaccio alla cremonese Elena Aga Rossi, che con Maria Teresa Giusti in “Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945” (Il Mulino, 1911), ha tracciato il primo tentativo di scrivere una storia complessiva delle vicende dei militari italiani nei Balcani e in Grecia: “Mussolini aveva cominciato a elaborare un piano espansionistico che prevedeva il controllo italiano nel Mediterraneo e nei Balcani…. Il progetto, la cui realizzazione non era prevista a breve termine, prese l’avvio con la cosiddetta “guerra parallela”, attraverso la quale il duce mirava a compiere conquiste territoriali non realizzate nel 1918, a rafforzare la propria immagine di fronte all’opinione pubblica italiana e a tenere lontani i tedeschi dall’area mediterranea”.

Confidava oltre che nella caduta rapida della Gran Bretagna, nel non intervento degli USA, verso i quali ebbe sempre espressioni di disprezzo, a cominciare dal presidente Franklin Delano Roosevelt, che era stato colpito dalla poliomielite: “Nella storia non si è mai visto un popolo retto da un paralitico. Si sono avuti Re calvi, Re grossi, Re belli e magari stupidi, ma mai Re che per andare al gabinetto, al bagno o a tavola avessero bisogno d'essere retti da altri uomini”. Molto fine, come al solito. 

Mussolini scelse proprio il 28 ottobre per l’inizio dell’invasione della Grecia, da un lato per impressionare Hitler in visita a Firenze proprio in quella data, dall’altro in quanto il 28 ottobre richiamava la marcia su Roma del 1922. Nella mitomania di Mussolini, con la presa della Grecia si completava l’ampliamento dell’Impero. Vittorio Emanuele III diventava Imperatore di Etiopia, Grecia e Albania, per merito del Regime Fascista e del suo Duce. Per tale motivo tra le truppe d’invasione vi era una presenza massiccia della MVSN, con ben 28 legioni (36.400 camice nere).  

Che l’invasione della Grecia fosse originata da pura “volontà di potenza”, lo dimostra il fatto che la Grecia, in quel momento era governata da un primo ministro e dittatore che aveva preso a modello il regime fascista, con la proibizione di altri partiti, il controllo di stampa e radio, il divieto di scioperi come atti criminali. Metaxàs però temeva l’espansionismo italiano nell’area. Per questo aveva costruito una linea difensiva sul confine albanese ed era in stretto contatto con la Gran Bretagna, che fornì ai Greci un armamento più moderno come i mortai Brandt di 81 mm., che causarono immense perdite per le truppe italiane. Anche l’apporto indiretto inglese alla Grecia fu altrettanto importante. Nella notte dell’11 novembre 1940, a Taranto, metà delle navi da battaglia italiane ancorate furono messe fuori combattimento da aerosiluranti inglesi. Poi ci fu la battaglia di Capo Matapan, il 28 e il 29 marzo 1941, quando i britannici persero un aerosilurante, e gli Italiani 3 incrociatori pesanti e 2 cacciatorpediniere, con 2.331 morti e 1.163 prigionieri. I rifornimenti via mare divennero così molto più precari sia verso la Libia sia verso i porti albanesi.

Mussolini, con un furbata tipica del personaggio, aveva “moltiplicato” le divisioni italiane, adottando il sistema binario per le divisioni: due reggimenti e tre battaglioni per reggimento, per un totale di circa 10.000 uomini, mentre nel precedente sistema ternario ogni divisione era formata da tre reggimenti, con tre battaglioni ciascuna (15.000 uomini). Si creavano unità più agili. Ma nelle guerre moderne la velocità di spostamento dipendeva dalla disponibilità di veicoli motorizzati. Gli autocarri inviati in Albania a metà novembre erano solo 107. Per gli italiani, muli e scarpe chiodate.

Cosa ben più grave, le forze italiane iniziarono una campagna invernale su un terreno montuoso senza un adeguato equipaggiamento da montagna (guanti e vestiti di lana, carenti cappotti e scarponi a causa degli scadenti materiali autarchici) e con una logistica inadeguata per alimentare la campagna: i due porti di Durazzo e Valona avevano una capacità di scarico massima di 3.500 ton. a fronte delle 10.000 richieste. Per tali ragioni l’inverno sulle montagne greche fu terribile anche per gli Alpini: Sul ponte di Perati bandiera nera: è il lutto degli Alpini che va alla guerra.  

Le truppe italiane, dopo le scarse avanzate dei primi giorni, che avevano fatto gonfiare il petto ai tantissimi fascisti corsi in Puglia e in Grecia per onori e medaglie, furono in forte difficoltà, col rischio di essere ributtate in mare. Scrisse Enzo Biagi:Fino al 31 ottobre i caduti si contano su due mani: cinque ufficiali, trenta soldati. Visconti Prasca telefona soddisfatto a Roma che “tutto procede secondo i piani stabiliti”. Mussolini si trasferisce a Grottaglie in Puglia per essere vicino al fronte, tutti fanno a gara nel ricevere allori e gloria... Grandi si presenta con la divisa di colonnello degli alpini, Farinacci dopo una breve escursione in Grecia rientra a Roma e chiede una medaglia d'oro. Starace arriva in automobile in prima linea con autista e due bauli di uniformi. Il 1° novembre Mussolini, soddisfatto, rientra a Roma proprio il giorno in cui i greci bloccano la nostra passeggiata e inaspettatamente, per noi, sferrano un forte contrattacco nella Macedonia occidentale. Per i nostri comincia il calvario”. (Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale. Una storia di uomini, 1980).

Dal 14 novembre partì la controffensiva dell'esercito ellenico e si giunse quasi a chiedere l'armistizio per salvare le restanti truppe in Albania. In queste condizioni Mussolini il 4 dic. passò dal famoso “spezzeremo le reni alla Grecia”, al più prosaico e terribile:  “Piuttosto che chiedere l'armistizio alla Grecia è preferibile partire tutti per l'Albania e farci uccidere sul posto”. Per tutto l’inverno, fino alla primavera 1941, ci furono gli ultimi sterili tentativi italiani contro il fronte greco, prima della offensiva tedesca, che iniziata il 6 aprile dalla Bulgaria, con la contemporanea invasione della Jugoslavia, portò alla caduta della Grecia il 23 aprile. Il 28 la bandiera con la svastica fu issata sul Partenone. Inizialmente i Greci rifiutarono di firmare la resa anche con l’Italia. Una vittoria dell’Asse, quindi, ma un’umiliazione per il Duce. Da qui il sarcasmo dei Greci sull'esercito dei “mandolini”, sull'armata “s'agapò” (ti amo), sulla “nike àptera” (vittoria senza ali).

Fu una guerra con moltissime vittime, per noi e per i Greci: “Sul fronte greco-albanese si ebbero le seguenti perdite: 13.755 caduti, 25.067 dispersi, 50.874 feriti, 12.368 congelati, 4.596 prigionieri, per un totale di 106.660 unità” (Aga Rossi, cit.). Tra di essi, aggiungiamo, particolarmente gravi furono le perdite delle “camice nere, se si considera che ben 27 battaglioni andarono persi e fra questi 7 vennero sciolti perché ridotti agli estremi.

Per i Greci le perdite furono un poco inferiori, ma la loro incidenza percentuale sul totale della popolazione assai maggiore, perché la Grecia aveva meno di 8.000.000 di abitanti, contro i quasi 44 milioni dell'Italia. Terribile per i Greci fu anche la carestia che seguì la fine della campagna militare: “Nell'inverno del 1941-42 ad Atene, secondo i dati del Comitato Internazionale della Croce Rossa, morirono (di fame) 10.000 persone al mese. Secondo il governo greco furono 360.000 i morti per fame sotto l'occupazione” (Aga Rossi, cit). 

La situazione era aggravata dall’inflazione e dalla corruzione diffusa tra i militari. Una figura non solo “nera”, ma “marcia”, è da ricordare, quella del gen. Carlo Geloso, che con ben 11 generali, fu inquisito per traffici illeciti, contrabbando su larga scala, speculazione sui flussi monetari, corruzione, sfruttamento della prostituzione e relazioni sessuali non compatibili con la dignità del grado ricoperto. Gravissimo il suo ruolo in stragi compiute anche contro i civili: “emise una circolare, nel marzo 1943, in cui ordinava rappresaglie secondo il principio della "responsabilità collettiva", ovvero in caso di attacco partigiano a colonne italiane si sarebbe dovuto procedere alla fucilazione in massa dei maschi adulti (dai 14/15 anni in su) del centro abitato più vicino, che sarebbe stato dato alle fiamme, con la deportazione degli abitanti, la distruzione di campi e l'uccisione del bestiame” In conclusione, per la Grecia “La stima delle vittime totali dell'occupazione italiana, tedesca, bulgara ammontò a 620.000 persone”.

Inserito in quel contesto, si pone il problema dei “crimini di guerra. In Grecia non si raggiunsero i livelli della Jugoslavia, ma episodi gravissimi si poterono registrare a Domenikon, Tsaritsani. Domokos. Farsala, Oxinià. Almeno 200 villaggi furono distrutti dagli Italiani. Ma un accordo italo-greco portò i governi a non approfondire. “Nei primi mesi del 1948… la necessità di concludere accordi commerciali con l'Italia portò la Grecia alla firma di un accordo, da mantenersi segreto, in base al quale Atene metteva la parola fine al problema dei crimini di guerra...” (p.419). 

Concludono Aga Rossi e Giusti sui crimini di guerra: “La vicenda dei crimini di guerra italiani [nei Balcani e in Grecia] costituisce un esempio evidente della mancanza di volontà da parte dei governi dell'epoca di fare i conti con il passato. Delle condanne, anche lievi ma con una presa di posizione chiara e decisa, con l'allontanamento dalle carriere pubbliche, militari e politiche degli ufficiali compromessi con il fascismo, avrebbero indicato una presa di distanza dal passato regime per ricostruire la vita civile del paese su basi totalmente nuove. Un tale atteggiamento avrebbe consentito all'Italia di vantare pretese sulla consegna dei criminali di guerra tedeschi, avrebbe 'pacificato' gli italiani, stretti nella perenne contrapposizione fascismo-antifascismo e, soprattutto, avrebbe consentito di rendere giustizia anche alla maggioranza degli ufficiali e dei soldati italiani che non si erano macchiati di crimini e che erano morti facendo il loro dovere” (cit, p.439).

Perché ricordare queste cose? Per due ragioni. Quella guerra contro la libertà di un popolo amico provocò uno strascico immane di tragedie. Chi se ne assume la responsabilità? E' una posizione drammatica la nostra, in quanto eredi di quella storia. Non possiamo certo eliminare i fatti storici, non li possiamo cambiare. Ci troviamo nell'impossibilità oggettiva di restituire ciò che è stato tolto ai Greci. L'unica possibilità di riparazione, come nel diritto penale, consiste nella trasformazione del soggetto colpevole, non essendo mutabile il delitto. L'unica possibilità di riscatto, di fronte alle sofferenze del popolo greco, è il cambiamento del responsabile, la prova che è diventato un'altra persona, che ha fatto tesoro della sua esperienza intraprendendo un cammino diverso. Per l'Italia tale prova è la nostra Costituzione, che nell’art.. 11 fissa un principio e un impegno, dal valore inestimabile: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”

Esiste tuttavia una seconda ragione per la quale celebriamo, con i nostri amici greci, la loro festa nazionale, tributando onore al popolo greco, che non volle venire meno ai suoi sacri principi e alla sua storia. I Greci il 28 ottobre 1940 si ricordarono del loro passato eroico, sempre teso a difendere la libertà contro nemici all’apparenza invincibili e vollero combattere una guerra con onore. Una vicenda, questa, che deve diventare un esempio per tutti, gli individui, i partiti, gli Stati. Anche noi dobbiamo imparare a dire NO quando la nostra dignità di soggetti liberi viene calpestata e a diffondere solidarietà a tutti i popoli che si oppongono a infami invasioni. La festa greca dell’OXI deve diventare anche la nostra festa, in modo che ci accompagni per tutta la vita, in modo che diventi un costume quotidiano e un atteggiamento intrinseco del nostro essere donne e uomini con la loro dignità da difendere e l’onore da salvare. 

Carmine Lazzarini


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