22 febbraio 2025

La storia dell'alpino cremasco Giampaolo Loveriti (1921-1943), eroe di guerra

In Montenegro

Quando sono finite tutte le munizioni, quando contro le mitragliatrici tedesche restano solo i pugnali d’ordinanza, gli uomini guardano i loro ufficiali, in silenzio. Sono pronti a morire. Perché sono soldati tenaci e risoluti. Perché sono Alpini. Giampaolo e gli altri quattro ufficiali capiscono che in pochi minuti comincerà la carneficina. Ci si potrà difendere solo all’arma bianca. E non ci saranno prigionieri. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi non hanno pietà di nessun italiano, anche lì in Montenegro. Gli Alpini sono stremati da settimane di scontri, marce e assalti, con molti caduti e feriti sul campo. Però hanno sempre tenuto duro, fino all’ultimo caricatore, fino all’ultima galletta. Tra Dragali e Kobilji-Do, fino a questo disperato tentativo di superare la rotabile in zona Trubiela, hanno lottato contro un nemico soverchiante, quasi sempre sotto il cannoneggiamento delle artiglierie tedesche e subendo i continui attacchi aerei nemici. Il fango ha coperto le loro divise e adesso il freddo si fa sempre più forte. Anche la divisa di Giampaolo è infangata, lacera, irriconoscibile. Gli ufficiali sanno che, se si arrendono, saranno fucilati. Ma almeno una parte dei loro uomini avrà qualche possibilità di sopravvivere. Tra il 6 e il 7 ottobre 1943, quello che restava del loro battaglione, dopo un mese di combattimenti con i tedeschi, è stato pressoché annientato. Gli ufficiali chiedono la resa.

Violenze, prepotenze, le cose che succedono quando ti arrendi a un nemico inferocito. Passano diverse ore, poi Giampaolo vede che gli altri ufficiali vengono portati all’interrogatorio. I tedeschi prendono i responsabili di quella resistenza italiana così accanita. Come previsto, vogliono dare un esempio a tutti. Gli Alpini della sua compagnia circondano Giampaolo, lo tengono in mezzo a loro. La sua divisa è talmente malridotta che il suo grado non è stato identificato. Passa altro tempo. Finché si vede arrivare l’autocarro. Ci fanno salire i quattro ufficiali. Giampaolo capisce che cosa sta per accadere. Si alza in piedi, guarda i suoi uomini, che si rendono subito conto di che cosa sta per fare. Tentano di fermarlo, di convincerlo a restare in mezzo a loro, a non dichiararsi. Lui invece si presenta al comandante tedesco. Gli fornisce le sue generalità, dicendo “Il mio posto è là tra i miei compagni”. Il sottotenente Giampaolo Loveriti, di Crema, ha ventidue anni. L’8 ottobre 1943 viene fucilato insieme agli altri ufficiali. Gli verrà conferita, alla memoria, la medaglia d’argento al valor militare.

Che cosa ci facevano gli Alpini in Montenegro e, più in generale, perché l’esercito italiano aveva un suo Corpo d’Armata in quella parte dei Balcani al momento dell’armistizio di Cassibile, così mal condotto e ancor peggio gestito dai vertici istituzionali e dagli alti comandi italiani? Va detto che l’annientamento delle nostre forze armate, anche in Montenegro, ad opera delle formazioni tedesche dopo l’8 settembre 1943, faceva seguito ad alcuni avvenimenti. C’era stata l’occupazione italiana del Montenegro e del Sangiaccato, terminata nell’aprile del 1941. Poi la costituzione del protettorato italiano sul cosiddetto “libero e indipendente” Regno di Montenegro, ufficializzata nel luglio dello stesso anno. Quindi la riuscita insurrezione popolare antitaliana dei partigiani montenegrini e jugoslavi. Infine, pochi mesi dopo, la riconquista italiana con la messa sotto controllo di quasi tutto quel territorio, anche grazie all’alleanza con la fazione nazionalista montenegrina anti-jugoslava e con i gruppi nazionalisti cetnici. Non erano mancati, successivamente, i crimini di guerra italiani contro i partigiani locali e la popolazione civile. Tra la fine del 1941 e il settembre del 1943 si erano infatti susseguiti i rastrellamenti, le rappresaglie, i massacri e le violenze da parte delle forze di occupazione italiane. Ciò nonostante, l’opposizione partigiana non era stata smantellata. E non erano mancate, anche da parte delle formazioni resistenti, numerose ritorsioni, crudeltà ed efferatezze. Questa conquista italiana del Montenegro si era inserita, nel 1941, in una strategia generale di occupazione dei territori balcanici e della Grecia da parte degli eserciti dell’Asse, con un’azione militare condotta soprattutto da parte del Terzo Reich, con un ruolo comunque consistente del Regno d’Italia e con un intervento solo parziale da parte della Bulgaria e dell’Ungheria.

Quando, dopo l’8 settembre 1943, il corpo di spedizione italiano viene a trovarsi senza direttive e in balia dell’esercito tedesco, anche la resistenza partigiana riacquista vigore e riprende il controllo di porzioni sempre più ampie del territorio montenegrino. Nonostante lo sfascio istituzionale italiano e le sue drammatiche ripercussioni anche in Jugoslavia e in Montenegro, molti reparti del Regio Esercito si rifiutano di consegnare le armi e decidono di combattere contro le preponderanti forze belliche tedesche, che hanno subito attaccato gli italiani anche in questo quadrante e che hanno ricevuto da Berlino la direttiva di far pagare caro agli ex alleati il loro tradimento. Però, nel giro di poco più di un mese, la disfatta delle nostre truppe, peggio armate e prive di un coordinamento unitario, si manifesta in tutta la sua tragicità. In Montenegro era allora dislocato il XIV Corpo d’Armata italiano, al comando del generale Ercole Roncaglia, con quattro Divisioni: la 1ᵃ Divisione Alpina Taurinense, la 19ᵃ Divisione Fanteria Venezia, la 23ᵃ Divisione Fanteria Ferrara e la 155ᵃ Divisione Fanteria Emilia.

La Taurinense degli Alpini era sbarcata a Ragusa, in Croazia, nel gennaio del 1942, concentrandosi poi inizialmente a Mostar, in Erzegovina. Dall’agosto successivo era stata trasferita in Montenegro, dove per circa un anno aveva svolto compiti di presidio. Pochi giorni dopo l’armistizio, il 14 settembre 1943, una colonna di ottomila soldati della Taurinense cerca di forzare il blocco tedesco per dirigersi, dall’interno del Montenegro, verso le Bocche di Cattaro, a sostegno della Divisione Emilia che stava soccombendo ai tedeschi. L’episodio della fucilazione di Giampaolo Loveriti si inscrive in questo percorso di estenuanti combattimenti. Dopo il 28 settembre gli Alpini sono a Dragali. Il 4 ottobre arrivano nella zona di Kobilji-Do, a ovest di Tresnjevo, in un’area ormai controllata dalle milizie partigiane. È del 6 ottobre il tentativo di oltrepassare la strada di Trubjela, con lo scontro fatale contro le forze tedesche e con la resa il giorno 7, la cattura e la successiva fucilazione di Giampaolo Loveriti.

La famiglia, l’arruolamento, la medaglia

Chi era Giampaolo Loveriti? Cominciamo col dire che il suo nome proprio si rinviene, sia nelle fonti d’archivio che nei vari testi a stampa, in tre versioni diverse: Giampaolo, Gian Paolo e Gianpaolo. Qui ci si attiene alla versione Giampaolo, anche per la credibilità di un paio di autori molto qualificati. Però va tenuto presente che è piuttosto diffusa anche la versione Gian Paolo. Il quale nasce a Crema, nella parrocchia di San Benedetto, alle ore 20 di giovedì 12 maggio 1921. Viene battezzato sei giorni dopo, il 18 maggio. Porta nel suo primo nome quello del nonno paterno e nel suo secondo nome (il nome completo è Giampaolo Alessandro Maria), quello del nonno materno, dei quali si dirà più avanti. Ha due madrine di battesimo, le zie paterne Rosa (o Rosina) e Lucia. Suo padre è Giuseppe Loveriti, possidente, nato a Crema nella stessa parrocchia di San Benedetto il 28 ottobre 1878 (il nome completo è Giuseppe Pietro Giovanni Battista). Sua madre è Gilda Polonini, nata a Milano nella parrocchia di Santa Francesca Romana (zona Porta Venezia). La sua data di nascita risulta essere il 24 novembre 1890, secondo i dati presenti nel database degli uffici cimiteriali di Crema (riportati anche sulla lapide). Viene definita nei registri “di condizione civile” cioè non esercente attività lavorative. In realtà, è un’abile e apprezzata musicista sin dalla giovane età (è, tra l’altro, figlia d’arte). I genitori si sono sposati il 24 novembre 1917 a Crema, sempre in San Benedetto. La data di nascita di Gilda risulta essere, nel registro parrocchiale di matrimonio, il 24 dicembre (e non novembre) del 1890. La famiglia risiede nella parrocchia di San Benedetto e il 3 febbraio 1923 nasce la seconda figlia, Sandra (Alessandra Angela Celestina Maria).

Giampaolo studia a Crema e poi inizia a frequentare la facoltà di Ingegneria al Politecnico di Milano. L’Italia entra in guerra e Giampaolo supera i corsi della scuola allievi ufficiali di Avellino. Ha scelto di essere un ufficiale degli Alpini. Presta servizio come sottotenente, per periodi piuttosto brevi, prima a Torino e poi a Ivrea. Nel settembre del 1942 viene inviato con il suo contingente in Montenegro. Dal mese precedente, come si è detto, gli Alpini della Taurinense sono stati trasferiti in quello scacchiere, dove la situazione militare italiana continua a essere piuttosto critica. Giampaolo è inquadrato, in quella Divisione, nel Quarto Reggimento Alpini (alcuni autori indicano il Sesto). Può rientrare a casa, per una licenza di pochi giorni, soltanto diversi mesi dopo, agli inizi del 1943. Il 2 marzo di quell’anno ritorna infatti in Montenegro. Nel semestre successivo condivide le vicende divisionali e reggimentali del reparto di appartenenza, fino alla fucilazione. Su questo punto, va detto che un autore indica come data della sua fucilazione il 10 e non l’8 ottobre 1943. Anche sul suo grado a volte i testi a stampa riportano il termine tenente e non sottotenente. In realtà, sul personaggio di Giampaolo Loveriti manca ancora una ricostruzione precisa e ben documentata di alcuni elementi rinvenibili solamente, in termini di ricerca storica rigorosa, in determinate fonti d’archivio originali e di specifica competenza. Ad esempio, sarebbe auspicabile una accurata verifica dei suoi trascorsi militari di dettaglio presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito o per lo meno nei fondi dell’ex Distretto Militare, a partire dalla sua appartenenza al Battaglione Ivrea. Il motto di questo Battaglione è “Tucc un” e si attaglia bene alla coraggiosa decisione presa allora da Giampaolo. Nessuno degli autori e ricercatori locali consultati in proposito ha sinora confermato esplicitamente questa appartenenza, peraltro molto probabile. In rete esistono comunque degli articoli che la suggeriscono in modo implicito.

La motivazione della medaglia d’argento al valor militare conferitagli alla memoria è la seguente: “Animato da purissimo amor di Patria, in terra straniera, riprendeva le armi contro il nuovo nemico e partecipava a tutte le azioni del suo reparto, trascinando i propri alpini con l’esempio e noncuranza del pericolo. Dopo un mese di asperrima lotta, catturato prigioniero e non riconosciuto come ufficiale, alla notizia che quattro suoi colleghi sarebbero stati passati per le armi, preferiva, anziché salvarsi come ne avrebbe avuta la possibilità, condividere la loro sorte, per non venir meno agli ideali che lo avevano guidato nella suprema decisione”. Alcuni hanno ritenuto alquanto riduttivo questo riconoscimento di una medaglia d’argento. Dice infatti un autore: “In un caso analogo venne concessa la medaglia d’oro; chissà con quali pesi e misure venivano concesse le decorazioni?”. Il tema delle differenze tra i riconoscimenti al valor militare è sconfinato e si ritiene, su tale punto, di fermarsi qui.

Le esequie e la memoria

Dopo la fucilazione di questi cinque ufficiali degli Alpini, i loro corpi vengono sepolti a Trubiela. Per dodici anni dei loro resti non si sa più nulla. Le autorità italiane, i comandi militari, le loro stesse famiglie non hanno alcuna notizia. I rapporti tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia di Josip Broz Tito sono molto tesi, per le note ragioni geopolitiche del tempo. Solo alla metà degli anni Cinquanta questi rapporti internazionali consentono una parziale apertura di dialogo, per lo meno sul tema dei caduti di guerra e della identificazione delle salme. È infatti nel 1955 che i resti di Giampaolo Loveriti e degli altri quattro ufficiali fucilati con lui possono essere individuati, riesumati e riportati in Italia, nelle rispettive località di origine. Alcune informazioni su questa traslazione si possono rinvenire in tre articoli di giornale comparsi sul settimanale diocesano cremasco Nuovo Torrazzo in data del 2, del 9 e del 16 aprile 1955. Alcuni estratti di questi tre articoli sono stati successivamente pubblicati nel libro “50 anni fa - Crema e i cremaschi dal settembre ’43 all’aprile ‘45”, Crema, Libreria Editrice Buona Stampa, Arti Grafiche Cremasche, 1995, con testi di vari autori locali, soprattutto di Pier Giorgio Groppelli e don Giorgio Zucchelli (pp. 33-34).

L’articolo del 2 aprile riporta che “un reparto del quarto alpini comandato da cinque giovani ufficiali - Zanetti di Bergamo, Loveriti di Crema, Casciscia di Genova, Focacetti di San Genesio e Spirito di Aosta - veniva circondato da preponderanti forze tedesche”. Il testo prosegue con la vicenda della strenua difesa degli Alpini, della loro resa, dell’identificazione degli ufficiali e della loro fucilazione. Si aggiunge che “la famiglia Zanetti di Bergamo con gesto generoso, superando mille difficoltà, provvedeva al rinvenimento delle tombe, all’esumazione delle cinque salme e al loro riconoscimento”. Prima ritornano in Italia le spoglie dello Zanetti, quindi le altre, comprese quelle di Giampaolo. Questo articolo del 2 aprile precisa che “i resti del valoroso soldato”, provenienti da Trubiela, “arriveranno a giorni a Crema”. Il successivo articolo del 9 aprile annuncia le esequie cittadine: “Sono rientrate in patria le spoglie mortali del sottotenente degli alpini dottor ingegner honoris causa Giampaolo Loveriti, medaglia d’argento al valor militare”. “Con un dolore che non può morire ne danno annuncio la mamma Gilda Polonini, il papà Giuseppe, la sorella Sandra con il marito dottor ingegner Giancarlo Schena, le zie Rosa e Lucia e i cugini”.

Le esequie funebri si svolgono il lunedì 11 aprile nella chiesa di San Bernardino in Crema. L’articolo del 16 aprile ne fornisce ampio resoconto. Durante la messa da requiem viene letta la motivazione della medaglia d’argento da padre Fiora da Borno, cappellano militare degli Alpini. Parlano anche il sindaco, che allora è Virgilio Pagliari, don Giovanni Bonomi e l’avv. Tiberio Volontè, ufficiale degli Alpini. Inoltre, “parlò padre Leone Prandoni, il cappellano che condivise con i caduti le tristi giornate di Montenegro in quel lontano ottobre del 1943”, e al quale forse si possono attribuire alcune delle informazioni sul comportamento di Giampaolo in quelle circostanze, compresa la famosa frase da lui detta al comandante tedesco con l’intento di venire associato agli altri quattro ufficiali per la fucilazione. Il feretro e il corteo funebre sfilano poi per le vie della città fino al cimitero, dove i resti di Giampaolo vengono tumulati nella parte interna della vecchia cinta muraria di levante, posta a nord-est della chiesa. Una folla numerosa e commossa compone il corteo. Ci sono anche le associazioni combattentistiche, le rappresentanze delle formazioni degli Alpini e di altri Corpi militari, le famiglie dei caduti, le autorità civili del territorio, ampie rappresentanze delle scuole locali e degli universitari. A prestare il servizio d’onore è il picchetto di artiglieria di stanza a Lodi. “Tra le corone, una particolarmente significativa, composta di fiori e di sempreverdi raccolti nel luogo dove giacquero per dodici anni le spoglie del caduto”. L’articolo specifica che la bara, oltre a essere seguita dai familiari, viene poi anche “circondata dai familiari dei colleghi caduti con lui”, presenti alla cerimonia.

Nel 1970 la Sezione di Crema del Club Alpino Italiano ha ricordato Giampaolo Loveriti menzionandolo in una lapide che è stata posta in località Fondi, a Schilpario (Bergamo), in Valle di Scalve. In quella località era caduto il 28 aprile 1945, in uno scontro con una colonna militare tedesca, il cremasco Linfardo Volontè. Il C.A.I. di Crema, nel ricordarlo, ha aggiunto i nomi di Carlo Pirotta e Giampaolo Loveriti: “La Sezione di Crema del Club Alpino Italiano nel 25° anniversario della morte del socio Capitano Dott. Linfardo Volonté ricorda con lui anche gli altri soci caduti per la Patria - Ten. Carlo Pirotta e S. Ten. Giampaolo Loveriti - 1945-1970”. Sembrerebbe, da quanto sinora appurato, che nessuna lapide sia mai stata specificamente dedicata a Giampaolo Loveriti. E che il suo nome non sia mai stato indicato in lapidi contenenti altri nominativi, ad eccezione di questa del C.A.I. di Crema, peraltro intesa soprattutto a commemorare Linfardo Volontè. Sono gradite eventuali segnalazioni da parte dei lettori riguardanti altre eventuali lapidi in cui compare il nome di Giampaolo Loveriti. La città di Crema è piuttosto generosa in termini commemorazioni marmoree murarie, anche riferite a persone di altre località, e forse, se oggi ancora mancasse, non sarebbe sbagliato ipotizzare di dedicare una lapidea testimonianza alla medaglia d’argento al valor militare Giampaolo Loveriti.

Scaduti i termini previsti dalla normativa funeraria comunale, le spoglie di Giampaolo sono state trasferite negli ossari del corpo monumentale sotterraneo e sono state tumulate vicino a quelle del padre Giuseppe in un medesimo loculo del Settore A, al numero 45. Sarebbe veramente un peccato se i suoi resti finissero poi nella fossa comune, nell’indifferenza di tutti. Non si entra in questa sede nel merito dei criteri con cui le spoglie delle figure illustri che hanno onorato Crema finiscono a volte col ricevere gli onori del famedio o quanto meno di una tumulazione conservativa oppure vengono messe nella fossa comune senza che ne resti traccia visibile a loro testimonianza e ricordo (anche se, francamente, due loculi nel famedio pongono qualche interrogativo). Senza indulgere troppo in tali foscoliane riflessioni, mi permetto solo di aggiungere che come cremasco provo una certa vergogna nel vedere in che condizioni si trovano oggi i resti di Giampaolo Loveriti, e non certo per colpa della famiglia. La speranza è che un po’ di questa vergogna sia provata anche da chi sinora, magari per i troppi impegni o forse solo per la mancata conoscenza di questa nostra medaglia d’argento al valor militare, non ha ancora fatto sì che alle spoglie mortali di Giampaolo Loveriti siano assicurati il decoro, la dignità e la riconoscenza che meritano da parte non solo della nazione italiana ma anche, più specificamente, da parte della nostra cittadinanza e delle sue autorità.

Dopo la scomparsa delle due zie Rosa e Lucia, del padre Giuseppe e della madre Gilda, a tenere viva la memoria di Giampaolo è stata soprattutto la sorella Sandra. Spesso in collaborazione con il Gruppo di Crema dell’Associazione Nazionale Alpini, pur risiedendo da tempo in Sardegna per ragioni di matrimonio, Sandra Loveriti non è mai mancata alle principali manifestazioni del Gruppo A.N.A. di Crema, nelle quali ha sempre saputo commemorare al meglio la memoria del fratello maggiore. Basti qui ricordare, tra i vari eventi, l’inaugurazione della nuova sede del Gruppo in via Lago Gerundo 18 a Crema, dove il 5 settembre 1993 ha tagliato come madrina il nastro tricolore inaugurale e ha scoperto la targa ufficiale con le medaglie d’argento. Ed anche l’intitolazione a Crema della Via degli Alpini, dove il 24 settembre 2000 ha tagliato il nastro tricolore inaugurale della via insieme al sindaco Claudio Ceravolo, in occasione delle celebrazioni per il 70° anniversario di fondazione del Gruppo di Crema. Oggi non ci sono più Loveriti a Crema. L’ultima abitazione Loveriti è stata la casa in via Ponte Furio 11, un tempo dei Benzoni e, dopo vari cambi di proprietà, divenuta casa Girardi nel secondo Novecento. Gilda Polonini Loveriti ci aveva vissuto prima col marito e poi da sola, in età ormai avanzata, fino a spegnersi, quasi novantatreenne, il 30 agosto 1983.

Un nonno patriota volontario di guerra, Paolo Loveriti

Giampaolo Loveriti aveva due nonni che, al loro tempo, erano molto noti e rispettati, non solo a Crema. Il nonno paterno era Paolo Loveriti, nato a Castelleone nel 1839. Era figlio di Giuseppe e di Lucia Soccini (a volte nei registri come Succini). Un Giovanni Loveriti, forse fratello di Paolo, è medico veterinario a Castelleone e sarà poi il padrino di battesimo di Giuseppe Loveriti, il padre di Giampaolo. Non ancora ventenne, Paolo emigra il 4 aprile 1859 in Piemonte, per arruolarsi nell’esercito sabaudo e combattere contro l’Austria. Il 27 aprile ha inizio la seconda guerra di indipendenza. Viene arruolato come volontario nel 15° Reggimento Fanteria della Brigata Savona. Il 30 e il 31 maggio combatte nella battaglia di Palestro e successivamente in quella di Rocca d’Anfo. Dopo il servizio regolare di leva, passa al 16° Reggimento della stessa Brigata Savona, operando nella campagna contro il brigantaggio nelle Puglie. Raggiunge il grado di sergente. Sappiamo che fu decorato al valor militare. Quando le spoglie di Paolo erano ancora tumulate nel Corpo E del cimitero maggiore di Crema, sulla sua lapide compariva l’indicazione di questo riconoscimento. Purtroppo è mancata, sino a oggi, la notizia sul tipo di decorazione e sull’occasione che l’ha causata.

Paolo è poi attestato come residente a Crema e risulta convivente, nella parrocchia di San Benedetto, con Celestina Sacconi (nei registri anche come Geltrude Celestina), figlia di Rosa Bersani, sempre della stessa parrocchia, e “di ignoto genitore”. Quando nasce il loro figlio Giuseppe, nel 1878, Paolo e Celestina non hanno ancora contratto matrimonio religioso e, nell’atto di battesimo, Paolo dichiara di “essere il padre naturale del controscritto infante”. Dopo Giuseppe nascono due figlie. Le abbiamo già citate, anche come madrine di battesimo di Giampaolo nel 1921. Rosa (o Rosina) nasce il 18 novembre 1881 e muore il 21 maggio 1972. Lucia nasce il 18 febbraio 1882 e muore il 13 dicembre 1974. Per entrambe i dati sono quelli del database dei servizi cimiteriali di Crema (riportati anche sulla loro lapide). La famiglia continua a risiedere nella parrocchia di San Benedetto. Paolo viene a mancare, ottantenne, il 30 maggio 1920.

Un nonno famoso cantante lirico, Alessandro Polonini

Il nonno materno di Giampaolo Loveriti era Alessandro Polonini. L’identificazione con il celebre basso-baritono italiano, noto in Italia e in Europa soprattutto per le sue interpretazioni nelle opere liriche rappresentate nella seconda metà dell’Ottocento, sembrerebbe quasi certa. Vedremo poco oltre quali potrebbero essere i due elementi di eventuale perplessità in proposito. Cominciamo col dire che Alessandro Polonini (che risulta nei registri anche come Giuseppe Alessandro) nasce a Crema, nella parrocchia di San Giacomo maggiore, il 1° gennaio 1845, alle ore tre e mezza antimeridiane, e viene battezzato nello stesso giorno. Non ci sono dubbi su questa scritturazione sul registro di nascita, effettuata dal parroco Andrea Barbaglio, poi vice direttore dell’Imperial Regio Ginnasio Comunale di Crema. Anche il nome del padre, Evaristo Polonini, di mestiere “cappellajo”, risulta chiaramente dal registro. La madre è Bianca (o Bianca Rosa) Maggi, di mestiere cucitrice. Anche il padrino di battesimo di Alessandro è un “cappellajo”, Giuseppe Bellora, “dimorante in Crema”. La levatrice è Anna Maria Todeselli.  I genitori risiedono in “Contrada di Porta Ripalta al numero civico 646” (allora i numeri civici non erano per singola via). Si erano sposati in San Giacomo il 30 gennaio 1837. Nel periodo successivo la famiglia di Evaristo e Bianca risulta residente in questa stessa parrocchia.

Il primo elemento di discrepanza con le informazioni presenti in rete su Alessandro Polonini è che in diversi testi la sua data di nascita viene indicata nel 1° gennaio 1844 (e non 1845), peraltro sempre a Crema. Il secondo elemento contradditorio è che a volte si indica come padre di Alessandro un altro importante basso della lirica italiana, Eutimio Polonini (menzionato a volte come Entimio), che oltre ad Alessandro avrebbe avuto un ulteriore figlio, Luigi. Per quanto riguarda la differenza di data di nascita, appare poco verosimile che due persone diverse, entrambe nate a Crema a distanza di un anno esatto, con lo stesso nome (Alessandro), siano entrambe celebri interpreti di opere liriche. Ed è del tutto inverosimile che la nascita di Alessandro sia stata annotata su un registro annuale sbagliato, addirittura a distanza di un anno esatto. Su un medesimo registro annuale si può forse errare la scritturazione di un giorno o di un mese. Ma non si può certo posticipare un simile atto ufficiale di un anno esatto su un registro successivo. Per quanto riguarda la paternità di Alessandro, andrebbe accertata la fonte originaria da cui si è rilevato l’asserito rapporto di filiazione tra Eutimio e Alessandro. Il celebre cantante lirico Eutimio e il modesto “cappellajo” Evaristo sono di certo due persone diverse. Inoltre, la data di nascita di Eutimio Polonini viene di solito fissata intorno al 1820. E il celebre basso viene ritenuto una persona certamente non analfabeta. Lo dimostra il suo curriculum italiano e internazionale, visto che cantò con successo in molte capitali europee. Invece Evaristo Polonini è nato nel 1812, si è sposato nel 1837 con Bianca Maggi, nata nel 1817, e il registro dei matrimoni riporta a loro proposito che “gli sposi e i testimoni non si sono sottoscritti” perché sia gli uni che gli altri “sono illetterati”. In pratica, non sanno né leggere, né scrivere, neppure la propria firma. A volte succedeva.

È quindi quasi certo che Eutimio Polonini non fosse il padre di Alessandro e che invece quest’ultimo fosse il padre di Gilda Polonini. Il famoso basso-baritono Alessandro Polonini era dunque quasi sicuramente il nonno materno di Giampaolo Loveriti. La sua carriera di interprete è stata notevole. È sufficiente scorrere i testi che trattano questa materia per rendersene conto. L’elenco dei suoi successi in Italia e in Europa è davvero lungo e in questa sede, per motivi di spazio, non è possibile darne ulteriore conto. Basti qui dire che è stato lui a costruire vocalmente e a trasmettere, con le sue interpretazioni, i ruoli di Benoît e di Alcindoro nell’opera La bohème di Puccini, così come quello di Geronte de Ravoir nella Manon Lescaut dello stesso autore, oltre a quello del Chirurgo ne La forza del destino di Verdi. Alessandro sposa Angela Maridati e nel 1890 nasce la figlia Gilda, la quale, come si è detto, diventa poi un’abile e apprezzata musicista. La famiglia di Alessandro e Angela risulta residente nella parrocchia di San Benedetto. Alessandro muore, settantacinquenne, il 23 maggio 1920. Nel registro di morte viene indicato come “professore di musica”. Giuseppe Loveriti e Gilda Polonini si erano sposati tre anni prima. I due consuoceri, Paolo Loveriti e Alessandro Polonini, muoiono a una settimana di distanza l’uno dall’altro. Sono infatti indicati come defunti su due righe immediatamente successive del relativo registro della parrocchia di San Benedetto per l’anno 1920, ai numeri progressivi 53 e 54. Non fanno dunque in tempo a rallegrarsi per la nascita del nipote Giampaolo, nato un anno dopo la loro morte, nel maggio successivo.

Ricordare un eroe

Appartengo a una generazione che degli eroi ha spesso parlato in modo negativo o comunque molto tiepido. Forse perché la generazione precedente alla mia, sull’oleografia e sull’agiografia eroica, ci aveva probabilmente fatto un po’ troppe parole. Ai tempi della mia adolescenza andava di moda la frase di Brecht sul paese fortunato se può fare a meno degli eroi. Al liceo il Risorgimento si studiava con l’avvertenza che, secondo Gobetti, era stato senza eroi. Insomma, gli eroi erano una sovrastruttura culturale propagandistica della struttura economica capitalista. Se poi si trattava di eroi di guerra, figuriamoci, horribile dictu. L’interdizione culturale al militare e al bellico era assoluta. Se traducendo Tucidide al ginnasio ti appassionavi alla fanteria pesante oplitica, eri un fascista. Enea era tollerato solo in quanto pio. Insomma, parlare di eroi e di eroismi era come bestemmiare. Siamo stati una generazione di antieroi e di pacifisti. Salvo poi inneggiare ai vietcong e a Che Guevara. Vale a dire di finti pacifisti. Di “pacifinti”. Oggi la guerra e le armi, che ci siamo illusi potessero tacere per sempre in Europa, sono tornate. E in quasi tutto il mondo non hanno mai smesso di essere presenti. Anche dentro i confini europei, gli orrori della guerra non sono più soltanto il ricordo di un lontano passato. La grande illusione della pace attraverso il disarmo unilaterale continua comunque ad aggirarsi tra di noi, inducendoci a pensare che, una volta disarmati, si disarmeranno anche gli altri. È l’eterno problema del pacifismo nei confronti della violenza e della prepotenza altrui, da quando siamo scesi dalla pianta e ci siamo messi a camminare in piedi (anzi, anche prima di allora). Nonostante tanti appelli mediatici, in realtà persino la Chiesa cattolica, nel suo Catechismo (2307-2317, in particolare 2309), ammette il bellum iustum. Oggi la guerra è tornata. Ogni giorno la tentazione di distogliere lo sguardo dalla realtà delle cose e dei fatti si fa sempre meno giustificabile. Certo, se poi un presidente straniero col ciuffo risolve tutto, mettendosi d’accordo con chi l’Europa se la vuole mangiare a pezzi, allora siamo a posto, possiamo metterci il cuore in pace e dormire sonni tranquilli.

La guerra esiste ancora. Ed esistono ancora gli eroi, anche quelli di guerra. E non sono solo quelli omerici, nibelungici, arturiani, quelli di quando si studiava epica. Gli eroi sono anche quelli più vicini al nostro tempo e al nostro mondo, quelli che in un certo momento della loro vita fanno una scelta, prendono una decisione, si sacrificano per qualcosa che per loro vale quel sacrificio. Ovviamente il sacrificio loro, non altrui, magari per mandato divino. A volte, è il sacrificio della loro stessa vita. Giampaolo Loveriti è stato uno di questi eroi. Per questo non dobbiamo dimenticarlo. E forse un modo per non sottovalutare il dramma del ritorno della guerra in Europa è anche quello di pensare non solo al suo estremo sacrificio ma anche al dolore immenso che la sua tragica morte ha arrecato ai suoi genitori e alla nostra comunità. Gilda Polonini è vissuta altri quarant’anni dopo la fucilazione di suo figlio Giampaolo e non ha mai smesso di pensare a lui. Bella matribus detestata, diceva Orazio. Giampaolo ci ha dato un esempio di eroismo non solo individuale ma anche di tipo solidale con i suoi compagni d’arme. Il senso di responsabilità e di appartenenza a un insieme di persone e di valori, il dovere sentito come solidarietà tra uomini uniti sul campo dalla realtà della battaglia e del pericolo, in quanto ufficiali combattenti, lo hanno fatto decidere in quel modo eroico: una acies, una sola schiera, come dice anche il motto dell’Accademia Militare di Modena.

Ringrazio il direttore, don Giuseppe Pagliari, e i volontari dell’Archivio Diocesano di Crema per l’aiuto fornitomi nella ricostruzione delle informazioni sulle famiglie Loveriti e Polonini. Ringrazio coloro, a Crema e a Lodi, che mi hanno aiutato a districarmi nelle nostre vicende belliche montenegrine e nelle trattazioni sugli interpreti della musica lirica ottocentesca, due campi in cui non mi ero mai addentrato. Conto sulla benevolenza dei lettori esperti di guerra montenegrina e di quelli appassionati del melodramma e dei basso-baritoni per le mancanze che ho certamente commesso.

Due persone, in particolare, voglio ringraziare molto sentitamente. La prima è il dott. Mario Marazzi, ricercatore storico, medico veterinario e Alpino, per le informazioni, i consigli e le delucidazioni che mi ha così cortesemente offerto in proposito. Prezioso mi è stato anche il suo libro “I decorati al valor militare di Crema e dei territori limitrofi”, Crema, Grafin, 2013, un testo indispensabile a chiunque intenda svolgere ricerche e approfondimenti in materia. La seconda persona è il sig. Mario Gnesi, che mi ha messo generosamente a disposizione il suo notevole bagaglio di conoscenze e di memorie sul tema qui trattato, con una disponibilità e una passione da vero Alpino. Di grande aiuto mi è stato anche il suo libro “1930-2000 - Gli Alpini a Crema”, Crema, Leva Artigrafiche, 2003.

Pietro Martini


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matteo

22 febbraio 2025 09:31

Complimenti a Pietro Martini per il bellissimo saggio. Il rapporto tra la nostra società e l'eroismo è difficile. Eroismo, cioè dedicare la propria vita ad una idea di sé stessi e del senso che di essa si vuole donare agli altri continuamente, anche da vivi. Mi sembra giusto pensare che il gesto di Loveriti sia stato per lui spontaneo e naturale. Come i tanti dottori e infermieri che hanno dato la loro vita nella pandemia. Come i tanti che donano un senso alla nostra vita. Grazie per questa bella occasione di pensiero riconoscente