Francia in fiamme: chi sta trasformando il disagio in potere?
La protesta è reale. Ma attorno alla protesta si sta combattendo un’altra partita: quella per il controllo del disagio sociale, dell’identità e dello spazio politico.
La Francia è nuovamente attraversata da una mobilitazione giovanile che ha ormai superato i confini della semplice protesta scolastica. Il movimento è nato da una questione concreta: scuole sovraffollate, carenza di insegnanti, edifici degradati e una crescente sensazione di abbandono da parte delle istituzioni. In alcune delle periferie più fragili, queste difficoltà sono particolarmente evidenti. Le manifestazioni si sono rapidamente estese a centinaia di istituti e, in alcune città, sono sfociate in scontri, incendi e danneggiamenti e, alla data del 9 ottobre, il movimento è entrato nella sua terza settimana.
Quando migliaia di giovani scendono in strada, quando interi quartieri si mobilitano e quando la fiducia nelle istituzioni diminuisce, diversi attori cercano inevitabilmente di entrare in quello spazio. È quanto sta accadendo. I servizi di intelligence francesi hanno indicato La France Insoumise e ambienti della sinistra radicale come responsabili dell’organizzazione o dell’alimentazione iniziale del movimento. Ma sarebbe semplicistico fermarsi qui. C’è da considerare un altro fattore importante: la questione islamista.
Da anni la Francia affronta il problema della crescita di forme di islamismo politico. Nel 2025 il ministero dell’Interno francese ha pubblicato un rapporto dedicato ai Fratelli Musulmani, commissionato proprio per analizzare la sua influenza, i suoi obiettivi e i suoi metodi di diffusione nel Paese. Il tema non riguarda la presenza dei musulmani nella società francese. Riguarda qualcosa di molto più specifico: l’esistenza di organizzazioni e reti che utilizzano l’identità religiosa come strumento di mobilitazione politica e cercano di aumentare la propria influenza nelle istituzioni, nelle associazioni e nella società civile. Il rapporto ha parlato, tra le altre cose, del rischio rappresentato dal cosiddetto “islamismo municipale”, sottolineando la crescita di alcune reti a livello locale. Negare che esistano organizzazioni islamiste interessate a costruire influenza politica in Francia significa ignorare un problema che lo stesso Stato francese ha studiato ufficialmente.
La questione diventa particolarmente delicata nelle periferie urbane. È proprio lì che si sovrappongono alcuni dei problemi più difficili della Francia contemporanea: povertà relativa, disuguaglianza scolastica, disoccupazione giovanile, segregazione territoriale, tensioni con la polizia, crisi della rappresentanza politica e, in alcuni quartieri, una forte identità religiosa. Quando lo Stato arretra – o viene percepito come assente – qualcun altro può occupare quello spazio. Può farlo un partito politico. Può farlo un movimento radicale. Può farlo la criminalità organizzata. Può farlo una rete religiosa. E possono farlo contemporaneamente. Questa è forse la questione più importante da osservare in Francia: non chi “controlla” le proteste, ma chi riesce a trasformare il malcontento in potere politico e sociale.
Quando si parla di islamismo, l’attenzione pubblica tende inevitabilmente a concentrarsi sul terrorismo. Ma l’islamismo politico non coincide necessariamente con il terrorismo. Esiste anche una dimensione più lenta: associazioni, educazione, rappresentanza locale, attività culturali, reti sociali, campagne elettorali e costruzione di consenso. È precisamente questa dimensione che ha portato il governo francese a occuparsi del fenomeno dell'”entrisme” e del separatismo. Questo non significa che ogni attività associativa musulmana rappresenti un problema. Significa invece che uno Stato democratico deve essere capace di distinguere tra partecipazione civica legittima e progetto politico incompatibile con i principi repubblicani.
La vulnerabilità della Francia potrebbe non essere unicamente l’esistenza di una realtà islamista in sé. È la combinazione di più crisi. Una scuola che non funziona. Periferie dove lo Stato viene percepito come distante. Giovani che non vedono prospettive. Una classe politica profondamente polarizzata. Un debito pubblico che limita la capacità di risposta del governo e una crescente sfiducia nelle istituzioni. In un ambiente simile, qualsiasi ideologia organizzata dispone di un terreno molto più favorevole per costruire consenso. È questo il punto che merita attenzione perché l’islamismo non ha bisogno di organizzare una protesta per trarne vantaggio. Gli basta, potenzialmente, che una parte della società perda fiducia nelle istituzioni e che qualcuno sia in grado di offrire appartenenza, identità, organizzazione e una spiegazione semplice della propria condizione. È un meccanismo politico capace di trasformare il malcontento in identità politica.
La risposta non può essere la repressione indiscriminata. Le immagini degli scontri con adolescenti e l’uso della forza da parte della polizia hanno già alimentato una nuova frattura. Dopo il grave ferimento di un quindicenne, il governo ha sospeso l’uso delle granate stordenti durante le proteste e ha annunciato indagini.
Ma nemmeno l’opposto sarebbe sufficiente: considerare ogni forma di protesta come automaticamente legittima e ignorare chi utilizza la violenza o cerca di trasformare il conflitto sociale in una piattaforma ideologica. Una democrazia deve saper fare entrambe le cose: ascoltare le ragioni della protesta e difendere i propri confini istituzionali. Investire nella scuola e, contemporaneamente, contrastare qualsiasi forma di radicalizzazione. Garantire la libertà religiosa e, nello stesso tempo, impedire che la religione diventi uno strumento per costruire una società parallela. Difendere il diritto di manifestare e non tollerare la violenza.
La domanda interessante è: “Chi riuscirà a trasformare questa crisi sociale in potere politico e quale visione della società proporrà alla Francia?” È qui che la partita diventa molto più grande delle scuole.
Perché una protesta può durare qualche settimana, ma una rete politica costruita attorno al disagio sociale può durare decenni. E la storia francese dimostra che, quando lo Stato perde il controllo dello spazio sociale, qualcun altro prima o poi prova a occuparlo.
La sfida, quindi, è impedire che qualsiasi ideologia – religiosa o politica – possa trasformare le debolezze della democrazia in uno strumento per svuotarla dall’interno.
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commenti
Blek
9 ottobre 2026 16:25
Condivido al mille x mille quello che ha scritto. I fatti di Francia da lei citati,mi ricordano le rivolte delle bainlieue parigine, apparentemente diverse nelle motivazioni, non nella sostanza.Ma anche quelle recenti di Spagna,oltre all" invasione di Ceuta. A proposito perche' non scrive anche di Ceuta e del film Naza, espressioni inquietanti di un'infiltrazione islamista,ed anche antisemita, sempre piu' spregiudicate?
Certo,i fratelli musulmani hanno un gran potere, ma ben poco realizzerebbero dei loro progetti in Europa,se non trovassero,nella migliore delle ipotesi,governi sprovveduti e compiacenti; una Chiesa succube e affetta da un integrazionismo patologico, clamoroso il caso della Messa in comune con l'imam,alla chiesa cattolica di Lovanio(Belgio); ma soprattutto una sinistra che,paradossalmente rispetto ad alcuni suoi principi fondamentali, in primis la liberta' della donna e dei gay, si trova spesso politicamente coalizzata con gli islamisti, dimentica di disavventure politiche non antichissime, come quella della farlocca alleanza dei socialcomunisti iraniani con l'ayatollah Khomeini.illusi di conquistare ruoli di governo,furono in massa arrestati o impiccati nella pubblica piazza, quando gli islamisti conquistarono il potere.
E il pensiero corre per quanto riguarda un'infiltrazione dalla parvenza meno dolorosa in Italia, a MURo27, alla mozione contro l'islamofobia approvata al Municipio 5 di Roma,al tentativo di introdurre la sharia a Padova.
Apparenti tentativi dell'islam politico di arrivare a governare le istituzioni democratiche e i principi costituzionali,per poi sovvertirli com'e' d'altronde e' la regola in tutti i paesi islamici, ove la democrazia non esiste. Ci provo' Ataturk a introdurla nel suo paese,ma invano.
Nia Guaita
9 ottobre 2026 18:40
La ringrazio per il commento, che solleva questioni importanti e meritevoli di un approfondimento.
Il punto che condivido è la necessità di non sottovalutare le strategie con cui alcune organizzazioni islamiste cercano di costruire influenza sociale e politica, anche attraverso associazioni, reti territoriali e interlocuzioni con le istituzioni democratiche.
Altrettanto importante è interrogarsi sulle responsabilità di quei settori politici che, in nome dell'inclusione o dell'antidiscriminazione, rischiano talvolta di sottovalutare contraddizioni profonde tra alcuni progetti islamisti e principi fondamentali delle democrazie liberali, a partire dalla libertà individuale, dalla parità tra uomini e donne e dai diritti delle persone LGBT.
La storia iraniana, che lei richiama, è certamente istruttiva: l'alleanza tra forze politiche laiche e religiose contro un avversario comune non garantisce affatto che, una volta conquistato il potere, quelle forze condividano il medesimo progetto di società.
Credo, tuttavia, che sia essenziale distinguere tra islam, cittadini musulmani, islamismo politico e organizzazioni effettivamente impegnate in strategie di infiltrazione istituzionale. Confondere questi piani sarebbe un errore analitico e finirebbe per indebolire la capacità di individuare i fenomeni realmente problematici.
Quanto ai casi che cita, da Ceuta alle vicende italiane, sono spunti interessanti che meritano di essere esaminati ricostruendo responsabilità, obiettivi e connessioni effettive.
Il problema, in definitiva, non è la presenza di una comunità religiosa nella società, ma l'eventuale tentativo di utilizzare le libertà democratiche per limitare quelle stesse libertà. Ed è proprio su questo terreno che una democrazia deve dimostrare di saper essere, contemporaneamente, aperta, lucida e intransigente nella difesa dei propri principi.
La ringrazio ancora per gli spunti di riflessione.
Blek
11 ottobre 2026 12:58
E che dire della recente Risoluzione Ue contro l'entrismo islamico? Ovvero l'islam politico che e' fondamentalmente la Rete dei Fratelli musulmani, che l'Europa si sta avviando a riconoscere come associazione terroristica,come gia' in Egitto in Arabia saudita negli Emirati arabi unitib e che,prevedibilmente, ha trovato l'opposizione di Pd,5 stelle e Avs? Conferma di quell'islamgauchismo che nulla pare aver imparato dalla lezione iraniana?
Nia Guaita
12 ottobre 2026 17:46
Grazie Blek per aver sollevato una questione importante e meritevole di approfondimento. Il rapporto tra islam politico, fondamentalismo e democrazia europea è un tema che non può essere affrontato con superficialità, così come è necessario distinguere tra la fede islamica, che riguarda milioni di cittadini, e le organizzazioni che perseguono obiettivi politici incompatibili con i principi democratici.
La recente risoluzione europea conferma che il problema è al centro del dibattito istituzionale, ma occorre distinguere tra la richiesta di verificare i presupposti per eventuali inserimenti nella lista delle organizzazioni terroristiche e una decisione definitiva in tal senso.
Quanto alle posizioni dei partiti italiani, è legittimo chiedere conto delle loro scelte e delle motivazioni che le hanno determinate. Credo, tuttavia, che il confronto sia più utile quando si fonda sui fatti e sui contenuti delle decisioni, piuttosto che su etichette politiche. La difesa della democrazia e delle libertà non può prescindere dalla capacità di contrastare ogni forma di estremismo, nel rispetto dello Stato di diritto.
biagio
11 ottobre 2026 16:05
Condivido la riflessione di Nia Guaita. Da sociologa evidenzia un aspetto importante: quando le istituzioni non riescono più a essere percepite come vicine e credibili, il disagio sociale diventa terreno fertile per chi sa alimentare rabbia, paure e contrapposizioni.
È anche per questo che credo sia importante riflettere sul valore della democrazia. Non ci è stata regalata: ce la siamo conquistata. Forse oggi la stiamo dando troppo per scontata e, in parte, la stiamo anche perdendo. Lo penso quando vedo crescere la sfiducia verso le istituzioni, quando il confronto lascia spazio agli insulti, quando problemi complessi vengono ridotti a slogan e quando sempre più persone cercano risposte semplici a problemi difficili. Basta guardare alla crescente polarizzazione degli Stati Uniti per capire quanto siano fragili anche le democrazie più consolidate.
La lezione che arriva dalla Francia, a mio avviso, è che nessuna società può considerarsi al riparo quando si indeboliscono il senso civico, la fiducia nelle istituzioni e la capacità di affrontare i problemi senza trasformare ogni disagio in uno scontro tra opposte tifoserie. La democrazia resta un equilibrio delicato e va coltivata ogni giorno. Anche per questo servirebbe una classe politica meno concentrata sul consenso immediato e più impegnata ad affrontare i problemi reali del Paese, rafforzando così la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Biagio
Nia Guaita
12 ottobre 2026 17:41
Grazie Biagio per questo contributo, che arricchisce la riflessione sui disordini in Francia e sulle loro possibili cause. La democrazia non è mai una conquista definitiva: ha bisogno di istituzioni credibili, di una politica capace di ascoltare i cittadini e di una società che non rinunci al confronto. Quando la fiducia viene meno, il disagio rischia di trasformarsi in rabbia e la contrapposizione prende il posto del dialogo. È proprio per questo che occorre interrogarsi non soltanto su ciò che accade, ma anche sulle condizioni che lo rendono possibile. Una riflessione che riguarda la Francia, ma che non può lasciare indifferenti neppure noi.