"Teti e Peleo" monumentale favola di Cavalli che ha consacrato il cremonese Antonio Greco. L'opera ha chiuso al Ponchielli il ciclo della lirica barocca del Monteverdi Festival
Omaggio. Un grande e monumentale omaggio a Francesco Cavalli in occasione dei 350 anni della sua morte. Il Monteverdi Festival ha voluto rendere così un giusto tributo al compositore cremasco che è stato non solo allievo del ‘Divin’ Claudio ma anche ambasciatore della sua musica in Europa, a partire dalle principesche regge francesi. Lo ha fatto nel migliore dei modi con la produzione delle Nozze di Teti e Peleo: opera scenica in un prologo e tre atti su libretto di Orazio Persiani (prima rappresentazione: Venezia, Teatro San Cassiano, 24 gennaio 1639 e prima ripresa moderna come nuova produzione e allestimento a cura della Fondazione Teatro Ponchielli di Cremona e del Monteverdi Festival).
Imponente operazione culturale, storica e musicale perfettamente riuscita per merito soprattutto di un altro cremonese Antonio Greco: raffinato musicista che coltiva, da decenni, questo repertorio con studio ‘matto e disperatissimo’. Passione che lo ha portato a dirigere l’Orchestra e Coro Cremona Antiqua (Maestro del coro Diego Maccagnola) facendola diventare uno dei complessi barocchi più importanti nel panorama nazionale.
Il merito di Greco non è stato solo quello di una direzione elegante. Filologicamente impeccabile. Voluta e sentita con il cuore nonostante quelle che potrebbero essere aridità di natura musicologica. Il suo valore stato soprattutto quello dell’aver ridato vita a un’opera importante, fondamentale per la storia del teatro in musica. E tutto questo anche il contributo della trascrizione del manoscritto opera da Angela Romagnoli (Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell’Università di Pavia, sede di Cremona). Un lavoro accurato basato su gusto musicale. Conoscenza delle fonti storiche. Capacità di ricreare un testo che avesse un respiro teatrale. E grande tenuta interpretativa: la messa in scena supera le 4 ore.
Non di meno è stata l’accuratezza con le quali ha scelto le voci. La preparazione curata, estremamente bilanciata nell’omogeneità. Valentina Ferrarese è stata una Teti di spessore. In grado di esprimere quella tavolozza di sentimenti che la attraversa in tutto il libretto di Persiani. Stesso giudizio anche per Ferran Albrich, Peleo. Profondamente bravo in quel risveglio dal sonno che tanto ricorda lo stesso di Ulisse nel ‘Ritorno’ monteverdiano. E ancora Danilo Pastore nel complicato ruolo della Disocordia. Arcigno e malevolo nei tempi giusti. Aiutato anche dalla scelta di un costume perfettamente aderente al suo ruolo nella narrazione. Ma tutto il resto del cast è stato all’altezza di una grande interpretazione per qualità delle voci. Intonazione. Ricerca dell’espressività. Presenza teatrale a partire da Matteo Straffi Mercurio, Eaco; Matteo Straffi; Marte e Momo Angelo Testori; Giove, Nereo, Alessandro Ravasio; Sileno, Plutone, Tritone, Giacomo Pieracci; Paride, Tempo, Jorge Navarro Colorado; Giunone, Fama, Mara Gaudenzi; Venere, Tesifone, Marzia Marzo; Pallade, Benedetta Zanotto; Bacco, Matteo Laconi; Himeneo, Maximiliano Danta Megera, Mergellina, Gaia Ammaturo; Aletto, Alessandro Simonato; Radamanto, Marcello Zinzani; Chirone, Arrigo Liverani Minzoni.
Un capitolo a parte è da dedicare alla regia di Petra Deidda (assistente alla regia Marta Dellabona) che si è avvalsa delle scene e dei costumi di Valentina Volpi e delle luci di Oscar Frosio. Aldilà di qualche licenza nei costumi, in alcune scene un po’ azzardati per modernità, il resto della sua narrazione è stato molto piacevole. Ha avuto intuizioni geniali come nell’incontro tra Teti e Tritone. Una pagina bellissima dove si è toccato, con mano, il sapore tutto fabulistico della vicenda mitologica. Apprezzabile anche la distribuzione nello spazio teatrale di tutti i personaggi. Altrettanto belle le immagini finali con l’amore che trionfa sulla discordia.
Grandi applausi finali soprattutto per Antonio Greco che ha raccolto una giusta meritata ovazione del popolo del Festival.
Le foto sono di Antonino Dimondo
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