6 giugno 2021

La tragedia del Laconia, 1600 morti per il siluramento di una nave che portava prigionieri di guerra, tra i superstiti un cremonese

Era il 12 settembre del 1942 quando, alle 20 circa, si consumò nell'Oceano Atlantico una delle più grandi tragedie del mare. Durante quella giornata la nave inglese Laconia comandata dal capitano Rudolf Sharp, che trasportava circa 1800 prigionieri italiani della campagna d'Africa oltre a circa 400 civili inglesi e 200 carcerieri polacchi, venne affondata con un micidiale attacco di siluri lanciati dall'U-boot 156 comandato dal capitano di corvetta Werner Hartenstein, abilissimo ufficiale sommergibilista.

In quel drammatico 12 settembre perirono, a causa di quello che gli storici alleati definiscono “L'incidente del Laconia” mentre per molti è “La tragedia del Laconia”, circa 1600 persone, in buona parte soldati italiani che, in realtà, avrebbero potuto essere salvati seguendo quelle leggi marittime che, anche in periodo di guerra, andrebbero rispettate.

La storia di questo fatto narra tutta la drammaticità di una guerra che, per tutti i prigionieri italiani, era ormai finita; dopo la campagna d'Africa le forze alleate avevano catturato migliaia di soldati da destinare in uno dei campi lavoro sparsi nel continente africano, lo scafo Laconia fu incaricato, con partenza da Suez il 29 luglio del 1942, di trasportare più di 2600 italiani da destinare alla prigionia.

A Durban, in Sudafrica, 800 di loro vennero scaricati per essere destinati al lavoro nella colonia inglese, mentre i rimanenti 1800 continuarono il loro viaggio di circumnavigazione del continente, sempre agli ordini del capitano Sharp il quale deteneva un triste primato; nel suo precedente comando sul Lancastria fu vittima di un affondamento aereo nel 1940 che costò il maggior numero di vittime tra i passeggeri della Marina britannica. Una volta fermatosi a Città del Capo per motivi tecnici il Laconia si avviò verso le coste occidentali dell'Africa, a bordo vi erano circa 2000 soldati italiani della prima battaglia di El Alamein, appartenenti a varie divisioni impegnate nel conflitto nordafricano. Buona parte dei prigionieri vennero trasferiti a Suez e imbarcati in maniera disumana all'interno della stiva del Laconia, bloccati da sbarre stile prigione all'interno del ventre della nave, con razioni minime di cibo e acqua e sorvegliati dai carcerieri polacchi.

Con l'affondamento della nave Laconia e la successiva serie di eventi si venne a creare un dramma politico e giudiziario che, a fine conflitto, avrebbe chiamato in causa davanti alla corte marziale alleata l'ammiraglio tedesco Doenitz.

Infatti il Laconia fu colpito da un U-boot tedesco, ma il comandante Hartenstein si rese conto poco dopo l'attacco alla nave di aver colpito un battello carico di prigionieri italiani loro alleati. Seguendo le leggi marittime l'U 156 cominciò le operazioni di salvataggio di chiunque fosse riuscito ad abbandonare la nave, senza distinzione tra italiani, inglesi o polacchi, chiamando nella zona altri natanti.

A questo punto arrivarono sul luogo del disastro altri U-boot tedeschi, ovvero l'U 506 il 15 settembre mentre il giorno successivo si presentarono l'U 507 e il sommergibile italiano Cappellini, tutti coalizzati per aiutare le operazioni di recupero dei naufraghi.

Il Laconia, in quel momento, giaceva sul fondo dell'Oceano con circa 1400 italiani, molti annegati perché intrappolati nella stiva; vista l'entità del dramma il comandante dell'U 156 aveva trasmesso su ogni frequenza, per fare in modo che anche gli alleati ne venissero a conoscenza, la necessità di navi di qualsiasi nazione belligerante o non in supporto al recupero dei superstiti. Era una sorta di richiesta di “neutralità” per la zona dell'affondamento del Laconia. Le cose non andarono come previsto, perché l'U 156, nonostante avesse chiarito le sue intenzioni di pensare solo al salvataggio dei naufraghi, venne attaccato da bombardieri aerei statunitensi convinti che la richiesta di “neutralità” di Hartenstein fosse solo un sotterfugio per attirare altre navi in zona ed affondarle. Questo fatto provocò un dramma nel dramma, l'U 156, vistosi attaccato, dovette immergersi ed abbandonare al loro destino i naufraghi aggrappati su scialuppe trainate dal sommergile, scialuppe che portavano italiani ma anche inglesi e polacchi. Quelle zattere erano ad oltre 1000 kilometri dalle coste africane, di coloro che affrontarono quel viaggio solo una minima parte riuscì a raggiungere la terraferma. I bombardamenti aerei attaccarono la missione di soccorso continuando a bombardare gli altri sommergibili impegnati nella missione di salvataggio.

Dopo l'attacco effettuato dai bombardieri l'ammiraglio Doenitz rese più duro l'ordine operativo di battaglia “Triton null”, detto ordine Laconia, il quale inaspriva ulteriormente l'obbligo da parte dei comandanti di U-boot di non aiutare i naufraghi delle navi affondate. Questa scelta portò Doenitz, nel maggio del 1946, a difendersi dalle accuse di aver violato i trattati internazionali, negli atti del processo appare chiaro che l'ammiraglio aveva deciso di dare questo ordine perché l'U 156, nonostante avesse appeso sullo scafo una bandiera della Croce Rossa e avesse diffuso il messaggio di recupero superstiti, fu preso di mira dagli aerei. Doenitz specificò inoltre che, durante l'attacco aereo, una bomba aveva colpito in pieno una zattera piena di naufraghi, l'ammiraglio si difese spiegando l'accaduto e anche che aveva deciso ignorare il diktat di Hitler che aveva chiesto di eliminare sul posto ogni sopravvissuto ad esclusione del comandante delle imbarcazioni.

Il tragitto del Laconia conobbe la sua fine il 12 settembre a questo punto il racconto del dramma può essere affidato a Mario Lupi, nato a Pandino nel 1920 ma trasferitosi da piccolo con la famiglia ad Abbiategrasso il quale, nel 2010, descrisse l'odissea del Laconia con il manoscritto “La tragedia del Laconia, c'ero anch'io”, vibrante ed emozionante descrizione dei fatti che hanno portato alla sciagura. Sopravvissuto alla spaventosa prima battaglia di El Alamein, Mario Lupi è stato uno dei pochissimi italiani rimasti in vita nell'affondamento del Laconia e al successivo dramma di trovarsi su una piccola zattera tra le acque oceaniche infestate da squali. Lupi era in forza al 3° Reggimento Artiglieria di Divisione Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta” che, insieme al 7° bersaglieri, rappresentarono la punta più avanzata dell'attacco italo-tedesco in Africa (il famoso ceppo di El Alamein “Mancò la fortuna, non il valore” è stato posto a 111 kilometri da Alessandria d'Egitto proprio in memoria del 7° bersaglieri).

Il signor Lupi, scomparso nel 2011, fu catturato nel contrattacco inglese ad El Alamein e seguì la sorte di tanti altri italiani prigionieri destinati ai campi di prigionia africani. Leggendo il suo racconto si capisce quale spaventosa fine ha accompagnato molti italiani, partendo dalle drammatiche condizioni del viaggio fino alle ore 20,00 del 12 settembre ma, per i pochi superstiti compreso Mario Lupi, la tragedia del Laconia si concluse con l'arrivo a Dakar il 20 settembre. Lupi, che si trovava nella parte più alta della stiva, aveva sentito distintamente i siluri che colpivano la nave; subito dopo l'attacco al Laconia nella stiva ma anche in coperta cominciarono le scene di panico, mentre i prigionieri cercavano una via d'uscita dal ventre della nave i carcerieri sparavano sugli italiani e gli inglesi cercavano una via di salvezza con le scialuppe, scene così drammatiche ed estreme tanto che il Laconia venne definita da Bruno Beltrami, altro sopravvissuto italiano, “La nave dei folli”. Appena fu chiaro tra i prigionieri di aver subito un attacco tutti si accalcarono davanti alle sbarre per cercare di uscire dalla trappola della stiva, i carcerieri polacchi, forse anche loro nel panico, cominciarono a respingerli lontano dalle sbarre, sparando o a colpi di baionetta.

Lupi riuscì ad arrivare in coperta arrampicandosi in una conduttura di legno che lo fece arrivare in sotto coperta, ma la paura che lo attanagliava lo accompagnò anche quando, lasciata la nave per gettarsi in acqua, cercava disperatamente un appiglio per poter restare a galla. Il Laconia, infatti, trasportava molte più persone di quante potesse portarne, per cui le zattere di salvataggio furono occupate quasi tutte dagli inglesi o dai polacchi, ai pochi italiani superstiti sarebbe toccata la sorte di sopravvivere alle acque oceaniche in attesa degli aiuti. Mario Lupi fu uno di questi, raggiunta una zattera di fortuna con altri connazionali cominciarono le lunghe, lunghissime ore di attesa senza nulla, nella speranza di poter incrociare un battello che li salvasse, prima che le onde o gli squali potessero portare i loro mortali attacchi. Come scrisse nelle suo racconto: “Tra noi, attorno alla zattera, più neanche una parola. Si doveva risparmiare tutto”.

Nei ricordi di Mario Lupi, durante il periodo passato immerso nell'oceano nel disperato tentativo di restare a galla, il suo pensiero viaggiava spesso a sua madre e alla preghiera dell'Ave Maria, nella speranza di poter trovare la forza di uscire da quella tragedia e di rivedere la sua famiglia. Le pagine del manoscritto descrivono con profonda agitazione gli stenti, il terrore e il senso di alienazione che hanno vissuto i superstiti, prima abbandonati in una trappola che stava affondando e poi in balia delle onde oceaniche. Il Laconia si inabissò verso le 22 del 12 settembre, un boato scosse l'aria e le acque, fiamme ed esplosioni riempirono la notte, il Laconia stava raggiungendo il fondo dell'oceano intrappolando per sempre i corpi di migliaia di soldati italiani.

Il giorno successivo il pandinese fu tratto in salvo dall'U-boot 156, per poi essere trasferito sull'U 507 il quale cercò di trainare più zattere possibili lontano dal luogo del disastro. Anche l'U 507 fu oggetto di attacchi aerei da parte degli alleati, fino a quando alcune imbarcazioni francesi non si fecero carico dei circa 150 sopravvissuti italiani per trasferirli al sicuro nel porto di Dakar. Dopo l'arrivo degli aiuti l'odissea dei naufraghi del Laconia era ancora lontana dalla sua fine, innumerevoli furono gli uomini che persero la vita nell'oceano o per stenti appena approdati al sicuro, rendendo ancora più grave le cifre di questo massacro. L'U 156 venne affondato da un attacco aereo l'8 marzo del 1943, con ancora al comando Werner Hartenstein; tutti gli uomini dell'equipaggio perirono in quella data. Il triste epilogo del Laconia sarà purtroppo il preludio di un altri drammi del mare consumati ai danni di inermi prigionieri italiani, a quel tragico 12 settembre 1942 venne dedicata anche un film dal titolo “L'affondamento del Laconia”.

Marco Bragazzi


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commenti


Daniele Disingrini

8 giugno 2021 12:02

Anche un'altro cremonese si salvò.
Si tratta di Virginio Pelizzoni di Alfiano Vecchio (Corte de' Frati).
Di lui ho una lunga intervista sui fatti accaduti.