9 dicembre 2023

Mastro Maffiolo, il ricamatore di arazzi e artista del vetro cremonese che realizzò le splendide vetrate del coro del duomo di Milano

Il duomo di Milano possiede straordinarie vetrate gotiche che costituiscono un'affascinante Bibbia luminosa ed uno dei più interessanti esempi dell'arte vetraria italiana. La loro stesura seguì passo passo le vicende edilizie del cantiere quando già nella prima fase dei lavori si presentò il problema di chiudere con vetri le grandi finestre. La prima soluzione proposta nel 1397 prevedeva semplicemente la messa in opera di vetri colorati, ma già qualche anno dopo si decise di dare alla finestre delle vetrate istoriate, decorate in modo da costituire il racconto visivo con cui Dio si manifesta al suo popolo attraverso la luce, immagine stessa di Cristo. Il cantiere, in realtà, si è chiuso solo nel 1988 con il compimento delle finestre sulla facciata, dopo sei secoli di lavori in cui si sono alternati i maggiori maestri vetrai, da Michelino da Besozzo a Stefano da Pandino, da Pellegrino Tibaldi all’Arcimboldo, oltre a un’infinita serie di maestri lombardi, fiamminghi e internazionali come l’ungherese Giovanni Hajnal dell’ultimo lavoro. E tra i primi artisti che si cimentarono nell'impresa vi fu anche un cremonese, ricordato nei Registri della Veneranda Fabbrica del duomo di Milano con il nome di Maffiolo, non solo in qualità di “magister” vetraio, ma anche come “rechamatorem”, cioè arazziere. Di questo artista sicuramente importante, almeno a giudicare dalle vicende in cui fu coinvolto a Milano, e della sua famiglia, non è rimasta alcuna traccia negli storici locali. Al punto tale che si è pensato che in realtà la sua formazione artistica sia avvenuta a Milano, dove potrebbe essere giunto al seguito di Bonino da Campione, lo scultore campionese attivo nel duomo di Cremona agli esordi della sua carriera, che nel 1357 aveva firmato il sarcofago di Folchino Schizzi, oggi collocato sotto la Bertazzola alla destra del protiro maggiore della Cattedrale. Bonino, destinato a diventare nel corso del XIV secolo il maggior rappresentante della produzione plastica lombarda, era entrato a far parte del Consiglio della Fabbriceria del duomo milanese nel 1388, dopo essere stato nel corso degli anni Settanta uno degli scultori preferiti dai Visconti. Qui Bonino lavorò fino al 1397, contemporaneamente a Iacopo da Campione, autore della lunetta della porta della sacrestia settentrionale e ingegnere della Fabbrica accanto a Giovannino de' Grassi che, con le sue ricerche naturalistiche, rappresentava il maggior interprete dell'arte gotica lombarda, precedente gli influssi che avrebbe poi esercitato il gotico internazionale. Sono gli anni in cui gli artisti lombardi difendevano la tradizione locale contro gli influssi delle maestranze tedesche, rappresentate dallo scultore Hans Fernach e dall'architetto Heinrich Parler di Ulma.

Conclusasi questa fase con la morte dei suoi protagonisti, il panorama degli scultori presenti a Milano fu dominato da personalità come Jacopino da Tradate, Matteo Raverti e Niccolò da Venezia, che operarono secondo i modelli loro forniti da Paolino da Montorfano e Isacco da Imbonate. Paolino da Montorfano è il più antico pittore con questo cognome, ricordato nelle carte dell'archivio della Fabbriceria, quando il 3 agosto 1402 si offriva per dipingere alcune storie di santi per le vetrate del duomo. Allo stesso anno risale la prima citazione del nostro Maffiolo come vetraio e come "magister" impegnato nella fase di costruzione e decoro architettonico dell'edificio. Maffiolo compare in un documento del 30 maggio 1402 come membro della commissione chiamata a giudicare il disegno per il finestrone centrale dell'abside del duomo, progettato da Filippino da Modena: è indicato come il disegnatore e il supervisore del tondo con la "collumbeta", l'aquila che orna lo straforo terminale della finestra. Due sculture in marmo serpentino con lo stesso soggetto, che con questa denotano evidenti somiglianze formali, conservate oggi al Museo del Duomo di Milano senza che ne sia conosciuta la provenienza, potrebbero essere ricondotte alla progettazione ed esecuzione da parte di Maffiolo che, dunque, sarebbe stato anche scultore. Si è ipotizzato infatti il suo intervento anche per un capitello pensile dello zoccolo esterno del duomo raffigurante una Testa di vecchio con grappolo d'uva, già attribuito a maestranze nordiche attive nel cantiere alla fine del XIV secolo, ma riconducibile a Maffiolo per il confronto con le linee nette e flessuose della "collumbeta" e la somiglianza con il volto del Padre Eterno, effigiato nelle vetrate che l'artista cremonese realizzò a partire dal 1417.

Nel 1429, però, Maffiolo è indicato nei documenti anche come "magistrum rechamatorem", a testimonianza della particolare eccellenza in quest'arte, della quale però nulla è rimasto. Non è un fatto strano, dal momento che nel medioevo sono noti casi di grandi artisti che praticarono più di un'arte, senza dimenticare il fatto che Maffiolo proveniva da una città dove la fabbricazione ed il commercio dei panni di lino e di cotone era fiorente fin dalla metà del Duecento e non è fuori luogo ritenere che, accanto a tessitori, curatori, manganatori e tintori vi fossero anche artisti impegnati in questo tipo di lavorazione. A Pavia, ad esempio, nel 1410 era attivo come ricamatore Teodorico di Fiandra, mentre nel 1420 è ricordato a Mantova come”tapezarius” e “magister a paramentis” un certo “Zaninus de Francia” che avrebbe fornito disegni per arazzi. Un altro “Francisco de Mantua” è citato in alcuni documenti degli Archivi Vaticani come “rechamatori” tra il 1417 ed il 1420. Francesco Malaguzzi Valeri ricorda un certo Stefano ricamatore che nel 1456 aveva impegnato a Soncino una stoffa sottratta al conte Carlo da Motone, e nel 1459 un tessitore, Pietro Mazzolino, che aveva aperto a Milano un laboratorio di velluti e sete ricamate.

Il maggiore impegno di Maffiolo nella Fabbrica del duomo fu senz'altro nell'ambito della realizzazione delle vetrate del coro, di cui restano solo pochi antelli sopravvissuti alla distruzione e agli spostamenti ottocenteschi. Si tratta delle vetrate con la Creazione degli animali e delle piante, della creazione dell'Universo e della creazione dell'uomo già assegnati da Monneret de Villard a Niccolò da Varallo ma riportate poi a Maffiolo in seguito al ritrovamento di numerosi pagamenti per la loro esecuzione. La messa in opera di vetrate istoriate nel duomo milanese era cominciata agli inizi del XV secolo con la commissione delle finestre della sacrestia, per eseguire le quali arrivarono Antonio da Cortona e Niccolò da Venezia. Con il procedere dell'elevazione dell'edificio, seppur relativamente tardi, nel 1414 i fabbriceri Beltramino da Bollate e Giorgio de Lavizzi vengono incaricati di cercare un artista che sia in grado di decorare con vetrate i tre grandi finestroni dell'abside, dopo la conclusione del grande rosone centrale della Raza dedicato al duca Galeazzo Visconti. Un'impresa colossale che avrebbe comportato la realizzazione di trecento antelli rettangolari ed altrettanti per i tre rosoni. Scelgono Zanino Angui de Normandia a cui vengono consegnati vetro, ferro e piombo, ma intanto vogliono verificare anche le capacità dei numerosi artisti locali che nel frattempo si sono offerti, tra cui Maffiolo da Cremona e Franceschino Zavattari. Maffiolo è già impegnato in diversi lavori, ed è di volta in volta indicato come recamatorem‘, ‘de la rama’,’faber’; Franceschino invece appartiene alla famiglia degli Zavattari, famosi frescanti. Nessuno di loro in effetti è uno specialista maestro vetraio. Il 29 febbraio 1416 Zanino Angui presenta un gruppo di antelli già eseguiti ad una commissione di esperti, tra cui vi è anche un altro cremonese, Stefano da Pandino, abitante a Milano dove conduce una bottega di pittore insieme al padre Lanfranco. Evidentemente allettato dalla possibilità di lavorare nel cantiere del duomo, lo stesso Stefano qualche mese dopo presenta un antello di prova offrendosi di eseguirlo a proprie spese purchè gli venga messo a disposizione il materiale necessario. I fabbriceri, a loro volta pressati dalle difficoltà economiche, nel 1417 accettano la proposta e riforniscono Stefano di una grande quantità di vetro necessario alla realizzazione di venti antelli e alla fine di ottobre assegnano a Maffiolo l'esecuzione delle altre due finestre absidali, dopo un duro confronto con Franceschino Zavattari, a cui erano state appaltate in un primo tempo. Per eseguirle Franceschino si era impegnato ad acquistare il vetro a proprie spese, ma evidentemente non aveva convinto del tutto la Veneranda Fabbrica, che aveva preferito anticipare invece 540 lire a Maffiolo. Nel maggio del 1418, al momento della consacrazione dell'altare maggiore da parte del papa Martino V, provenente da Basilea e diretto a Roma, le vetrate non sono ancora pronte ed i nuovi pannelli vi sono apposti in modo provvisorio. Il 10 marzo 1420 i venticinque antelli di Maffiolo, costituenti il primo quarto della vetrata, vengono esaminati dalla commissione della Fabbrica, tra cui anche un esperto, Tomaso degli Umiliati di Brera. Ma vi è un ritardo nell'esecuzione dei pannelli, ed inizia un contenzioso con la Veneranda Fabrica, a dirimere il quale viene chiamato nell'agosto Michelino da Besozzo, "pictorem superno et magistrum a vitratis in totum". Nei dieci mesi successivi Maffiolo realizza e consegna un altro quarto del finestrone e nell'agosto del 1421 ha finalmente fine con il pagamento di 22 antelli per la vetrate grande. Nel 1424 è registrato il pagamento del lavoro e l'anno successivo gli viene fatto credito per la concessione di altro vetro insieme con Paolino da Montorfano.

 

L'ultima opera documentata di Maffiolo è del 1427: si tratta della commissione di due insegne di Filippo Maria Visconti da porre sopra uno stendardo in campo d'oro, per le quali gli furono computate le spese per l'oro, l'argento e la seta. Un'attività legata evidentemente alla sua competenza di "magistrum rechamatorem", che testimonia gli ambiti dell'attività figurativa della sua bottega, continuata presumibilmente dal figlio Giovanni. Di Maffiolo non è nota né la data né il luogo della morte.

Fabrizio Loffi


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