Quando l’unione si spezza: Torre de’ Picenardi, Pessina Cremonese e Isola Dovarese, cronaca di una separazione annunciata
“La forza sta nell’unione”. È una frase semplice, quasi abusata, eppure mai come oggi rivela tutta la sua drammatica attualità. Il 2025 segna la fine della collaborazione tra Torre de’ Picenardi, Isola Dovarese e Pessina Cremonese: una separazione definitiva, maturata tra contrasti divenuti insanabili, che non riguarda solo le amministrazioni comunali, ma racconta molto di più. Racconta il destino dei piccoli territori italiani, sospesi tra visioni incompiute, campanilismi duri a morire e un futuro che fatica a prendere forma.
Per comprendere davvero il senso di questa frattura bisogna guardare indietro, alla storia che ha caratterizzato i due principali paesi dell’Unione. Per secoli Isola Dovarese, sotto l’influenza della famiglia Dovara, ha beneficiato dell’orbita mantovana e del respiro culturale dei Gonzaga. Torre de’ Picenardi, legata alla famiglia Picenardi, è rimasta invece nel Ducato di Milano, terra di confine, luogo di passaggio e di controllo. Due mondi politici diversi, separati da equilibri di potere che hanno inciso profondamente sull’identità dei territori, nonostante la vicinanza geografica, il paesaggio condiviso, la stessa pianura che li abbraccia e li rende simili agli occhi di chi arriva da fuori.
Quelle divisioni storiche, mai del tutto superate, hanno continuato a pesare anche nel presente. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa sembrava essersi mosso nella direzione opposta. Torre de’ Picenardi e Isola Dovarese avevano scelto di camminare insieme, partecipando a progetti finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con l’ambizione di costruire un’offerta culturale e turistica unificata. La Casa della Cultura, l’ostello a Torre de’ Picenardi, le iniziative condivise: sulla carta un disegno affascinante, coerente, perfettamente in linea con le parole chiave del nostro tempo – rete, sinergia, valorizzazione del territorio.
Ma è proprio qui che nasce la domanda più scomoda, quella che spesso nessuno vuole davvero affrontare: all’atto pratico, cosa accade veramente? I documenti raccontano una storia, il territorio ne racconta un’altra. Chi lo conosce da vicino lo sa bene. I progetti esistono, i finanziamenti arrivano, ma la visione fatica a tradursi in una gestione efficace, continuativa, capace di incidere sul tessuto sociale ed economico. Le incomprensioni si accumulano, le divergenze diventano fratture, fino al punto di non ritorno.
E così si arriva alla separazione del 2025. Un epilogo che lascia l’amaro in bocca, perché segna la fine non solo di una collaborazione amministrativa, ma di un’idea: quella che tre piccoli comuni, insieme, potessero contare di più, attrarre di più, offrire di più.
Il confronto con le realtà vicine rende il quadro ancora più evidente. San Giovanni in Croce, per esempio, ha scelto una strada diversa. Con coraggio e lungimiranza ha affidato a professionisti la gestione di Villa Medici del Vascello, trasformandola in un polo culturale vivo, riconosciuto, capace di ridare splendore non solo alla villa, ma all’intero territorio circostante. Una dimostrazione concreta che la visione, quando è accompagnata da competenze e continuità, può produrre risultati reali.
A Torre de’ Picenardi, invece, giorno dopo giorno, si osserva il declino di Villa Sommi Picenardi. Un luogo carico di storia e bellezza, che sopravvive più nel racconto che nella realtà. Qualche tentativo di storytelling, qualche iniziativa isolata per ricordarne lo splendore passato, ma senza una strategia solida, senza una progettualità capace di restituirle un ruolo centrale nel presente.
Diversa, ancora una volta, la traiettoria di Isola Dovarese. Qui si lavora su una visione di recupero sistemico della straordinaria Piazza Gonzaghesca, uno spazio unico nel suo genere, che oggi attira l’attenzione e la curiosità di personalità provenienti da ogni dove. Un esempio di come la coerenza, la cura e una chiara idea di futuro possano trasformare un luogo in un punto di riferimento culturale.
La fine della collaborazione tra Torre de’ Picenardi, Pessina Cremonese e Isola Dovarese non è quindi solo una notizia locale. È un simbolo. Il simbolo di un’Italia fatta di piccoli territori che, invece di riconoscersi come parti fondamentali di un sistema più ampio, scelgono spesso la strada dell’isolamento. È la dimostrazione che l’individualismo, anche su scala comunale, non porta lontano.
Forse è arrivato il momento di tornare a quel principio tanto semplice quanto rivoluzionario: l’unione fa la forza. Non come slogan vuoto, ma come scelta concreta, quotidiana, fatta di competenze, umiltà e capacità di guardare oltre il proprio confine. Perché la storia insegna che i territori che hanno saputo unirsi hanno resistito al tempo. Quelli che si sono chiusi in sé stessi, invece, sono lentamente scomparsi.
A completare questo quadro già fragile e carico di interrogativi, arriva una data destinata a restare simbolica: il 31 dicembre 2025. È il giorno in cui si è ufficialmente sciolta l’Unione Terre di Pievi e di Castelli, l’ente sovracomunale che riuniva Torre de’ Picenardi, Isola Dovarese e Pessina Cremonese. Una fine che non è solo formale, ma profondamente sostanziale, perché segna il venir meno di uno degli ultimi tentativi di gestione associata dei servizi in un’area già messa alla prova da numeri ridotti, risorse limitate e complessità crescenti.
Lo scioglimento dell’Unione apre ora una fase delicata di riorganizzazione della macchina amministrativa, a partire dalla gestione del personale in servizio. I dipendenti vengono trasferiti alle singole amministrazioni comunali competenti, chiamate a garantire la continuità dei servizi ai cittadini. Un passaggio tutt’altro che indolore: non lo è sul piano pratico, dove occorre riallocare competenze, funzioni e responsabilità; e non lo è nemmeno sul piano economico, perché la frammentazione comporta inevitabilmente un aumento dei costi, una duplicazione di strutture e una perdita di quelle economie di scala che l’Unione, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto garantire.
È un processo complesso, carico di incognite, che mette ulteriormente sotto pressione comuni già piccoli e strutturalmente fragili. La promessa di una gestione più efficiente, più razionale, più sostenibile si scontra con la realtà dei bilanci, con la difficoltà di reperire personale qualificato e con l’onere di mantenere standard di servizio adeguati in un contesto sempre più esigente.
Così, mentre l’Unione Terre di Pievi e di Castelli chiude definitivamente i battenti, resta una domanda che pesa come un macigno sul futuro di questi territori: era davvero inevitabile arrivare a questo punto? O, ancora una volta, si è scelto di rinunciare alla complessità dell’unione per rifugiarsi nella rassicurante – ma spesso illusoria – autonomia del singolo? In un’epoca in cui governare significa saper condividere risorse, visioni e responsabilità, la dissoluzione dell’Unione rischia di apparire non come una soluzione, ma come l’ennesimo passo verso un isolamento che il territorio, oggi più che mai, fatica a permettersi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti
Vale
3 gennaio 2026 21:15
Abito ad Isola Dovarese da poco ed ho dovuto affrontare lo "scoglio" burocratico di chi si è appena trasferito...devo ammettere che saltare da un Comune all'altro per inseguire gli orari degli uffici condivisi è stata una gran perdita di tempo. Così come in ogni pratica, bene solo all'anagrafe ma perché è l'unico ufficio che non era condiviso!
Sarà stato un risparmio di denaro ma l'unione mancava proprio della base...essere utile ai cittadini!
Avere un solo impiegato che deve fare i salti da un ufficio all'altro non solo abbassa la qualità del servizio offerto alle persone ma anche uno stress per lo stesso impiegato! Allo stato attuale meglio che si sia fallita questa unione.
Simone
4 gennaio 2026 08:01
Comprendo in linea di massima il tema della scomodità di un servizio diffuso ma credo che si imponga una riflessione più ampia: spopolamento dei paesi e minori risorse a disposizione delle amministrazioni locali impongono delle scelte di aggregazione di alcune funzioni che rappresentano la sopravvivenza dei territori; credo sia più questo il senso dell’unione, nel medio termine ho paura si debba guardare più alla luna che al dito…