Rinaturazione del Po? Macché, cimitero dei fuscelli messi a dimora, rinsecchiti sotto il sole cocente. Le foto lungo il fiume a Stagno Lombardo
Rinaturazione o morte annunciata? Sviluppo di nuove aree verdi o “deserti” lungo il Po? Soldi spesi bene e per una giusta causa o, come spesso accade in Italia, destinati ad un progetto poi impossibile da seguire e gestire nel tempo? Queste (e tante altre) sono le domande che sorgono, spontanee e legittime, a proposito del mega progetto di Rinaturazione del fiume Po, finanziato con fondi del Pnrr, che, come ampiamente noto, per quanto riguarda il cremonese ha interessato l’intera asta del Po da Crotta d’Adda fino ai territori del Casalasco, con interventi in particolare nei territori comunali di Stagno Lombardo, San Daniele, Torricella del Pizzo e Gussola.
Un’opera che, anche questo è noto, in questi mesi ha sollevato numerose contestazioni da parte sia dei sindaci e degli amministratori locali che dei naturalisti e di diverse associazioni, ambientaliste e non. Intere aree sono state disboscate e sono state messe a dimora nuove essenza, nello specifico circa 450mila tra alberi ed arbusti. Di fatto fuscelli che, come hanno giustamente osservato da tempo coloro che hanno sollevato critiche e polemiche, non avrebbero nemmeno passato l’estate. Detto e fatto. Le immagini che pubblichiamo parlano da sole, riguardano la zona di Stagno Lombardo ma potrebbero tranquillamente essere state realizzate a Crotta d’Adda piuttosto che a San Daniele Po, a Torricella del Pizzo piuttosto che a Gussola. Non occorrevano studi eccezionali e straordinari di agraria per sapere che quando si mette a dimora una pianta (ed in questo caso parliamo proprio di fuscelli) questa va curata. Come? Almeno innaffiandola, e questa è una regola di base che non comporta alcun studio. Chiunque, quando pianta un albero piuttosto che un fiore o un ortaggio, gli dà da bere e lo si scrive così, in modo semplice e chiaro. Se non gli dai da bere è ovvio che non dura. Sono regole basilari, fondamentali, chiare e note a tutti: si spera. Ecco che la realtà è lì da vedere, basta una passeggiata o un giro in bicicletta. Numerose delle piante e degli arbusti (fuscelli, giusto rimarcarlo) messi a dimora nei mesi scorsi sono già secche, senza un futuro, morte. Perché l’estate sta facendo l’estate, quindi fa caldo, non piove se non in occasione di qualche occasionale temporale ed era ovvio, logico e naturale che se nessuno andava ad innaffiare i fuscelli sarebbero morti. E così è stato. Ecco i risultati, lì da vedere. Aggiungiamo che da un po’ di anni a questa parte le estati sono diventate più torride, con temperature che al sole raggiungono e superano i 40 gradi; nel resto dell’anno ci sono spesso piogge, anche abbondanti, ma al di là di tante parole e di progetti che sono a far polvere negli scaffali di qualche Ente, gran parte dell’acqua che arriva non viene in alcun modo sfruttata o trattenuta e quindi la siccità non rappresenta nemmeno più una notizia, ma una situazione con cui si deve imparare ad avere a che fare e, va ribadito e rimarcato, restando nel campo della logica, ciò che pianti o che semini lo devi innaffiare: diversamente muore. Qualcosa di strano? No, e infatti non c’è da stupirsi se i fuscelli messi a dimora oggi sono secchi, arsi sotto il sole estivo. In qualche modo ci pensa la natura a ovviare con qualche soluzione tampone e così ecco che crescono, spontaneamente, essenze quali il cardo l’artemisia ed altre che normalmente si incontrano lungo le aree fluviali. Che dire se non che, le proteste che si sono sollevate già da mesi, possono essere considerate quantomeno legittime? A questo punto è doveroso anche riprendere la posizione recentemente espressa dal Wwf, associazione che non ha certo bisogno di presentazioni e che, a proposito della recente presentazione dei risultati del progetto avvenuta a Parma, ha innanzitutto denunciato l’assenza di rappresentanti della società civile e delle stesse organizzazioni ideatrici e promotrici del progetto, WWF Italia e ANEPLA di Confindustria. Il Wwf ha sottolineato come, a fronte di 56 interventi previsti per 357 milioni stanziati, ne siano stati realizzati solo 13. Un risultato non certo esaltante che evidenzia la necessità di un confronto aperto sugli esiti di quello che doveva essere il primo grande laboratorio di river restoration in Italia. “Un evento “blindato”, forse per evitare polemiche – scrive il Wwf a proposito della presentazione avvenuta a Parma - o semplicemente per evitare un confronto, quanto mai necessario, franco con gli stakeholders del territorio (Comuni, associazioni ambientaliste, associazioni agricole, imprenditori…), i grandi esclusi da tutto il progetto. Il Wwf, dopo essere riuscito a presentare (nel 2021) all’ex ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani la proposta di rinaturazione del Po, subito inserita nel PNRR, ne ha seguito con attenzione tutta l’evoluzione, collaborando attivamente dalla fase di inserimento tecnico del progetto nel PNRR e, dove è stato consentito, al suo successivo sviluppo”. L’importante associazione ha così redatto un documento dal titolo: “La Rinaturazione del Po. Un’occasione mancata?”, dovesi analizzano le fasi di progetto, la documentazione, dal Piano d’Azione ai Piani di Fattibilità Tecnico Economica, alla progettazione esecutiva, svolgendo anche diversi sopralluoghi nelle aree d’intervento. Tutto questo per ottenere un quadro complessivo e completo del progetto, per poterlo valutare, analizzando le criticità emerse e, soprattutto, per proporre soluzioni utili per analoghi progetti che dovrebbero rientrare nel Piano Nazionale di Ripristino. Il Piano Nazionale di Ripristino, previsto a seguito del Regolamento Nature Restoration, prevede, infatti, un forte impegno da parte dei Paesi membri per ripristinare la continuità ecologica fluviale (25.000 km di fiumi da ripristinare a scorrimento libero in Europa entro il 2030) e recuperarne le piane alluvionali; è quindi indispensabile un confronto aperto e chiaro sugli esiti del progetto di rinaturazione del Po. Come ricorda il Wwf, per il progetto l’Unione europea aveva messo a disposizione dell’Italia 357 milioni di euro stanziati dal PNRR finalizzati alla realizzazione di 56 interventi lungo tutto il Po coinvolgendo tutte le regioni padane: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Per questo il progetto ha avuto, giustamente, una visibilità mediatica notevole ed è stato citato in varie occasioni da prestigiosi rappresentanti istituzionali come l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi o dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Un progetto importante e certamente ambizioso che aveva come obiettivi: a) il riequilibrio dei processi morfologici attivi, attuato anche con l’abbassamento dei pennelli per la navigazione e la riapertura di rami laterali; b) il miglioramento delle condizioni di sicurezza idraulica; c) il ripristino e il miglioramento dell’ambiente, consolidando il corridoio ecologico e tutelando e ripristinando gli ambienti naturali caratteristici (greti, isole, sabbioni, boschi ripariali, lanche, bodri ecc.) con particolar riguardo alle aree della Rete Natura 2000. “Il risultato finale – sentenzia il Wwf - però è stato largamente deludente: su 56 interventi previsti dal Programma d’Azione, coordinato dall’Autorità di bacino distrettuale del Po, solo 13 sono stati realizzati dall’Agenzia Interregionale del Po e su 357 milioni di euro a disposizione ne sono stati impiegati solo 200 milioni circa. Il documento del WWF analizza le criticità, alcune certamente oggettive, come i tempi non certo adatti alle normali procedure progettuali italiane, ma altre più legate all’impreparazione delle nostre istituzioni a gestire un progetto di questo genere, nonché alla scelta di non coinvolgere portatori di interesse, neppure quelli che il progetto lo avevano proposto! È fondamentale una valutazione schietta di quanto successo e il WWF, al termine della propria analisi, propone otto spunti per garantire la buona riuscita di altri progetti analoghi e la realizzazione di tutti gli interventi mancanti alla rinaturazione del Po”. Ecco, di seguito, gli spunti
1) Governance. L’Autorità di bacino distrettuale deve avere la “regia” dell’intero progetto, coordinando un gruppo operativo, responsabile sia della redazione del Programma d’Azione che dei Piani di fattibilità tecnico-economica.
2) Capacità di progetto. È fondamentale assicurare adeguate capacità (vedi numero e competenze del personale impiegato) per i soggetti attuatori.
3) Interdisciplinarità. La complessità dell’ecosistema fluviale va affrontata attraverso gruppi di coordinamento e progetti interdisciplinari, assicurando eguale rilevanza, mezzi e risorse a tutti gli aspetti progettuali.
4) Partecipazione pubblica. I percorsi di partecipazione devono essere parte integrante di progetti di questo tipo per garantire informazione, consultazione e coinvolgimento degli stakeholders sia per evitare o ridurre i possibili conflitti, sia per sensibilizzare, migliorare e/o arricchire il progetto.
5) Strutture adattative di supporto. Progetti complessi possono aver bisogno di un supporto “flessibile” per favorire la ricerca di soluzioni alternative o integrative. Può essere il caso di “tecnici facilitatori” che possono aiutare le relazioni con gli attori territoriali (comuni, agricoltori, associazioni…) o di un “Comitato scientifico” che può contribuire nell’individuazione di criteri di intervento, nella proposizione e nella valutazione di alternative progettuali, oltre che nella definizione di metodiche di monitoraggio.
6) Monitoraggio. È indispensabile sostenere il monitoraggio degli interventi anche dopo la fine dei progetti per valutarne con chiarezza i risultati ed eventualmente apportare i necessari correttivi.
7) Piano di manutenzione. Il progetto deve essere accompagnato da un piano di manutenzione che identifichi le attività periodiche necessarie, i soggetti preposti alla manutenzione con le adeguate risorse economiche.
8) La fascia di mobilità morfologica fluviale deve essere identificata (vedi Programma di gestione sedimenti dell’Autorità di bacino distrettuale) e utilizzabile per la rinaturazione, quindi recuperata al demanio idrico dando finalmente piena attuazione alla legge “Curera” (L.37/94).
Un progetto, questo della rinaturazione del Po, che sta continuando a sollevare parecchie polemiche, anche dai sindaci ma anche e soprattutto da parte di coloro che il fiume lo vivono, ci vivono, lo frequentano e conoscono i suoi comportamenti in tutte le stagioni. Ci sarebbero moltissime domande, in effetti, da fare e, in attesa che il soggetto attuatore del progetto, anziché presentarlo in “casa propria” lo vada ad illustrare nelle piazze e in mezzo alla gente, ci si limita ancora una volta ad una sola domanda, molto semplice, molto ovvia, con la speranza di ottenere una risposta accettabile: le migliaia di nuove piante che sono state messe a dimora (dopo che tante altre sono state estirpate disboscando e devastando intere golene), onestamente piccoli e semplici fuscelli, durante l’estate (e siamo con temperature roventi già a giugno) chi le avrebbe dovute innaffiare? Come? Quando? L’ecatombe dei fuscelli è già iniziata e sono lì da vedere, secchi, sotto al sole estivo.
Eremita del Po
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commenti
marco
12 luglio 2026 19:04
Passo ogni tanto n località Ponticello e con piacere ho seguito i lavori di chi ha ripulito la zona da alberi secchi o caduti e piante non autoctone fino al ponte di Po.
Ma saggiamente non hanno ancora messo a dimora nulla in attesa del momento giusto.
Bravissimi.
Realdo
12 luglio 2026 22:25
Ne dico solo una ,se x rinturazione :vuol dire abbattere alberi secolari e ho le fotografie che non avevano nulla,sani come un pesce, x mettere a dimora alberelli ,quasi tutti seccati ,questa è rinaturazione? Questo è soldi della gente sprecati
Daniro
13 luglio 2026 00:26
Le criticità dei progetti di rinaturazione erano evidenti fin dalla fase iniziale di presentazione nonostate che le indicazioni dell'Europa fossero molto chiare e gli obiettivi strategici
dell’Agenda 2030 del Green Deal Europeo ben delineati: garantire lo scorrimento libero dei fiumi, frenare la perdita di biodiversità, aumentare le aree protette e quelle a riserva integrale con specifico riferimento agli obiettivi climatici, ambientali ed energetici. Inoltre la Strategia Europea per la Biodiversità si propone di riconnettere 25000 km di fiumi europei entro il 2030.
Ciò significa che si dovrebbe restituire al fiume Po almeno parte della propria golena un tempo
ricchissima di biodiversità e che è stata svenduta e annichilita in nome di un'agricoltura inquinante e idrovora che occupa ormai anche il ciglio delle rive fluviali. Sull'importanza di boschi, zone umide, gerbidi, aree naturalistiche è superfluo spendere altre parole non fosse per ricordare che i cambiamenti climatici in corso, PNRR o no, dovrebbero già imporre soluzioni basate sulla natura, aumentando il patrimonio naturalistico in grado di abbassare le temperature, trattenere le acque di falda, rinforzare la biodiversità. Dare spazio al fiume, come si legge nelle intenzioni del Piano di rinaturazione significherebbe riconsiderare l'utilizzo della golena fluviale ripristinandone in parte il corredo forestale e naturalistico anche per assicurare al fiume una zona cuscinetto in parziale stato di naturalità, liberandola dai trattamenti chimici, bloccando totalmente
la deforestazione per creare una vera rete ecologica senza soluzione di continuità lungo tutto il corso del Po. I progetti del Pnrr non hanno voluto pestare i piedi delle lobby agricole e i soldi, parliamo di milioni, sono finiti sulle poche aree che erano già in parte naturali con la rimozione delle boschine spontanee per riforestarle nel modo che ora vediamo.
PierPiero
13 luglio 2026 05:10
La domanda che mi faccio ogni volta è sempre la stessa: in sede di progetto, sono state definite responsabilità e incarichi?
Se sono state definite, si può individuare chi è stato mancante e addebitare i costi per la sua inefficienza.
Se non son state definite, la responsabilità va condivisa fra l'estensore del progetto e chi lo ha approvato.
Sino a che non si andranno a toccare i portafogli di chi ha mancato, le cose pubbliche andranno sempre avanti così.
Paolo
13 luglio 2026 05:54
Sorge spontaneamente una domanda: perché non si fanno fare i lavori a persone qualificate? Come può una piantina piantumata sotto il solleone a vivere della sola acqua meteorica?
Pasquino
13 luglio 2026 06:41
Buffoni
Alessandra
13 luglio 2026 07:34
È sempre la solita storia
Via Bredina fatto specie di parco messo piantine che in 6mesi erano secche.
Via Eridano vicino alla vasca di contenimento dell'acqua messo piantine ben 2 volte secche ora queste.
Mi chiedo il senso di questi sprechi?Gl'unici che ci guadagnano chi sono?
Non di certo noi cittadini che paghiamo un sacco di tasse
Giulio Rama
13 luglio 2026 12:16
È uno scandalo...per piantare dei ramoscelli estirpare boschi....ovunque adesso c'è la mania di piantare alberi, o pseudo alberi come i "peri da giardino"..., che poi vengono lasciati morire o peggio, finiscono sotto le motoseghe di operai inesperti che li maciullano.
Chi paga?....i cittadini naturalmente...