Trent'anni fa l'omicidio di Maria Gabriella Bini in via Oscasali. Condannato Gregory Facchini ma restano tanti dubbi su quel delitto che scosse la città
Trent’anni fa, la sera del 6 febbraio 1996, veniva scoperto in via Oscasali 3 uno dei delitti più efferati mai accaduti a Cremona, destinato per anni a suscitare dolore e rabbia in città: l’omicidio di Maria Gabriella Bini, analista di laboratorio in Ospedale, massacrata con nove coltellate nel proprio appartamento. Per quel delitto venne condannato a quattordici anni di carcere, dopo ben cinque processi, un giovane operaio di Persichello, Gregorio Gabriele Facchini. La sentenza lasciò un lungo strascico di dubbi e la città divisa tra colpevolisti e innocentisti, anche se, dopo la conferma definitiva della Corte suprema di Cassazione della sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano del 25 gennaio 2000, non venne richiesta la revisione del processo. Facchini durante i primi tre processi aveva sempre taciuto, negando di essere salito in quella casa e creandosi un alibi demolito dai testimoni, a Milano aveva confessato la sua presenza in quell’appartamento pieno di scatoloni. Una confessione arrivata troppo tardi che non era servita convincere i giudici: «L’ammissione di tali circostanze di fatto, cui l’imputato si è risolto dopo una lunga e ostinata negazione, pervicacemente mantenuta e in vario modo sostenuta anche ad onta dell’evidenza, corrisponde senz’altro a quanto realmente accaduto», è scritto nella nella motivazione della sentenza del secondo processo d’Appello.
Una vita pericolosamente condotta sul filo del rasoio, quella di Maria Gabriella Bini: di giorno irreprensibile analista di laboratorio all’Ospedale, di notte frequentatrice di bar e locali fino a sballarsi. Gregorio Giuseppe Facchini, 23 anni, saldatore con una breve esperienza come muratore, è l’ultimo ad aver visto viva Gabriella. In seguito all’indagine in cui è coinvolto ha perso il lavoro e riesce a tirare avanti grazie all’aiuto dei familiari e alla solidarietà dei titolari e dei clienti del bar Follia di piazzale Cadorna. E’ qui che Gabriella è stata vista per l’ultima volta. Sabato 3 febbraio non stava bene, senz'altro aveva bevuto molto come accadeva troppo spesso negli ultimi tempi e lui l’aveva accompagnata a casa in auto. Domenica, 11 febbraio, Gregorio Facchini viene arrestato senza attendere l’esito delle perizie in corso. C’è il timore che possa ripetere il reato, darsi alla fuga o inquinare le prove, come in effetti avrebbe già tentato di fare spingendo un conoscente a procurargli un alibi fasullo e chiedendo a tutti di non raccontare agli investigatori di ciò che sapevano di lui e di Maria Gabriella. Per il momento, il giovane non è riuscito a spiegare come abbia trascorso quelle ore, dalle 17,30 alle 20 circa di sabato 3 febbraio, il periodo intercorso dal momento in cui è uscito dal «Follia» con la giovane donna, al momento del ritorno nello stesso locale per la cena. Ma c’è un altro particolare importante da chiarire: secondo quanto sarebbe emerso da alcune testimonianze, Facchini al suo ritorno al bar non sarebbe stato vestito esattamente come prima.
La sua auto, una Fiat Ritmo blu carta da zucchero, è stata vista davanti al portone di via Oscasali. Gli inquirenti sono convinti che Facchini sia stato l'ultimo a vedere Maria Gabriella ancora in vita. L'ha accompagnata a casa poco dopo le 17, l'avrebbe attesa fuori in auto mentre lei, poco prima delle 18, sarebbe entrata in un altro bar. Ma da quel momento di lei non si sa più niente. Scompare con il suo accompagnatore il quale torna al bar Follia solo poco prima delle 20. Di quelle due ore, o poco più, Gregorio Facchini non riesce a fornire spiegazioni convincenti. Oltre a Facchini vi è un altro giovane indagato. Si chiama Carlo Ricini, ed aveva convissuto con Gabriella per 38 giorni nel giugno 1994, poi avevano interrotto la convivenza decidendo di restare fidanzati, vedendosi 3 o 4 volte alla settimana. Certe volte Ricini si fermava anche la notte e vi era stato anche recentemente. Sapeva che Gabriella nascondeva un coltello sotto il materasso per difendersi, come gli aveva detto, da un certo Sergio Ghidini, che era stato più volte a casa sua avendo anche rapporti intimi, ma che non vedeva più da novembre.
Mercoledì 14 Febbraio verso le 13 i periti dell'Istituto di medicina legale di Modena, i medici Francesco De Fazio, Enrico Silingardi e l'ematologa Milena Alù procedono ai prelievi sui due indagati, Carlo Ricini e Giuseppe Gregorio Facchini per poi confrontarli sia con i reperti prelevati nell’abitazione di via Oscasali, sia con quanto emerso dall’autopsia. Nel corso dell'autopsia il direttore dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Modena, il criminologo Francesco De Fazio, aveva prelevato campioni biologici di sperma, di sangue e di tessuto dal corpo della vittima per spedirli al laboratorio di Brescia. Silingardi e Alù hanno successivamente ispezionato con estrema meticolosità la Fiat Ritmo color carta da zucchero che si trova sotto sequestro nella caserma Santa Lucia dei carabinieri ma per il momento nei confronti del proprietario non è stato emesso alcun provvedimento.
Venerdì 1 marzo il sostituto procuratore Francesco Messina comunica che il Dna ritrovato sul cadavere della ragazza è compatibile con quello di Gregorio Facchini. Nella ricostruzione proposta dalla polizia il presunto omicida, dopo aver accompagnato a casa la giovane donna, avrebbe pensato di poterne approfittare. Maria Gabriella aveva alzato un po' troppo il gomito e lui, che già altre volte le aveva pagato da bere per farsela amica, stavolta aveva creduto di poter vantare una sorta di diritto. Sul materasso, steso a terra nei pressi della porta della cucina, tra cianfrusaglie e pacchi pronti per il trasloco, si è consumato l’ultimo atto per Gabriella, poi si è scatenata la furia omicida. il coltello era lì vicino e l'assassino l'ha afferrato; un colpo a squarciarle la gola, mentre lei quasi certamente ignara del suo destino giaceva ancora supina sul letto, poi ha infierito sulla schiena, per trascinarla appena giù dal materasso; e ancora altre coltellate al seno, sul ventre: è quanto è stato possibile capire esaminando il corpo martoriato.
Gregorio viene rinviato a giudizio. Si avvicina il giorno della prima udienza in Corte d’Assise, fissata per il 27 giugno e le posizioni tra pubblico ministero e difesa, affidata agli avvocati Isabella Cantalupo e Fabio Donati, si mantengono decisamente distanti. Da un lato l’accusa sostiene di avere numerosi indizi della colpevolezza: prima di tutto l'impronta di Gregory su un bicchiere prelevato a casa Bini, nonostante l'indiziato abbia ripetuto a verbale più volte di non essere mai salito nell'appartamento di via Oscasali. E poi il Dna compatibile con quello dello sperma depositato sulla vittima ed infine la. macchina di Gregory, una Fiat Ritmo color carta da zucchero che un carrozziere ha identificato senza ombra di dubbio, parcheggiata di fronte al portone di casa Bini il giorno del delitto. Senza contare che l'alibi di Gregory Facchini fa acqua da tutte le parti: il giovane di Persichello ha lasciato il bar Follia nel pomeriggio, per accompagnare a casa Gabriella, ed è tornato all'ora di cena dopo essersi cambiato d’abito. Lui dice di essere stato in un paio di bar, ma le dieci persone interrogate dalla Questura, persone che si trovavano nei locali indicati da Gregory, negano di averlo mai visto quella sera. La difesa sostiene la mancanza di un movente.
L’11 luglio il colpo di scena: dopo quattro ore e mezza di camera dì consiglio la Corte presieduta da Mario Colace non formula alcun verdetto. I giudici, analizzati il filmato, i fascicoli del processo e soprattutto le perizie medico-legali, hanno deciso di disporre un terzo elaborato che dovrà accertare l'ora della morte dell'analista 33enne e il tempo trascorso tra il rapporto sessuale e il delitto. I giudici non sono stati convinti dalle argomentazioni del pubblico ministero Francesco Messina e dell’avvocato che rappresenta la mamma e il fratello, Marco Gamba, ma neppure si sono sentiti di assolvere Facchini sulla base dei dubbi sollevati dalla difesa dei due avvocati Isabella Cantalupo e Fabio Donati.
Nel corso della quinta udienza del 16 luglio viene conferito l’incarico di una nuova perizia ai professori Francesco De Ferrari ed Elisa Saligari dell'istituto di medicina legale presso l'Università di Brescia. Il pm Francesco Messina e i difensori di Facchini, gli avvocati Isabella Cantalupo e Fabio Donati, hanno confermato i loro consulenti di parte: da un lato il professor Francesco De Fazio, direttore dell'istituto di medicina legale presso l'Università di Modena e il collega Enrico Silingardi, dall'altro il professor Ranieri Domenici, docente di medicina legale presso l'Ateneo di Pisa, che lavoreranno insieme con i periti nominati dalla Corte. Ma la nuova perizia non porta alcun elemento nuovo rispetto alla discussione in corso. Gabriella Bini potrebbe essere stata uccisa immediatamente dopo il rapporto sessuale, ma anche nelle 12 ore successive.
Dopo due ore e mezza di camera di consiglio la Corte d’Assise del 7 ottobre emette il verdetto: è stato Gregory Facchini ad uccidere con nove coltellate Maria Gabriella Bini e lo condanna a 14 anni di reclusione, il minimo della pena per un omicidio volontario più un terzo di sconto. Fino all'ultimo, Gregory Facchini si è detto innocente, estraneo al delitto di via Oscasali. Ma il fatto che dall'inizio abbia negato di essere salito in quell'appartamento e di aver fatto l'amore con Gabriella Bini si è rivelato un boomerang: i giudici popolari non hanno creduto al saldatore e l'hanno condannato. L’8 aprile 1997 quando si apre a Brescia il processo di assise d’appello Il sostituto procuratore generale, Tommaso Buonanno, al termine della requisitoria durata circa tre ore e mezza, chiede la condanna a 18 anni di reclusione, quanti ne aveva chiesti il pm Francesco Messina alla corte d'assise di Cremona.
Ma non è stato Gregory Facchini ad uccidere Gabriella. Lo decide la Corte d'assise d'appello di Brescia che dopo oltre nove ore di camera di consiglio, a mezzanotte passata, emette nei confronti dell'operaio saldatore di Persichello la sentenza di assoluzione «per non aver commesso il fatto», ribaltando la decisione dei giudici di primo grado. E' mancata in questo processo la prova regina, la confessione dell'imputato, che da subito si è dichiarato innocente, sostenendo di non essere mai salito, il 3 febbraio, nella casa della vittima. Secondo la tesi della difesa illustrata dall’avvocato Fabio Donati nella casa teatro del delitto sarebbe entrata una terza persona, il vero assassino di Maria Gabriella Bini. Qualcun altro, a cui Gabriella avrebbe aperto la porta, sarebbe salito nell’appartamento, oppure qualcuno che era in possesso delle chiavi dell’ingresso, che non sono mai state trovate. Quel pomeriggio Gabriella aspettava Carlo Ricini, l'ex fidanzato della vittima e comunque, Gabriella frequentava molte persone e molte avevano interesse ad ucciderla, tante ma non Facchini. Non avrebbe avuto alcun motivo per farlo.
Il 15 dicembre ci pensa la Corte di Cassazione a rimettere tutto in gioco annullando il verdetto di assoluzione emesso dalla Corte d’assise di appello di Brescia, rimandando l’ultima parola a quella di Milano, che dovrà decidere in tempi brevi dal momento che per la legge vi è ancora un assassino in circolazione. La corte d’assise d’appello di Milano il 9 dicembre 1998 riconferma la sentenza pronunciata in primo grado dalla corte d’Assise di Cremona e conferma la condanna a 14 anni di carcere per Facchini, che, per la prima volta in oltre due anni di indagini, confessa quanto già era facile intuire: ««La sera del 3 febbraio ho accompagnato la Bini a casa, mi ha invitato a salire. Io sono salito, mi ha offerto un bicchiere di Porto, poi abbiamo parlato e dopo abbiamo avuto un rapporto sessuale. Finora non l’ho detto perché pensavo si risolvesse tutto. Sono innocente e speravo che uscisse l’autore dell’omicidio». La sentenza viene di nuovo impugnata dai difensori di Facchini Isabella Cantalupo e Beniamino Groppali. Il 25 gennaio 2000 la Corte suprema di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso confermando la sentenza di condanna a 14 anni di reclusione pronunciata dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano il 10 dicembre 1998. Un verdetto definitivo per omicidio volontario, come aveva chiesto il Procuratore generale. E’ l’ultimo atto a quattro anni di distanza dal delitto di via Oscasali che il giovane operaio ha sempre negato di aver commesso.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti