28 giugno 2026

Chiediamo al Signore il coraggio di prendere la nostra croce con Lui

Le parole che oggi ascoltiamo concludono il secondo discorso di Gesù che si trova nel Vangelo secondo Matteo. Il Signore parla della disposizione richiesta a chi annuncia il Suo messaggio e della partecipazione di tutta la comunità alla missione.

Coloro che sono inviati a portare il Vangelo, spostandosi da un luogo ad un altro, sono chiamati ad essere pienamente liberi da ogni legame, mettendo in discussione persino le relazioni fondamentali, così da non anteporre nulla al compito che è loro affidato. Si tratta di una richiesta molto esigente. I missionari del Regno non solo vanno per il mondo senza alcuno strumento su cui appoggiarsi (cfr. Mt 10, 9-10), ma partono prendendo le distanze dalle loro famiglie, sia quella di origine (padre e madre), sia quella che hanno formato sposandosi (figlio e figlia). Nella pagina del Vangelo secondo Matteo leggiamo sia le parole di Gesù che si rivolgono ai Dodici, ma anche le parole che riguardano l’esperienza più ampia della missione, quella che avveniva ai tempi della prima comunità cristiana e che da allora continua nella vita della Chiesa mediante coloro che lasciano tutto per andare in ogni angolo della terra per parlare del Signore Gesù. 

Il resto della comunità cristiana, dice Gesù, si unisce al servizio di queste persone sostenendole nel loro impegno, soprattutto dando loro accoglienza quando esse nel cammino sostano per qualche tempo presso una città. È bellissimo vedere come nelle parole del Signore si dica che la ricompensa del missionario sia equiparata alla ricompensa per i gesti di accoglienza compiuti dai cristiani che in missione non vanno: “Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta” (Mt 10,41a). In modi differenti, afferma Gesù, tutti partecipano alla stessa opera di annuncio del Vangelo, benché non tutti lo facciano nella stessa modalità. Quando nella nel mese di ottobre si celebra la Giornata missionaria mondiale ci fondiamo su queste parole del Signore, sentendoci tutti corresponsabili dell’attività di annuncio della Chiesa. Alcuni la esprimono con la partenza e il vivere altrove, fra persone che del Signore Gesù non hanno mai sentito parlare o pur avendone sentito parlare non hanno una comunità cristiana già costituita. Altri partecipano alla stessa azione con il sostegno spirituale e materiale in favore di chi è partito, così da sentire che è anche qualcosa di loro il compito portato avanti da qualcuno. Persino il gesto più semplice offerto in favore del missionario, dare un bicchiere d’acqua fresca, fa sì che sia unica la ricompensa per i due cristiani che vivono in modi differenti l’unica azione missionaria.

Nelle parole del Signore che oggi ascoltiamo, ci sono alcune espressioni che mi sembrano particolarmente significative per tutti coloro che sono discepoli di Gesù, qualsiasi sia la loro vocazione specifica: “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,38-39).

Prendere la croce non significa portare il proprio dolore fisico, quasi che si debba legare la fede alla sofferenza. Lo si dice sempre, ma non lo si dice mai abbastanza: accogliere la croce nella propria vita significa accettare l’umiliazione e il rifiuto che erano riservati ai condannati a morte mentre sfilavano verso il patibolo. Spogliati di ogni diritto, svuotati di ogni fama e prestigio umano, i condannati erano esposti al divertimento delle persone che ne facevano oggetto di scherno. Svuotati di tutto, la loro vita era persa. Gesù riprende questa usanza e ne ribalta il valore: chi si lascia umiliare per il Vangelo, perde la sua vita in questo mondo, ma la ritrova custodita da Dio per l’eternità. Credere in questo fino ad essere disponibili a lasciarsi umiliare fino alla morte è un grande atto di fede. 

Tutti i cristiani sono chiamati a prendere la propria croce senza vergognarsi del Vangelo, esponendosi all’incomprensione pubblica quando dicono le parole del Signore nei contesti in cui vivono. È questo un compito fondamentale per ciascuno di noi, che Gesù a più riprese ripete in questo discorso missionario. Non può esserci la paura di essere messi da parte perché il Vangelo è troppo esigente e molti lo deridono piuttosto che lasciarsi provocare. Al contrario il credente è colui che non si spaventa delle richieste del Vangelo e, con il coraggio di pagare in prima persona, dice la verità fino in fondo, sempre con la disponibilità a lasciarsi mettere in discussione dal suo stesso annuncio. 

In fondo, a ben pensarci, è proprio questa la grandezza del Vangelo. Si tratta di un messaggio che consola, giudica, sprona, richiama, infonde coraggio, porta libertà a chi ne parla e a chi lo ascolta.

Ogni volta che si dice il Vangelo, ci si mette tutti dalla parte dei discepoli e tutti, annunciatori e destinatari, dal Vangelo vengono provocati ad essere migliori e quindi più umani, secondo l’altezza della nostra identità creata ad immagine e somiglianza di Dio. 

Francesco Cortellini


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