Data Center a Pozzaglio: innovazione a qualunque costo?
Un caso di felice tempismo: che altro dire della notizia di un futuro, gigantesco data center in quel di Pozzaglio proprio nei giorni in cui il nostro territorio, assediato da inediti picchi di calura e siccità, s'interroga sul futuro. Come contenere l'innalzamento delle temperature, come proteggere le risorse idriche, come riforestare le cinture di centri urbani ridotti a invivibili isole di calore?
Beffarda sfida apprendere che è stato avviato l'iter che consentirebbe a una società privata(1Green srl) di ottenere la variante al PGT necessaria a installare un data center grande come 50 campi da calcio con necessario abbattimento di circa 20000 mq di boscaglia soggetta a vincolo paesaggistico. Evviva: potremo in tal caso godere del caldo alito di un nuovo gigante in grado di generare nel raggio di una decina di chilometri un sensibile aumento della temperatura al suolo. Faccenda davvero 'scottante' in ogni senso che suggerisce un paio di considerazioni. La prima è più che altro l'innocente curiosità di una cremonese che, non affetta da vuoti di memoria, osserva da tempo - vedi parco del Morbasco - la misteriosa virtù retrattile del famoso concetto di 'vincolo ambientale'. Il principio, a chiare lettere presente in ogni Piano di gestione del territorio, suona in teoria tranquillizzante: un altolà a improprie incursioni in aree verdi ritenute necessarie all'equilibrio fra suolo già consumato e cementificato e polmone rurale. Un alt senza 'se' e senza 'ma'? Non si direbbe, vista la docile prontezza con cui la pietra su cui parrebbe inciso si trasforma in carta straccia non appena gli interessi di soggetti privati, di adeguate capacità persuasive, esigono di allungare le mani su boscaglie e campi pur soggetti al famoso vincolo. Logico chiedersi che se ne fa l'ambiente -o quel che ne resta- di una normativa che all' atto pratico risulta efficace contro gli abusi quanto un elegante ombrello col curioso difettuccio di non aprirsi quando piove.
Seconda considerazione. Il progettato data center riguarda per l'appunto lei, la famosa Intelligenza Artificiale, idolo pagano dalle cui prodigiose facoltà il nostro tempo, blindato in una sua dubbia idea di progresso, attende la manna di una nuova età dell'oro. Ricerca medica ottimizzata e malattie sconfitte...per non dire del magico alleggerimento dei carichi che da millenni gravano sulle nostre spalle. Penserà, scriverà, comunicherà, deciderà e scoverà soluzioni al posto nostro e meglio di noi, poveri umani afflitti da mille imperfezioni e fragilità. Robot dotati di fattezze perfettamente umane e capacità di interagire anche emotivamente con noi saranno i nostri docili e collaborativi compagni di vita, angeli del focolare meno impegnativi e rompiscatole di mogli, mariti, figli e suocere. La perentoria invadenza dei nuovi Talebani dell'innovazione a ogni costo è ormai una marcia trionfale che dispero di veder arrestata o anche solo rallentata da qualche provvidenziale sassolino nell' ingranaggio. Il nostro nuovo Credo? Eccolo: "Padre nostro, dacci oggi la nostra quotidiana infrastruttura digitale. E liberaci dal male di chi non la venera. Amen"
Massì, ammettiamolo, siamo finiti in balia di un 'bigottismo' tecnologico ben più rischioso del vecchio e farisaico bigottismo religioso. Un vero e proprio 'pensiero unico', senza dialettica interna né sale del dubbio, predica i vantaggi dell' IA ma abilmente sorvola sui collaterali passivi. Mi sta bene che un Elon Musk, potente e infervorato profeta della civiltà robotica, dica la sua. Non mi sta bene e mi preoccupa che non esista il 'controcanto' ad Elon Musk, cioè chi, in forza di argomenti altrettanto razionali, ci induca a veder le cose sotto un diverso punto di vista e soprattutto a tenere viva l'antica e sublime arte del dubbio metodico. Il culto dell' I.A. non conosce contraddittorio. Tutti a illustrare quel che già oggi e soprattutto domani ci consentirà, assai meno udibile la voce di chi sospetta in lei la 'ladra silenziosa' che con una mano regala impensabili traguardi ma con l'altra sta via,via atrofizzando attitudini e risorse individuali un tempo diffusamente presenti nelle nostre società. Ladra silenziosa, non solo di acqua, energia, spazio, natura e salubrità ma anche del patrimonio di risorse a cui ciascuno, di fronte a una qualsiasi sfida, era in grado di ricorrere senza bisogno di sussidio artificiale. Capita di imbattersi in ventenni che senza metter mano immediatamente allo smartphone non sono più in grado di eseguire banali calcoli da terza elementare. L' IA è ormai l' indispensabile protesi dei nostri corpi. E chi ti è indispensabile ti aiuta ma al tempo stesso ti sottrae quote di autosufficienza e libertà. E ti rende più vulnerabile. Più informati, più assistiti e tuttavia più vulnerabili: è il paradosso del nostro tempo inquieto. Ma indietro non si torna. Il dubbio è come si procederà nel lungo periodo e come rischia di riconfigurarsi il rapporto uomo-macchina. La seconda ancora al servizio del primo o viceversa? Il che ci riporta al nocciolo della questione: l' idea di progresso. Concetto che, specie dal Settecento in poi, cavalca i secoli restando la più seduttiva e robusta idea-forza della civiltà occidentale. Già, ma che vuol dire progresso, non astrattamente inteso, ma nel contesto specifico del nostro tempo e delle sue criticità? Andare avanti a testa bassa obbedienti all' imperativo dell' innovazione tecnologica a ogni costo o fermarsi a riflettere sulla bontà di un modello di sviluppo che rischia di imboccare il vicolo cieco di preoccupanti incognite? Per il momento godiamoci la comicità inconsapevole delle sue contraddizioni e dei suoi paradossi. Tipo la 'strana coppia' che impazza in Europa: da un lato il Green deal, dall'altro un investimento sul digitale che di fatto non può che comportare seria compromissione dell'ecosistema. Come dire che, mentre si alza consapevolmente il termostato del forno in cui cuoceremo a fuoco lento, si minacciano sanzioni se sceglieremo di cuocere vestiti di nero e non di bianco, o, ancor peggio, in una casa di inadeguata classe energetica. Ridere o piangere? Fermate il mondo, voglio scendere.
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commenti
Stefano
28 luglio 2026 07:50
Certo che chiamarsi green e abbattere 20 mila alberi, è una bella coerenza. La coerenza dell'era digitale. Quando scrivo messaggi, l 'algoritmo quello che è spesso me li cambia sbagliando e facendomi perciò fare a volte delle figuracce. Se smettessero di correggerti almeno le parole e ti lasciassero fare da solo,sarebbe molto meglio. QUESTA IA FA' PIU' DANNI CHE BENEFICI.
Michele de Crecchio
28 luglio 2026 13:26
Conosco molto bene questa delicatissima porzione del territorio provinciale: a suo tempo fui infatti incaricato di elaborarne il relativo Piano di Governo del Territorio. Leggo ora, decisamente inorridito, che per legittimare il nuovo devastante maxi progetto sarebbe necessario eliminare ben 7 (diconsi sette!) prescrizioni del vigente P.G.T. Poiché ho ragione di ritenere che lo strumento urbanistico localmente vigente sia ancora quello che avevo personalmente elaborato, mi sento in dovere di segnalare, per quel che può contare, il mio vivo disappunto per la scarsa pubblicità che gli enti pubblici direttamente interessati, sino a pochi giorni or sono, hanno dato ad una iniziativa che, se effettivamente realizzata, sconvolgerebbe radicalmente l'assetto di una grande e significativa porzione del territorio provinciale (con evidenti conseguenze anche su quello extraprovinciale e della bassa pianura bresciana in particolare)!
Ada Ferrari
28 luglio 2026 15:00
Quanto lei scrive con la consueta precisione circa la carente informazione data dall' organo pubblico, credo tocchi un tasto dolente che fa parte del nostro tempo e va bene oltre il caso cremonese. Benché si continui a scomodare la parola democrazia come forma di governo delle nostre società, gli interessi economici trainati dalle multinazionali e la debolezza oggettiva delle attuali leadership politico amministrative concorrono a fare dei nostri territori, specie di leggero peso contrattuale ed endemica fame di risorse come la provincia cremonese, delle colonie in cui ogni scempio ambientale passa sopra la testa dei cittadini. Ancora peggio se, come nel nostro caso, a guidare le danze è una classe politica di piatto e demoralizzante affarismo, blindato in un costume di crescente arroganza.
Daniro
28 luglio 2026 13:36
I centri dati non li fermiamo certo rinunciando a un selfie o a una ricerca sul web o a un acquisto in rete, si può anche fare, in quanto da ormai decenni sono indispensabili per chiunque abbia una qualsiasi attività che opera in rete, cioè il mondo intero. Morale, li stanno facendo e li faranno, da qualche parte, anche se sono dei mostri che consumano in modo spropositato suolo, energia, acqua restituendo calore. In materia c'è un Regolamento UE, un DL nazionale e una Legge regionale che dovrà produrre specifici regolamenti. Tutto bene quindi? No di certo perché nel frattempo è partita da parte delle multinazionali la corsa alla ricerca di siti papabili possibilmente in piccoli Comuni a cui vengono promessi mari e monti. E la politica che fa? Detta regole chiare per una pianificazione territoriale sostenibile?Come avvenne per i grandi centri commerciali e per la logistica saranno le grandi multinazionali a dettare le regole secondo la legge del più forte e del più furbo.
Anna
29 luglio 2026 15:34
Rinunciando a qualche selfie (non sia mai che, in debito di selfie, si resti col dubbio su cosa hanno mangiato a cena gli influencer del momento) non si fermano questi insediamenti, certamente un uso più ragionato e ragionevole di internet gioverebbe in generale sia all'ambiente che al cervello umano.
Anna L..Maramotti Politi
29 luglio 2026 14:24
Un tempo le innovazioni avevano i loro tempi per essere realizzate. Oggi mancano i necessari tempi per analizzare le conseguenze
Così si procede sulla spinta del progresso, progresso che si dimostra effimero in quanto non tiene conto del rapporto esistente fra diverse condizioni e non ne trae conclusioni fondate