Nelle mani del Signore Gesù mettiamo con fiducia il poco che siamo e abbiamo
Il racconto cosiddetto della “moltiplicazione dei pani e dei pesci” si trova in tutti i vangeli ed è per questo motivo che ogni anno lo ascoltiamo in una versione o in un’altra, peraltro tra loro tutte molto simili.
Il fatto miracoloso, così come è narrato, suscita lo stupore del lettore che non può non soffermarsi a misurare la differenza spropositata tra la pochezza iniziale, cinque pani e due pesci, e l’abbondanza dei contenitori di cibo avanzato, dodici ceste piene.
Tuttavia l’intento degli evangelisti, Matteo compreso, va oltre la presentazione di un prodigio. Se ascoltiamo con attenzione come il fatto viene descritto, sentiamo l’eco profonda del pasto eucaristico. Gli stessi gesti di Gesù si susseguono così come Egli li compirà nell’Ultima Cena: “E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.” (Mt 14,19).
A differenza della Cena pasquale ci sono due elementi significativi attraverso i quali possiamo entrare nel testo per farlo più profondamente nostro. Nell’Ultima Cena non c’è bisogno di chiedere il pane e il vino che Gesù consegnerà ai suoi discepoli, Egli li trova già a disposizione; inoltre in quell’occasione i discepoli sono i destinatari del pane e del vino, corpo e sangue di Gesù, mentre in questo episodio essi sono il tramite, poiché Gesù dà a loro i pani e i pesci benedetti perché attraverso di loro siano consegnati alla folla.
Se prendiamo questi due dettagli come chiave per entrare in questo racconto evangelico, possiamo sentire l’invito che l’Evangelista rivolge a noi affinché l’Eucaristia celebrata diventi vissuta e il testo che ascoltiamo trovi la sua attuazione anche nell’oggi della nostra esperienza di fede e di vita.
Partecipando alla Messa ogni domenica, siamo congedati con un “andate in pace” che spesso produce in noi l’effetto di acquietare la nostra coscienza, facendoci pensare che il nostro compito sia quello di stare in pace, piuttosto che quello di portare la pace, che nella visione ebraica è promozione delle condizioni affinché ogni persona possa vivere in pienezza la propria esistenza.
Di fronte alla folla stanca ed affamata, Gesù si premura di donare la Parola che nutre lo spirito e chiede ai discepoli di farsi promotori delle necessità fisiche di quanti si trovano in quel luogo: “Date loro voi stessi da mangiare”. Il cibo di cui queste persone hanno bisogno li raggiunge attraverso l’interessamento dei discepoli. La tentazione dei compagni di Gesù è stata quella di liberarsi del problema, congedando la folla. Gesù chiede loro di tenere tutti in quel luogo e di provvedere in prima persona per il loro bene. La risposta dei discepoli al richiamo di Gesù è parziale ma illuminante. Se da un lato presenta il pochissimo che loro hanno a disposizione, dall’altro è il gesto sufficiente a vincere lo stile del ripiegamento su di sé. Il poco che io ho per me e che ho preso perché servisse solo a me, finalmente liberato dal peso dell’egoismo, viene offerto, e solo allora moltiplicato perché sia sufficiente per tutti. Gli stessi che sono stati invitati a tirare fuori il poco che avevano per metterlo a disposizione di tutti, divengono subito dopo ministri della sua distribuzione.
Il racconto, oserei dire quasi come una parabola, ci invita a costruire la pace attuando ad ogni strato e livello della vita questa logica eucaristica, che dalla mensa domenicale chiede di essere diffusa in ogni angolo del nostro esistere. Siamo invitati a mettere in pratica la logica del dare quel che abbiamo e distribuirlo per il bene di tutti, in ogni esperienza che viviamo. Siamo chiamati a giudicare se questa logica presieda o meno i nostri modi di fare e di pensare: personali, familiari, civili, ecclesiali.
Proviamo a pensare a come sarebbe una politica che si muovesse alla luce di questa ispirazione, pensiamo cosa potrebbe diventare la società in cui viviamo se ci muovessimo in questa disponibilità del dono di noi stessi in favore degli altri. “Date loro voi stessi”: là dove il nostro primo istinto è che altri risolvano i problemi, affrontino le situazioni difficili, Gesù chiede a noi di farci protagonisti, con Lui, dell’azione.
E il “con Lui” è fondamentale. Non va dimenticato che nel racconto la folla viene sfamata perché tra il piccolo dono messo a disposizione e la distribuzione si pone il rendimento di grazie di Gesù. È Lui che compie il passaggio dall’insufficiente al giusto che sfama tutti. Sia nel dono sia nella distribuzione, i discepoli compiono i loro gesti guardando a Gesù. L’azione non si risolve all’interno di una logica terrena, per cui il miracolo sarebbe la condivisione, moltiplicata nel mettere ciascuno a disposizione degli altri il poco che ha. L’azione è miracolosa perché il poco che abbiamo e siamo viene messo con fiducia nelle mani del Signore. È Gesù che sfama la folla, ieri come oggi, come Dio aveva fatto nel cammino dell’esodo attraverso la manna.
È Gesù che compie il miracolo, ma per farlo chiede il nostro aiuto. E questo stupisce. Colui che è onnipotente, chiede il mio aiuto, mi rende coprotagonista della sua opera. Dio ha bisogno di me, vuole aver bisogno di me, e anche oggi, ogni volta che la mia tentazione è quella di passare i problemi ad altri, Lui mi dice: “comincia tu e prova a fare quel che puoi, affidandoti a Me”.
Nella foto "La moltiplicazione dei pani e dei pesci", il grande affresco di Bernardino Gatti detto il Soiaro nel refettorio della chiesa di San Pietro a Cremona
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