Parole per discepoli intraprendenti
Ascoltiamo oggi la conclusione del discorso in parabole di Gesù che l’Evangelista Matteo ci presenta nel tredicesimo capitolo del suo racconto. Matteo divide il discorso in momenti in cui Gesù parla alla folla e in momenti in cui si rivolge esclusivamente ai discepoli ai quali comunica spiegazioni che permettono loro di capire il significato della parabola del seminatore, di quella del grano buono e della zizzania e del perché il Maestro alla folla insegni mediante immagini.
Le tre brevi parabole che oggi ascoltiamo seguono la spiegazione di quella del grano e della zizzania, ed è importante ricordarcene: questo racconto mette in luce la pazienza e la giustizia del padrone del campo che lascia che il grano e pianta infestante crescano insieme affidando al tempo della mietitura la separazione affinché uno sia riposto nel granaio e l’altra sia destinata al fuoco e alla dissoluzione. Se questo vale per la folla, a cui il racconto è destinato, non meno i discepoli saranno coinvolti nella stessa logica: anch’essi vivranno il giudizio che consisterà nella separazione che subiscono i pesci pescati, divisi fra buoni e cattivi.
Ai suoi discepoli, e quindi a noi, il Signore ricorda che il giudizio non riguarda solo gli altri ma tutti. Benché rispetto alla folla i discepoli abbiano un vantaggio, poiché a causa della familiarità con Gesù e dell'amicizia con Lui hanno accesso ai misteri del Regno, essi sono interpellati in modo particolare affinché il Regno sia accolto attraverso un cambiamento di prospettiva della propria vita, così come le due parabole gemelle che oggi ascoltiamo dicono. Nel primo dei suoi discorsi Gesù aveva messo in guardia i suoi ascoltatori dicendo che la familiarità con Lui non è sufficiente se la vita e il cuore sono lontani da Dio: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Non basta dire “abbiamo celebrato i Sacramenti per tradizione, compiamo sbrigativamente qualche pratica religiosa, facciamo elemosina qualche volta”, per essere accolti nel Regno. Se le folle sono chiamate a fidarsi del Regno che viene nella forma piccola del granello di senape, del lievito nascosto nella pasta, nella maniera impensabile e difficile da accettare del grano che cresce insieme con la zizzania, ai discepoli Gesù chiede di essere intraprendenti come l'uomo che trova un tesoro prezioso in un campo e come un mercante che trova una perla di grade valore.
Nelle due parabole parallele ci sono alcune azioni identiche che attirano la nostra attenzione e ci svelano a quale stile siamo chiamati: “trovare”, “andare”, “vendere” e “acquistare”.
Il Regno di Dio lo si trova perché è il Regno che viene a noi. Il Regno è un dono come ha detto Gesù fin dall’inizio della sua predicazione. Di fronte a questo dono ciascuno di noi è interpellato perché faccia qualcosa per accoglierlo: tanto il mercante quanto l'uomo che ha trovato il tesoro, di fronte alla scoperta inaspettata, si mettono cammino e in gioco per vendere quello che hanno e acquistare ciò che di prezioso hanno scoperto. Di fronte alla fortuna che li ha raggiunti non restano indifferenti ma fanno tutto quanto è nelle loro possibilità.
Quello che Gesù dice di essi vale anche per i discepoli: “avete avuto la fortuna di incontrare il Regno, di ascoltare il Vangelo, di conoscere i misteri del cuore di Dio, ora di questa fortuna cosa volete farne? A cosa siete disposti per non perderla?”.
Queste domande ricadono dai discepoli di allora a ciascuno di noi e ci spingono a chiederci, da cristiani, come viviamo il dono della fede, dell’incontro con il Regno di Dio che ci ha raggiunto. Dio fa la sua parte ci garantisce Gesù, ma tocca che anche l'uomo faccia la sua. E questo Gesù lo dice particolarmente a coloro che con Lui hanno un rapporto più intimo e confidente. È un invito a ripensare la forma del nostro essere cristiani, chiedendoci quanta intraprendenza mettiamo per custodire il dono della nostra fede.
Vorrei concludere la riflessione sulla pagina di vangelo di oggi riprendendo l'ultimo detto di Gesù. L'evangelista Matteo si rivolge principalmente ad Ebrei che sono diventati cristiani e che devono fare i conti con la tradizione della Legge, chiedendosi se per essere fedeli a Dio debbano continuare a fare quello che facevano prima o se sia giusto onorarLo facendo solo ciò che di nuovo proviene loro attraverso l’annuncio di Gesù, per questo Matteo ci tiene particolarmente a questo detto. Ma quanto Gesù dice in chiusura del suo discorso è utile anche per noi che viviamo questo tempo di grande cambiamento dentro e fuori la Chiesa.
Potremmo parafrasare le parole di Gesù dicendo che ogni Cristiano è quello scriba divenuto discepolo se resta legato alla tradizione che la Chiesa tramanda di generazione in generazione, traducendo questa tradizione nel tempo presente; se sa guardarsi da due atteggiamenti sempre pericolosi che sono la fuga in avanti, che fa dimenticare il passato, e la nostalgia, che fa dimenticare il presente; se, lasciandosi guidare dallo Spirito e restando dentro la Chiesa usa come misura dei suoi giudizi solo il Vangelo stesso, mai le proprie idee, le proprie convinzioni, le proprie comodità.
Solo così saremo sempre discepoli fedeli e, per il presente in cui viviamo, mi sembra molto importante imparare a comportarci così.
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