19 luglio 2026

Pazienza e attesa, lo stile del Padre

Dopo la parabola del seminatore che abbiamo meditato la scorsa settimana, incontriamo in questa domenica tre parabole: due sono molto brevi, la prima è invece più lunga e di essa abbiamo anche la spiegazione comunicata da Gesù ai discepoli, su loro richiesta.

È proprio questa parabola che cattura la mia attenzione anche oggi, come ogni volta che la accosto. È un racconto che mi affascina e che penso abbia bisogno di un ascolto profondo: ci restituisce un’immagine di Chiesa e di mondo che ci sfida profondamente, poiché ci invita ad assumere lo stile di azione di Dio, il suo modus operandi. 

Dio agisce sempre così, non solo in qualche circostanza, poiché questo stile deriva dal suo stesso essere, dalla sua identità, come viene rivelata a Mosè nel libro dell’Esodo: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione» (Es 34,6-7).

Nel racconto colpisce la netta separazione tra il seme buono che il padrone ha sparso nel suo campo e la zizzania che proviene invece dal nemico. Fra le due piante non c’è compromissione, bensì origine diversa e opposta. L’uno è buono e ha il diritto di restare nel campo perché porterà frutto che sarà ammassato nel granaio; l’altra pianta parassita, infestante e persino tossica, è destinata ad essere bruciata ed eliminata, il suo seme non può aver futuro.

Fin qui sembrerebbe tutto abbastanza logico. Quel che colpisce è però il tempo in cui il padrone del campo sceglie di operare. Non durante la crescita, perché non capiti che il germoglio buono venga estirpato insieme alla zizzania. C’è quasi una tenerezza del proprietario del campo, il quale, per scongiurare che una sola pianta veda perduta, attende pazientemente la crescita di tutto ciò che è stato seminato, legittimamente e furtivamente.

Solo quando le piante saranno chiaramente distinguibili ci sarà qualcuno che compirà il lavoro della separazione, ma questi non saranno gli stessi operai che hanno seminato e lavorato la terra, bensì i mietitori, che nella spiegazione della parabola data da Gesù ai discepoli sono gli angeli che agiranno nel giorno del giudizio.

In questo tempo, nel tempo presente in cui viviamo, il buono e il cattivo seme devono crescere insieme. Questo è solo il tempo dell’attesa, il tempo in cui grano buono e zizzania si confondono, perché i nostri occhi non sono capaci di comprendere così in profondità dove sia la pianta buona e quella cattiva. Affrettare il giudizio sarebbe temerario e pericoloso, non possiamo mai dimenticarcelo.

La parabola racchiudendo “il mondo” in questo campo, ci invita a stare molto attenti ad esprimere giudizi su chi sia dentro o fuori, giusto o peccatore, santo o perduto. Gesù ci mette in guardia dal non attribuire a Dio la colpa del male che c’è nel mondo, ma ci parla di un Dio che si assume la responsabilità di tollerare chi compie il male, nella speranza che quella che oggi sembra una pianta di zizzania possa rivelarsi domani una pianta di grano. Chi vorrebbe oggi compiere il giudizio e cacciare fuori ogni radice che gli sembra perversa, compie un passo troppo lungo per la sua gamba umana e non rispetta i tempi e i modi di Dio, che non sono i nostri.

Mi piace fermarmi in ascolto di questa parabola anche restringendo drasticamente quel campo, perché dalla misura del mondo prenda la misura del mio cuore. Anche il cuore di ciascuno di noi è riempito da un seme buono e raggiunto da un seme cattivo che rischia di soffocare il buono che vi si trova, un luogo in cui convivono il bene che vogliamo e il male che non desideriamo. Se guardo con attenzione dentro il mio cuore, inoltre, mi sembra che ad essere curata di più sia la zizzania anziché il grano. Guardando la parabola da questa prospettiva, mi fa bene sentire le parole del proprietario del campo che invita anche me alla pazienza. La pazienza della fede che riconosce che il seme di Dio, che c’è anche nel mio cuore, è sempre il più piccolo fra i semi dell’orto e anche quando diventerà l’albero più grande, sotto il quale persino gli uccelli del cielo possono ripararsi, non perderà la sua origine, umile come è il granello di senape.

Sempre questa lettura della parabola mi consola molto nel farmi capire che pur conoscendo com’è il nostro cuore, Dio non manda oggi zappatori esigenti, i quali, per estirpare il male, fanno del nostro cuore un deserto. Egli aspetta e soprattutto perdona. Ed è nel suo perdono la forza del miracolo che può cambiare la zizzania in grano, come è nella nostra volontà la possibilità che il grano diventi zizzania. E allora, ogni volta che invoco un intervento potente di Dio contro questo o quello, mi chiedo se quel perdono di cui ho sempre bisogno, e sono contento Dio me lo conceda con abbondanza, non possa scendere anche su quanti vorrei fossero colpiti da un fuoco celeste. E, pensando allo stile di Dio così differente dal mio, come Giobbe, non posso fare altro che chiudermi la bocca con la mano (cfr. Gb 40,4) e silenziare la mia testa dei tanti pensieri giudicanti che rischiano di infestarla.

Francesco Cortellini


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