24 luglio 2026

Lo stesso metro per tutti

C’è qualcosa che, in questo tempo, faccio sempre più fatica a comprendere.

Non è la diversità delle opinioni. Quella mi piace.

Ciò che non comprendo è perché non riusciamo più a usare lo stesso metro.

Per le persone, per i fatti, persino per le parole. Prima di ascoltare ciò che dici, qualcuno vuole sapere da che parte stai: destra o sinistra, con o contro, garantista o giustizialista, con le forze dell’ordine oppure contro. Come se anche il pensiero avesse bisogno di una tessera. Io continuo a preferire un metodo meno spettacolare.

Prima i fatti. Poi le opinioni. Guardare. Verificare. Ascoltare e lasciare persino che un fatto possa mettere in discussione ciò che pensavamo di sapere. Socrate diceva di sapere di non sapere. Io mi accontenterei di conservare il diritto al dubbio.

Prendiamo una parola: libertà.

A Cremona la vicenda del manifesto di SOS Vita rimosso nei pressi dell’ospedale ha aperto una discussione che va oltre quel manifesto. Il sindaco Andrea Virgilio ha spiegato le proprie ragioni. Vanno ascoltate. Ma dovrebbe essere altrettanto legittimo chiedersi se la libertà di espressione conservi lo stesso valore quando a esercitarla è qualcuno che sostiene un pensiero che non condividiamo.

Non è una domanda contro il sindaco. Non mi interessa fare guerre a nessuno. Di odio ce n’è già abbastanza. È una domanda sulla libertà.

Perché se la libertà vale moltissimo quando la invochiamo noi e un po’ meno quando la invocano gli altri, forse dovremmo avere l’onestà di chiamarla in un altro modo.

Lo stesso vale per la giustizia. Chi è accusato deve essere garantito. Chi è vittima deve essere tutelato. Chi viene riconosciuto colpevole deve rispondere delle proprie azioni.

Comprendere le cause di un reato non significa cancellare la responsabilità di chi lo commette, così come chiedere conto a un agente del proprio operato non significa trasformare un’intera divisa in un imputato. Il garantismo, se è garantismo, dovrebbe valere per tutti. Altrimenti, è una scelta di campo con un nome più elegante.

Poi c’è Mario Roggero. È stato giudicato. Esiste una sentenza definitiva e va rispettata.

Io non ero lì. Ma conosco una cosa: la paura. Conosco il rumore dei proiettili e so che esiste un abisso tra immaginare come reagiremmo davanti a un’arma e trovarsi davvero davanti a quell’arma.

Per questo diffido delle sentenze pronunciate dal divano. Comprese le mie.

La mia esperienza non mi autorizza a riscrivere una sentenza. Mi impedisce però di trattare la paura come un concetto astratto e proprio perché non voglio una società nella quale ciascuno si faccia giustizia da solo, continuo a credere nello Stato.

Quando abbiamo paura dobbiamo poter chiamare qualcuno. Quel qualcuno, molto spesso, indossa una divisa. Poi accade Bologna. Una vicenda completamente diversa.

Un uomo muore durante un intervento della polizia. Esistono immagini che pongono interrogativi ed esistono indagini che devono accertare la verità.

Se qualcuno ha sbagliato, dovrà risponderne. Una divisa non garantisce impunità.

Ma non può nemmeno trasformarsi automaticamente in una dichiarazione di colpevolezza. Poi arriva la violenza nelle strade. Ed è qui che le parole devono tornare ad avere un significato. La vendetta non è giustizia.

La violenza contro le forze dell’ordine non diventa giustizia perché viene compiuta invocando la giustizia. È violenza. La rabbia può essere compresa. Il dolore deve essere rispettato. La verità deve essere pretesa. Ma una piazza non è un tribunale.

Aggredire indiscriminatamente uomini e donne in divisa non accerta una responsabilità, produce soltanto altra violenza. Poi, quasi a ricordarci che il problema non appartiene a una categoria sociale, arrivano le immagini da Forte dei Marmi.

Uno dei luoghi simbolo del turismo esclusivo diventa teatro di una violenta rissa tra giovani: volano sedie, pugni, calci. Ed eccoci ancora allo stesso punto.

La responsabilità non dovrebbe avere classe sociale. Non conta il quartiere dal quale provieni. Non conta il locale che frequenti. Non conta il conto in banca. Conta ciò che fai. Se aggredisci, rispondi dell’aggressione. Se distruggi, rispondi di ciò che hai distrutto. Se commetti un reato, affronti le conseguenze. Chiunque tu sia.

Non per vendetta, per responsabilità. Perché il ragazzo della periferia e quello che frequenta un locale esclusivo dovrebbero incontrare, davanti alla legge, lo stesso metro. Altrimenti torniamo sempre lì. A una giustizia che cambia misura a seconda di chi abbiamo davanti. Ed è forse questo che mi inquieta.

Abbiamo cominciato a cambiare il significato delle parole secondo la convenienza.

La libertà diventa arbitrio quando serve a noi. Il garantismo diventa indulgenza quando riguarda qualcuno che abbiamo deciso di comprendere.

La violenza diventa protesta se condividiamo la causa. La vendetta diventa giustizia se ci piace chi la invoca. No. Le parole hanno un peso. La libertà senza responsabilità diventa arbitrio. La giustizia senza garanzie diventa vendetta. L’autorità senza controllo può diventare abuso. Ma il giudizio senza fatti diventa pregiudizio. E il linguaggio senza verità diventa propaganda. Forse anche il giornalismo dovrebbe ripartire da qui. Non dire ai lettori cosa devono pensare. Dare loro abbastanza fatti per poter pensare da soli. Perché non abbiamo bisogno di nuove parole. Abbiamo bisogno di restituire un significato a quelle che possediamo già e, soprattutto, di tornare a usare lo stesso metro con chi ci piace, con chi non ci piace, con chi indossa una divisa, con chi è accusato, con chi è vittima, con chi viene dalla periferia e con chi frequenta i luoghi più esclusivi. Persino con noi stessi.

Perché la prova più difficile della nostra idea di giustizia non arriva quando dobbiamo applicarla a chi ci somiglia. Arriva quando dobbiamo applicarla a chi non sopportiamo.

O a chi pensavamo non ne avrebbe mai avuto bisogno.

È lì che scopriamo se crediamo davvero nella giustizia. O soltanto nella nostra.

Beatrice Ponzoni


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commenti


Blek

24 luglio 2026 21:00

Dice bene,lo stesso metro. Per la morte del nordafricano si è scritto e parlato in lungo e in largo, spesso a sproposito, e si è fatta una guerriglia urbana investendo le forze dell'ordine di tanta violenza agita e parlata. . Per quella di Monica Esposito, invece, una cerimonia funebre composta e niente più ma soprattutto di primo acchito la notizia era comparsa solo su La Verità, tra i vari giornali. Forse perché era italiana cristiana......

Manuel

25 luglio 2026 09:55

In verità, la notizia è comparsa su: RAInews, il Resto del Carlino, Modena Today, SKY tg24, Corriere di Bologna, il Fatto Quotidiano, la Repubblica, il Giornale, Sul Panaro News, Gazzetta di Modena, TRC Modena, Virgilio, ANSA, Il Post, CGIL Modena web, etc., etc.

Blek

25 luglio 2026 21:54

Nella fase iniziale.

Il Pontormo

25 luglio 2026 12:06

Condivido al 200% 👍🏻🎩

Anonimo

25 luglio 2026 20:03

Forse perché è molto più grave se nella morte di qualcuno è coinvolto chi ha giurato di proteggerci piuttosto che un delinquente?

Laura

25 luglio 2026 07:28

Manicheo, cara Beatrice. Manicheo.
Questo termine indica un seguace di un'antica religione che era solita dividere tutto in modo rigido tra bene e male, senza ammettere vie di mezzo o sfumature. Oggi tale criterio riguarda l'appartenenza politica. A=sempre tutto giusto e perfetto; B=sempre sbagliato e negativo.
Virgilio non si sottrae ai tempi che stiamo vivendo anche perché per essere liberi, obiettivi e non manichei bisogna essere culturalmente attrezzati, non ricattabili dal punto di vista economico e mediamente intelligenti.
Governare non è un compito semplice perchè deve tener conto del molteplice e farlo con equilibrio è ancor più complicato.
La strada più semplice per i meno "attrezzati" è quella di seguire pedissequamente la linea del partito, sempre e comunque. Prima o poi si sarà ricompensati.

Ada Ferrari

25 luglio 2026 10:40

Lucida, equilibrata e totalmente condivisibile.

Stefano

25 luglio 2026 13:21

Forse si farebbe un piccolo ma significativo passo in avanti se, nelle aule dei tribunali, al posto della frase "La Legge è uguale per tutti" ci fosse il ben più appropriato e civile principio "La Giustizia è uguale per tutti" ...