20 luglio 2026

Ha ancora senso la figura del medico di famiglia?

Medicina territoriale, un sistema al collasso.  La carenza di medici di medicina generale  è nota.  Se questa è la realtà, per modificarla occorre prima cercare a causa e soprattutto  porsi una domanda.  La figura del medico di famiglia ha oggi ancora senso? La mia risposta, da medico che svolge questa professione da oltre quarant'anni, è semplice e senza esitazioni.

La gente continua a cercare e a valorizzare, un rapporto di fiducia con il proprio medico. Un bisogno che si manifesta ogni giorno nello svolgimento del lavoro sia per le piccole difficoltà quotidiane che per le situazioni più gravi e complesse, quelle che richiedono una presa in carico. Un concetto che si fonda su due pilastri: prossimità e fiducia. 

L’importanza del ruolo del medico di famiglia  è riconosciuta dagli organismi sanitari internazionali,  eppure, negli ultimi dieci anni, questo equilibrio si è progressivamente incrinato.

Diversi fattori hanno contribuito a logorare il sistema della medicina generale.  Per un decennio si sono laureati circa 10.000 medici l'anno, ma solo 6.000 hanno potuto accedere alle scuole di specializzazione. Il risultato è stata una vera e propria fuga di giovani medici verso l'estero — professionisti formati con risorse pubbliche italiane, persi dal sistema sanitario nazionale.

Il ruolo del medico di medicina generale si è progressivamente ridotto sul piano dell'autonomia clinica, mentre sono aumentati gli adempimenti burocratici.

Si è riempito di adempimenti: un sistema complesso di esenzioni ticket, priorità, formalismi e certificazioni su piattaforme informatiche sempre diverse. 

Un esempio emblematico riguarda le ricette per i follow-up, che scadono ogni sei mesi anche per patologie — come diabete o patologie oncologiche — i cui controlli dovrebbero avere cadenza annuale. Il risultato è paradossale: i medici di medicina generale si trovano costretti a riscrivere prescrizioni già emesse dagli specialisti.

 Di fronte a un sistema percepito come sempre più oneroso e sempre meno attrattivo, i giovani medici scelgono l'estero. 

Per tamponare la carenza, si è scelto di alzare i massimali di pazienti assegnabili ai medici ancora in attività, mantenendoli al lavoro fino a 73 anni. Una soluzione tampone che non potrà reggere a lungo: una crisi più profonda, prima o poi, è destinata a emergere.

In gioco non c'è solo l'organizzazione del lavoro, ma la tenuta stessa del patto generazionale su cui si regge il sistema previdenziale: chi lavora oggi versa i contributi che sostengono chi è già in pensione. Anche il linguaggio ha finito per riflettere questa deriva burocratica: la stessa espressione medico di base richiama più un incarico amministrativo che una relazione di cura. Non mancano poi le proposte, periodicamente riaffacciatesi, di trasformare i medici di medicina generale in dipendenti del Servizio sanitario. Una prospettiva che confligge apertamente con la natura stessa della professione, fondata sull'autonomia, sulla fiducia e sulla prossimità con il paziente — e che, peraltro, risulterebbe difficilmente sostenibile per mancanza di risorse economiche e umane adeguate. Un capitolo a parte merita la vicenda delle Case di comunità, finanziate con i fondi del PNRR. Ne sono state realizzate meno di quante inizialmente previste, ma il denaro è già stato speso: ora, per evitare di doverlo restituire, è necessario che queste strutture funzionino a pieno regime.

In questo contesto si inserisce un recente e controverso decreto ministeriale, che puntava a imporre il passaggio dei medici alla dipendenza all'interno delle Case di comunità — una proposta in aperto contrasto con il sistema descritto sopra. Dopo lo scontro, si è arrivati a un accordo, recepito in convenzione, che prevede la partecipazione dei medici di medicina generale alle attività delle Case di comunità, pur mantenendo la loro autonomia professionale.

La particolarità di questa vicenda sta nei tempi: la decisione è stata presa e attuata in appena tre giorni. Una scelta condivisa nell'interesse generale, ma che ha lasciato scoperte numerose criticità pratiche:

- gli orari richiesti dalla presenza nelle Case di comunità sottraggono tempo prezioso all'attività ordinaria nello studio;

- per alcuni medici — in particolare quelli con massimale incrementato o ancora impegnati nei corsi di formazione specialistica, che hanno vincoli orari di frequenza — risulta oggettivamente impossibile sostenere questo ulteriore impegno;

- non è stato ancora chiaramente definito quale debba essere il ruolo specifico del medico di medicina generale all'interno delle Case di comunità;

- restano aperte questioni pratiche non secondarie: l'uso di pc e software aziendali, la disponibilità di parcheggi, le distanze tra gli studi sul territorio e le sedi delle Case di comunità, la copertura assicurativa dei medici impegnati in attività diverse da quelle per cui sono normalmente assicurati.

Di fronte a queste difficoltà attuative, le domande sollevate dai medici spesso restano senza risposta — non per mancanza di volontà, ma perché, semplicemente, le risposte non ci sono ancora. Per il momento, si naviga a vista, nella speranza che il sistema trovi da sé un proprio equilibrio.

C’è però un modello che, secondo chi opera sul territorio da decenni, avrebbe rappresentato una soluzione più coerente con i reali bisogni sanitari: il modello Hub & Spoke (mozzo e raggi).

L'idea è semplice quanto efficace: nei paesi, nelle contrade, nelle valli, nelle campagne e nei quartieri, dovrebbero essere presenti ambulatori periferici — gli spoke — collegati alle Case di comunità (l'hub). In questi presìdi periferici, personale amministrativo, infermieri e medici di medicina generale potrebbero lavorare a stretto contatto con specialisti e strumentazione diagnostica di primo livello, portando davvero l'assistenza sanitaria vicino alle persone, secondo un'organizzazione capillare adatta alle esigenze del presente.

Costringere invece i medici a spostarsi verso un centro distante, per svolgere mansioni distanti dalla loro identità professionale, non sembra rappresentare una risposta realmente efficace ai bisogni sanitari dei territori. Il quadro che emerge è quello di una professione — quella del medico di medicina generale — schiacciata tra burocrazia crescente, carenza di ricambio generazionale e riforme calate dall'alto in tempi troppo stretti per essere realmente comprese e metabolizzate. Eppure, la domanda di fiducia e prossimità da parte dei cittadini resta fortissima.

 La sfida, oggi, è capire se il sistema saprà ritrovare un equilibrio tra le esigenze organizzative della sanità pubblica e la natura più autentica di una professione che si fonda, prima di tutto, sulla relazione umana.

Il problema è capire se il Paese intenda ancora investire in una medicina di prossimità fondata sulla relazione di fiducia oppure rassegnarsi a un sistema sempre più burocratico e sempre più distante dalle persone.

Medico di medicina generale- Romanengo

 

Marco Agosti


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


marco

20 luglio 2026 15:57

I problema è che le case di Comunità sono nate proprio per il sistema da lei descritto per poi trovarsi nella condizione di non avere nessun tipo di diagnostica ( radiografia, ecografia.....)
Sono centri delocalizzati amministrativi con la presenza della Guardia Medica e di Consultorio e Psicologo.
Il Pronto Soccorso è e rimane il luogo dove posso trovare risposta ai miei bisogni di salute immediata.

Roberto

20 luglio 2026 16:16

Buon giorno
Ho apprezzato l'intento, il tono le considerazioni e le proposte ed a queste ultime gradirei integrare alcune considerazioni.
Gli aspetti formali intesi come burocratico ed amministrativi, necessiterebbero essere correlati al quadro epidemiologico in essere nel territorio, e la considerazione di alcune specificità in essere ( esempio, l'anzianità dei pazienti e la tipologia delle patologie) le scelte basate su una dubbia politica diagnostica che rimanda come effetto all' intasamento delle Asst.
Le politiche di prevenzione sono inesistenti e il ruolo del medico di base, storico sono coperte dai pronto soccorso .
Ci sono corporazioni del mondo sanitario solide che non sono disponibili ad una ridiscussione sulla missione e sulla visione dei diversi stakeholder