21 luglio 2026

Il caso Roggero: quando la politica si fa attraverso i processi

A qualche giorno di distanza dalla sentenza della Corte di Cassazione e dall’inizio dell’esecuzione della pena per Mario Roggero si può fissare più a freddo qualche punto fermo.

Ho letto la sentenza di condanna della Corte d’Assise di Appello di Asti nei suoi confronti per duplice omicidio, tentato omicidio e porto abusivo di arma che è stata confermata dalla Corte di Cassazione. Dal punto di vista tecnico e della motivazione è una sentenza del tutto convincente.

Senza nulla togliere alla gravità dell’azione consumata nella gioielleria, quando Roggero aveva inseguito i rapinatori in strada sia l’attualità del pericolo sia una possibile proporzionalità tra l’azione aggressiva subita e la reazione erano del tutto cessate. Lo provano non solo le telecamere ma un particolare. Roggero aveva recuperato la pistola da un cassetto solo quando i rapinatori erano già usciti dal negozio e solo allora l’aveva impugnata. Due tempi ben distinti di cui il secondo era quello non di una difesa ma di una ritorsione non consentita. Nessuna legittima difesa quindi nemmeno in base alla riforma del 2019, voluta dalla Lega, che pur l’aveva espansa soprattutto nei casi di intrusione in una abitazione o in un esercizio commerciale.

Anche l’entità della pena per due omicidi e un tentato omicidio non si espone a troppe critiche. Forse calcolando l’attenuante della provocazione in modo separato dalle attenuanti generiche avrebbe potuto essere limata di un paio d’anni, ma non di più. Senza dimenticare che Roggero avrebbe potuto chiedere, pochi lo sanno, il giudizio abbreviato. Ma non lo ha voluto fare. È di certo una scelta libera ma che esclude, in caso di condanna, una sostanziosa riduzione di pena. 

Per quanto concerne il comportamento del Ministro di Giustizia questi si è mosso in modo decisamente intempestivo. Quando ha evocato l’avvio di una procedura di grazia per il condannato, Roggero non era nemmeno entrato in carcere e non era stata, e non lo è tuttora, nemmeno depositata la motivazione della sentenza della Cassazione. Non c’era nemmeno una richiesta di grazia presentata dai familiari. Il suo intervento era quindi decisamente fuori luogo, ha avuto il tono del lancio di una campagna politica rivolta a ottenere il plauso di chi aveva votato i partiti per conto dei quali è divenuto Ministro. 

In realtà la procedura di grazia è un po’ più complessa rispetto al messaggio precipitoso che si percepiva dalle parole del Ministro. Innanzitutto non è di competenza del Ministro, che rappresenta una parte politica, ma un potere “sovrano” del presidente della Repubblica che ha una posizione per sua natura neutrale. Il Ministro deve solo esprimere un parere favorevole o contrario che può essere disatteso dal Presidente della Repubblica tanto è vero che nel caso di Ovidio Bompressi, uno degli assassini del comm. Calabresi, il Ministro leghista Castelli trasmise un parere contrario ma il presidente Ciampi firmò ugualmente la grazia. Inoltre non è o non dovrebbe essere un provvedimento istantaneo ma invece di norma preceduto da una relazione dell’autorità carceraria sul comportamento del condannato e da un parere del Magistrato di sorveglianza che può valorizzare anche l’età, le condizioni di salute del condannato e l’avvenuto risarcimento delle vittime. Soprattutto è facilitato dalla revisione critica da parte del condannato del reato commesso. In sostanza è una cosa seria (non parlo apposta del caso Minetti per non complicare) tanto è vero che nel 2025 il presidente Mattarella ha accolto solo 72 domande di grazia o di commutazione della pena sulle 4230 richieste presentate. 

Sotto quest’ultimo profilo Mario Roggero parte da una situazione non troppo favorevole perché almeno sino ad ora non sembra aver compreso la gravità del proprio comportamento e ha preferito mandare messaggi all’esterno come se fosse un innocente vittima di una ingiustizia che deve essere riparata da una parte politica.

 Personalmente comunque non riterrei uno scandalo se, in considerazione soprattutto dell’età del condannato, il Presidente della Repubblica, espiato un periodo di permanenza in carcere, firmasse non un provvedimento di grazia pura e semplice ma un provvedimento di commutazione della pena previsto anch’esso dall’articolo 87 della Costituzione. In sostanza stabilisse di accorciare la pena o l’applicazione di una misura meno grave quale quella degli arresti domiciliari. Ma appunto solo dopo un congruo periodo di osservazione in carcere del comportamento del condannato. E tutto questo senza inutili clamori e campagne politiche e senza in alcun modo, sfruttando il caso Roggero, cercare di allargare per legge le maglie, ancora abbastanza strette, solo all’interno delle quali è riconoscibile la legittima difesa.

Vorrei ricordare, perché è significativo, anche una, chiamiamola così, “non notizia”.  Proprio poche settimane fa la Corte d’Assise di Milano ha condannato per omicidio volontario due commercianti di etnia cinese. Un ladro si era introdotto di notte per rubare nel loro bar tabacchi scassinando la saracinesca. I proprietari, che abitavano vicino all’esercizio, se ne erano accorti, erano intervenuti, il ladro aveva cercato di fuggire ma era stato raggiunto in strada e buttato a terra e alla fine era stato ucciso dai due con più di una ventina di colpi di forbice. Anche in questo caso gli imputati avevano invocato la legittima difesa che è stata loro giustamente negata perché il fatto era avvenuto quando il ladro era ormai in fuga ed era tra l’altro, tranne gli attrezzi da scasso, disarmato. Sono stati entrambi condannati a 17 anni di reclusione. Un caso quindi sul piano tecnico abbastanza simile al caso Roggero. Eppure nessuno ne ha parlato, nessuno ha evocato la grazia e gli è stato dedicato solo qualche trafiletto sulla stampa milanese. I due imputati non erano assimilabili all’alveo culturale del sovranismo e del populismo e quindi non c’era nessun fatturato politico in vista. Quindi non valeva la pena di occuparsene.

La conclusione è semplice quanto desolante. La politica, non solo a destra ma anche a sinistra, insegue appena possibile le indagini e le sentenze, giuste o sbagliate, molte indagini in verità sbagliate lo sono, solo per ottenerne un indebito vantaggio, incurante di mettere in confusione chi ascolta. È una anomalia italiana, paragonabile sul piano più mediatico-giudiziario solo all’indecente show di Garlasco, di cui non abbiamo alcuna possibilità di liberarci. È uno dei frutti malati della più che trentennale guerra tra politica e magistratura, un conflitto dove non ci sono innocenti, che da più di trent’anni affligge il nostro paese e che è destinato a continuare.

Guido Salvini


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


biagio

22 luglio 2026 11:20

Ho letto con attenzione l’editoriale del giudice Guido Salvini sul caso Roggero. Il suo intervento ha il merito di riportare la discussione sul terreno corretto: quello dei fatti accertati e delle norme applicabili. Salvini ricorda un principio essenziale dello Stato di diritto: la legittima difesa non è una reazione emotiva, ma una fattispecie giuridica con limiti precisi. E nel caso Roggero – come stabilito dalla Cassazione – quei limiti risultavano superati nel momento in cui il pericolo era cessato.

Il problema è che la politica non si muove con la logica dei codici. Mentre la sentenza ricostruisce i “due tempi” dell’azione, una parte del dibattito pubblico ha trasformato il caso in un simbolo identitario. Salvini osserva che l’intervento del Ministro della Giustizia sulla grazia è apparso tempestivo e non fondato su un’istruttoria completa, alimentando la percezione di una sovrapposizione tra giustizia e comunicazione politica.

Qui nasce la distorsione più profonda. Per una parte dell’opinione pubblica, l’equazione è immediata:
Roggero = vittima che si difende; lo Stato = entità che punisce chi lavora e tutela chi delinque.
È una percezione che non deriva dal diritto, ma dalla semplificazione comunicativa. Salvini ricorda un caso analogo – l’omicidio nel bar di Milano, con oltre venti colpi di forbice – che non ha generato alcuna mobilitazione politica. Questo dimostra quanto la narrazione pubblica non segua criteri giuridici, ma dinamiche emotive.

- La destra e la forza degli slogan: l’esempio Vannacci
L’exploit del generale Vannacci lo dimostra: è bastata una parola d’ordine come “reimmigrazione” per intercettare una rabbia diffusa e portare il suo partito, secondo i sondaggi, intorno al 6%.
Questo confermerebbe che la comunicazione semplice sposta voti, indipendentemente dalla fattibilità delle proposte.

- La sinistra non ha ignorato la sicurezza: ha sbagliato linguaggio
Vorrei chiarire un punto spesso frainteso: la sinistra si è occupata di sicurezza. Ha prodotto norme, piani urbani, interventi sociali e riforme. Il problema, a mio avviso, non sarebbe l’assenza del tema, ma come è stato comunicato.
Mentre la destra proponeva slogan immediati come “Blocco navale”, la sinistra rispondeva con formule tecniche come “governare i flussi attraverso la sussidiarietà”.
Il risultato è che il messaggio non arrivava, e la percezione di scarsa fermezza avrebbe generato un vantaggio comunicativo durato anni.

La complessità esiste, ed è innegabile: l’Italia è una frontiera naturale difficile da controllare. Ma la complessità è il secondo tempo del discorso. Il primo dovrebbe essere semplice e comprensibile:
Le regole esistono e vanno rispettate.
Non è un messaggio di destra: è la base della convivenza civile.

- Effetti controproducenti: esempi concreti
Quando gli slogan diventano politiche, emergono i problemi.
Lo vediamo in Sicilia, a Pozzallo, dove gli sbarchi continuano: mentre si promettevano muri e blocchi navali, oggi si ricorre a misure come i contributi economici per i rimpatri volontari.
L’effetto controproducente potrebbe essere concreto:

si rischia di creare un incentivo a entrare nel Paese solo per ottenere il contributo,

uscire,

e tentare di rientrare.

Un “viavai” che nessuno può permettersi, né sul piano economico né su quello della credibilità istituzionale.

- I cittadini dovrebbero interrogarsi sui risultati reali del governo
La discussione pubblica è stata spostata quasi interamente sulla sicurezza. Ma forse i cittadini dovrebbero interrogarsi su ciò che è realmente cambiato negli anni di governo:

la sanità è più in difficoltà;

i salari non crescono;

le pensioni non recuperano il potere d’acquisto;

il lavoro è sempre più precario.

E mentre si parla di sicurezza, il tema decisivo resta fuori dal dibattito:
il debito pubblico, che continua a crescere e ci costa circa 80 miliardi l’anno di interessi.
Una cifra enorme, che ricade interamente sui cittadini:

in tasse,

e in mancanza di servizi.

La responsabilità del debito è della classe politica nel suo complesso, non dei cittadini, che però ne pagano le conseguenze.

- Il ruolo della Polizia di Stato: un tema delicato
È fondamentale ricordare che la Polizia di Stato è un corpo civile al servizio dei cittadini, non un simbolo politico.
Quando la politica tenta di schierarla “dalla parte del governo”, si produce un danno istituzionale enorme:
la Polizia rischia di essere trasformata da servizio ai cittadini a manus longa dello Stato.
Una deriva che andrebbe evitata con fermezza, perché mina la neutralità delle istituzioni e la fiducia pubblica.

Ed è altrettanto importante ricordare che il dovere dello Stato sarebbe quello di mettere la Polizia nelle condizioni di lavorare bene:

strumenti adeguati,

mezzi moderni,

formazione continua,

e soprattutto organici ripianificati in modo serio.

Senza queste condizioni, nessuna forza dell’ordine può garantire sicurezza reale.

- La conclusione logica
Se si vuole evitare che la politica continui a usare i processi come palcoscenico, come Salvini segnala, chi si oppone dovrebbe cambiare linguaggio.
Non basta avere ragione: bisogna renderla percepibile.

A mio avviso, se la sinistra volesse davvero impedire l’avanzata del populismo, potrebbe adottare un registro più concreto e immediato, partendo da una premessa semplice e comprensibile a tutti:

In Italia si entra e si vive solo rispettando le regole.

Questa non è una parola d’ordine di destra: è l’essenza stessa dello Stato di diritto.
Solo dopo aver riaffermato con chiarezza questo principio si può affrontare la complessità: il mare, i flussi, l’integrazione, la cooperazione internazionale.
E sarebbe l’unico modo per sottrarre terreno alla propaganda populista e restituire centralità allo Stato di diritto.


Biagio

Blek

22 luglio 2026 13:29

Non mi interessa entrare nel merito della pena inflitta a Ruggero, ma del suo contorno. Quei ladri, stando a quello che avevano combinato fino a quel momento, dovevano essere in galera o a piede libero? Se in galera, allora chi li ha scarcerati anzitempo è da ritenersi corresponsabile di quanto ne è seguito ed è evidente anche quanto una scarcerazione anticipata si sia rivelata inutile ai fini di un recupero sociale di quegli individui e anzi di incoraggiamento a commettere altri reati. Ed è evidente anche che l' Italia è il paese del bengodi per tanti criminali perché le pene patite ,quando sono patite. da parte di questi galantuomini non sono certo quelle della Cina o dell' Arabia saudita. Rispetto a questi pochi esempi, due tra mille di profonda ingiustizia, il suo discorso lascia il tempo che trova, perché lei dimostra di non preoccuparsi minimamente che i cittadini onesti possano vivere tranquilli e lavorare senza patemi d'animo per la sicurezza loro e dei loro familiari,a partire dai gioiellieri, . ma semplicemente di interpretare le cose in punta di diritto, poi se la criminalità come mestiere dilaga chi se ne frega. Un motivo più che valido per firmare la petizione a favore di Ruggero.

Blek

22 luglio 2026 22:39

In punta di diritto.