Liberi dalla paura perché il Padre si prende cura di noi
Nella pagina di Vangelo che viene proclamata in questa domenica, ascoltiamo ancora un passaggio che proviene dal discorso missionario di Gesù. Queste parole non riguardano solo coloro che sono inviati a due a due dal Maestro, ma parlano anche a noi che avendo accolto il messaggio del Signore risorto siamo con Lui coinvolti nel portare a tutti quanto gratuitamente da Lui abbiamo ricevuto.
Ed è proprio questo il punto di partenza: chiederci se dal Vangelo ci lasciamo compromettere oppure se in fondo essere cristiani non genera in noi alcuna differenza nella qualità della nostra vita rispetto a chi cristiano non è. Gesù chiede di riconoscerlo davanti agli uomini per poter essere da Lui riconosciuti e accolti (cfr. Mt 10,32-33). In tempo di persecuzione e di rifiuto esplicito della fede cristiana, è indubbio che riconoscere il Signore significasse avere il coraggio di affermare la propria fede davanti a giudici pronti a condannare fino alla pena capitale chi si fosse detto seguace del Cristo. In tempi non persecutori, anche se non esattamente cristiani, dare testimonianza al Signore significa esprimere nella nostra vita la differenza del Vangelo rispetto a molte logiche date per scontate. Allo stesso tempo, penso anche che dare testimonianza al Signore non significhi ripetere in modo permanente frasi e comportamenti del passato, di un passato a volte molto più recente di come lo si descrive; una ripetizione che in alcuni casi diventa giudizio tagliente e colpevolizzante verso chi la pensa in modo diverso da chi si esprime. Al cristiano, investito del dono dello Spirito, è sempre chiesta la sapienza del padrone di casa che estrae dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche (cfr. Mt 13,51).
La testimonianza del discepolo è la capacità di riconoscere il Signore Gesù davanti agli uomini, quanto meno gli è richiesto il desiderio autentico e concreto di farlo, con la fermezza di una fede che è salda e forte come una colonna di ferro e un muro di bronzo (cfr. Ger 1,18) e che è allo stesso tempo dolce nel suo mostrarsi (cfr. 1Pt 3,15-16), perché sa che la verità non si impone, ma si può solo proporre alla libertà di chi ascolta, disarmata come lo è Dio quando parla al cuore di ciascuno di noi.
Il cristiano è così fortissimo perché sostenuto dal Signore, e allo stesso tempo debolissimo perché spogliato di ogni umana sicurezza: privo di oro e argento, senza denaro nella cintura, senza sacca da viaggio, sandali e bastone per il viaggio (cfr. Mt 10,9-10) e in questa sua condizione tipica, che non è solo di un momento ma che lo caratterizza sempre, è invitato a liberarsi dalla paura, richiamo che per tre volte viene ripetuto a coloro che partono per la missione.
Nessuna paura a parlare con franchezza davanti a tutti, dai tetti delle case, cioè dai luoghi in cui è più facile farsi sentire. Non pensiamo agli altri, ma a ciascuno di noi. Pensiamo a come ci esprimiamo negli ambienti pubblici in cui ci muoviamo e viviamo come quelli del lavoro e del tempo libero, nelle scelte familiari, nel modo in cui ci costruiamo una visione del mondo che poi esprimiamo, anche nei più semplici “discorsi da bar”. Attraverso il richiamo del Signore, siamo invitati a chiederci quanta libertà evangelica c’è in noi o quanta paura del giudizio altrui: paura di essere etichettati come cristiani e quindi come persone “fuori dal tempo”, come qualcuno oggi dice.
Il Signore dichiara poi a coloro che invia in missione che non devono aver paura di chi ha il potere di uccidere la vita del corpo, perché c’è qualcosa che vale di più della sopravvivenza corporale. Si tratta di parole impegnative. Lo erano per chi dichiarandosi cristiano correva il rischio di essere ucciso, ma sono parole che hanno un loro valore anche oggi. Penso all’esempio di tante persone che hanno vissuto il martirio, nel senso più ampio del termine, perché hanno difeso persone, si sono opposti a sistemi ingiusti, hanno denunciato corruzione e usurpazioni, hanno perso la propria vita per salvare quella degli altri. Penso a chi ancora oggi, in tante parti del mondo, ha perso la vita o corre il rischio di perderla semplicemente perché è cristiano, senza fare notizia, nel silenzio e nell’indifferenza, anche nostra purtroppo.
Il bene costa spesso il prezzo della vita donata per amore. Per questo il richiamo di Gesù a “non aver paura” ci spinge a liberarci dalla comodità dell’essere cristiani da salotto (cfr. Papa Francesco, Angelus, Domenica 4 febbraio 2024), comodi nel nostro dirci discepoli, ma vuoti nel nostro esserlo, perché incatenati ai divani delle nostre quotidiane comodità.
Non possiamo avere paura, ci dice Gesù, perché valiamo più di molti passeri di cui Dio si prende cura nutrendoli e assistendoli, come si Egli è attento ai gigli del campo che riveste di una bellezza ineguagliabile. Sapendo qual è il nostro valore agli occhi del Padre, possiamo essere liberi da ogni paura e sulla fiducia in Lui lavorare per costruire la civiltà dell’amore che nasce dall’annuncio del Vangelo.
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