11 settembre 2021

Liliana Segre e il Censimento degli Israeliti

Ieri Liliana Segre ha compiuto 91 anni. Ho avuto modo di incontrarla personalmente, e di offrirle anche un caffè espressamente richiesto con simpatia, in occasione della mostra sul Censimento degli Israeliti che abbiamo realizzato nel 2018 alla Triennale assieme al Centro Documentazione Ebraica Contemporanea e al Dipartimento di Studi Storici della Statale.

Difficile non rimanere conquistati, per non dire travolti, dalla sua simpatia e dal suo entusiasmo quasi adolescenziali, dalla sua energia inesauribile e dalla sua risoluta capacità di stare di fronte a un dramma inimmaginabile con la forza e la coscienza di chi è tornato da un inferno, inghiottito dalle tenebre ma non ucciso, come Corè nel libro dell’Esodo. Queste sue doti, che l’hanno portata ad essere nominata Senatore a vita e in un certo momento addirittura a divenire un simbolo nazionale, le hanno permesso di raccontare alle nuove generazioni un dramma che ha inizio nel 1938, più precisamente nell’agosto del 1938, quando ai Podestà delle amministrazioni comunali giunge una velina di carta rosa dai rispettivi Prefetti in cui si invita, in via assolutamente riservata, a dare inizio al “censimento della popolazione di razza ebraica”. Inizia così un rigoroso lavoro anagrafico che vedrà registrare in speciali registri e schede, in poco meno di un anno, la quasi totalità dei cittadini ebrei italiani: le Leggi in difesa della Razza Ariana o anche dette Leggi Razziali saranno annunciate il 17 novembre del 1938 da Mussolini a Trieste, ed i loro effetti cesseranno di fatto solo con la fine della Repubblica di Salò nel 1945. 

Erano state precedute nel luglio del 1943 dal “Manifesto della Razza”, un decalogo in base al quale numerosi medici e scienziati del Regime, imitando i colleghi tedeschi, elencavano motivazioni e criteri per identificare ed isolare i “non ariani”, cioè italiani tedeschi e affini non di “razza pura ariana”. Quest’ultimo concetto balzano si perde nella notte dei tempi e il Nazismo lo fece proprio in una di quelle contraddizioni esoterico-mistiche che lo hanno caratterizzato fin dall’origine: basti pensare che Reza Palhavi, Scià di Persia, iraniano e musulmano, aveva tra i suoi titoli proprio quello di “Aryamehr”, la Luce degli Ariani, una popolazione semi mitologica che secondo una spiccia mitologia della Germania pre-hitleriana, creata dal monaco cistercense Josef Lanz, aveva dimorato incontaminata in una Atlantide sull’Himalaya ed aveva dato origine al popolo tedesco (la scelta della svastica, che come noto è in realtà il simbolo del sole proprio di quelle popolazioni, nacque da un viaggio in India di Lanz, che ricevette in dono da un santone un anello con quel simbolo). 

Il Fascismo mutuò dunque in toto dal Nazismo i provvedimenti razziali, in buona parte spinto dalla perentoria insistenza teutonica e in parte da un clima di crescente razzismo che veniva dalle conquiste coloniali africane, oltre a un certo antisemitismo cattolico-romano che però si era stemperato molto già dopo l’Unità d’Italia. Il precedente tedesco è più che noto: le Leggi di Norimberga del 1935, proclamate da Hitler durante il settimo raduno del Partito Nazista tenutosi nella città bavarese, e anche lì nate in un contesto in cui l’antisemitismo aveva radici ben più profonde di quelle naziste (in Lutero ci sono delle tirate ossessive sulla minaccia ebraica che fanno sembrare Hitler un discepolo,  e come dimostra il caso di Lanz, benchè poi espulso dal suo ordine monastico, il razzismo si accompagnava al mito della stirpe eletta anche negli ambienti cattolici germanofoni del ‘900). 

Ma torniamo ora al censimento razziale italiano e a Liliana Segre: proprio perché non esistono “razze” ma solo etnie, e poichè in realtà la popolazione ebraica non rappresenta nemmeno una etnia in quanto l’appartenenza è lì una combinazione di maternità e professione religiosa, farne un censimento si rivela all’inizio tutt’altro che semplice: quale criterio usare? Il primo criterio, al quale un po' ingenuamente e un po' sperando di mitigare il clima si presta la stessa comunità, è quello della iscrizione alla Comunità Ebraica “ufficiale”. Gli elenchi vengono consegnati alle anagrafi e costituiscono un primo nucleo dal quale emergeranno altri criteri: il cognome “tipicamente ebraico”, la professione della fede, la maternità ebraica, il matrimonio con un ebreo o una ebrea e via dicendo. Il sistema prevede inoltre che tutti coloro che “sospettano” di essere ebrei si autodenuncino, procedura alla quale segue poi la discriminazione, intesa come esclusione dall’elenco degli ebrei, o l’effettiva appartenenza. La stessa Segre, in quanto la bisnonna materna risulta non ebrea, viene inizialmente discriminata. Benchè l’idea della “soluzione finale”, cioè dello sterminio di massa, sia ancora ben lungi da venire e in Italia inizi di fatto dal 1943, il clima si fa sempre più pesante, fino ad arrivare, una volta censiti gli ebrei, alla pubblicazione di elenchi ufficiali che vengono distribuiti al fine di individuare gli ebrei nelle scuole e nei luoghi di lavoro ed espellerli o licenziarli.  Al tempo di queste vicende Liliana è poco più che una bambina, rimasta orfana di madre a un anno dalla nascita, e lei stessa ammette che inizia solo allora a sentirsi “ebrea”, mentre prima si era sempre sentita una milanese come le altre.  Di lì a sei anni perderà quasi tutto il resto della sua famiglia nei campi di sterminio di Auschwtiz. 

L’orrore sta tutto nella noia. Uno strumento noioso come un censimento anagrafico, si è trasformato in uno degli strumenti di sterminio di massa più precisi e micidiali della storia, ed è oggi conservato presso i nostri archivi.  In Germania dal 1941 ed in Italia dal 1943, grazie a questo strumento che già aveva causato l’esclusione degli ebrei dalla vita sociale ed economica, iniziano rastrellamenti a tappeto che condurranno milioni di ebrei allo sterminio, o come nel caso della Segre all’inferno e ritorno: tutto nato da una semplice letale procedura amministrativa.


Sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

Docente di archivistica all'Università degli studi di Milano

 

Francesco Martelli


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