20 luglio 2021

Fulvia, la cameriera cremonese di D'Annunzio

Un'emorragia cerebrale porta via Gabriele d'Annunzio la sera del 1° marzo 1938. Indossa un pigiama marrone e sta aspettando l'ora di cena nella sua "officina" al Vittoriale, fra carte e vocabolari. Sono da poco passate le 8, è chino davanti al suo scrittoio, dove è aperto il Lunario Barbanera, il più famoso almanacco italiano, con una frase da lui sottolineata di rosso, che annuncia la morte di una personalità. Nell'altra stanza le donne, al servizio della piccola corte nella villa di Gardone Riviera, hanno appena finito di cenare quando vedono uscire dall'appartamento del “Comandante” Giuditta Franzoni, l'infermiera personale che da qualche tempo non abbandona più di notte il poeta. La sua salute aveva ormai iniziato a declinare, ma quella sera Giuditta non è particolarmente preoccupata. Dice semplicemente alle altre che D'Annunzio aveva appena avuto una crisi e che doveva, di conseguenza, praticargli un'iniezione. Tutti conoscono ormai le sue condizioni di salute, anche le sue numerose amanti che pure lui continua a ricevere, grazie ad un carisma rimasto intatto ed al fascino che esercita il suo mito, anche se le attende in camicia da notte o nella penombra, per nascondere il fisico invecchiato.

Poco dopo Giuditta entra nuovamente nell'appartamento per uscirne subito dopo annunciando, laconicamente a testa basta: “Il Comandante è morto”. A raccontare la straordinarietà di quella sera è la cremonese Fulvia Tenchini, la domestica del Vittoriale, una delle sue preferite, originaria di Volongo. Fulvia sa esattamente cosa fare: si reca nella stanza della Zambracca, dove D'annunzio ha reclinato la testa sulla scrivania, e, aiutata da due altre cameriere, lo riveste. Poi, con l'aiuto dell'autista Guido, depone il corpo del poeta nella camera ardente che lui stesso aveva già predisposto. Giuditta Franzoni, come abbiamo visto l'unica presente negli ultimi istanti, racconta il momento del decesso: “Mi stringe forte la destra, me la fa sbattere sul tavolo come per dirmi resta qui”. Giuditta è l'infermiera adibita alla somministrazione dei farmaci. L'altra è Emy Heufler, cameriera tuttofare ma, secondo altri, un agente segreto al servizio dei nazisti incaricata di ucciderlo somministrandogli veleno anziché medicine. D'Annunzio, affetto da una serie di malanni, come piorrea, emorroidi, emicranie, gastriti, spasmi intestinali ma anche impotenza, faceva un uso smodato di stimolanti (come la cocaina), medicinali vari e antidolorifici, visibili tuttora negli armadietti del Vittoriale. Il ricercatore Attilio Mazza ha sostenuto che il poeta possa essere morto per overdose di farmaci, accidentale o volontaria, dopo un periodo di depressione; all’amica Ines Pradella aveva scritto pochi mesi prima:“Fiammetta, oggi patisco uno di quegli accessi di malinconia mortali, che mi fanno temere di me; poiché è predestinato che io mi uccida. Se puoi, vieni a sorvegliarmi”. Il certificato medico di morte, scritto dal dottor Alberto Cesari, primario dell’ospedale di Salò, e dal dottor Antonio Duse, medico curante del poeta, ufficializzò comunque la morte per cause naturali.

Giordano Bruno Guerri sostiene che D'Annunzio fosse circondato da donne che lo accudivano, lo spiavano e se lo contendevano. Erano almeno quattro. Una di queste era Amélie Mazoyer, conosciuta in Francia quando lei aveva 24 anni e lui il doppio e che era divenuta di fatto, nonostante fosse solo una dipendente, una delle sue amanti, anche se non bellissima. Un'altra era Luisa Baccara, la “Signora del Vittoriale” che, dopo essere stata sua amante, è rimasta nella villa suonando il piano per il vate. C'era poi la cameriera Emilia, detta il Caporale, la fornitrice di cocaina, e la moglie Maria Hardouin dei duchi di Gallese. Le donne sono state il suo ultimo tentativo di ingannare la morte, come negli anni belli erano state oggetto di desiderio, vezzo, vizio, giocattolo, piacere.

Fulvia Tenchini servì fedelmente d'Annunzio dal 1933 al 1938 e quella tragica sera del 1° marzo vestì il corpo ormai inanimato del Poeta. Nel 1963 raccontò quegli anni trascorsi al Vittoriale e gli ultimi istanti della vita del vate al giornalista Antonio Leoni, che ne trasse un ritratto vivo tale da costituire una testimonianza unica da parte di uno degli ultimi protagonisti ancora viventi di quell'epoca straordinaria. 

"Nel 1933 – racconta Fulvia - da quando fui assunta passarono quindici giorni prima che riuscissi a vedere il Comandante. Egli riceveva la posta, dava gli ordini agli autisti, regolava la sua vita senza uscire dal proprio appartamento, servendosi della cameriera privata e non avrebbe mai tollerato una qualsiasi intrusione di altre persone. Durante la giornata mangiava raramente e soltanto frutta. Il suo pasto lo compiva verso mezzanotte. Chiamava allora la cameriera privata che provvedeva... ma non tutte le notti il Comandante pranzava. A volte passavano persino 48 ore prima che toccasse cibo. Certo, noi avvertivamo continuamente la sua presenza. Non tanto perchè egli la rivelasse con una luce accesa e con uno squillio di campanella, quanto perchè la si sentiva nell'aria. Ancora oggi non so spiegarmi come riuscisse a riempire così interamente la villa della sua presenza... O meglio, ancor oggi non riesco a capire da dove promanasse una sensazione così violenta di genio e di personalità... Vede, io sono una donna che ha conosciuto molti ambienti e persone importanti, ma una sensazione di eroico quale ebbi di fronte a d'Annunzio non l'ho mai più provata”.

Vivere al Vittoriale, accanto ad un personaggio così unico ed eccentrico non è stato semplice e Fulvia così lo ricordava: “Non fu facile, lo confesso. Si usciva raramente dal Vittoriale e soltanto per ragioni di servizio. Nella villa eravamo tutti soggiogati dalla sua presenza. Ricordo che, nei primi giorni, io fui tremendamente colpita da un fatto. Mi accompagnarono in visita alla Villa e mi condussero nella Camera Ardente del poeta. Il comandante aveva fatto predisporre una vasta sala a lutto. Al centro era situato un cofano mortuario molto semplice, scoperchiato. Nel cofano una maschera del Comandante. Drappi neri coprivano interamente le pareti, candelieri erano posti ovunque. Di fronte al sarcofago, il Comandante aveva fatto sistemare una statua di S. Sebastiano che aveva acquistato a Lisbona. Perchè era giovane ed eroico. Confesso che per molto tempo, quando dovevo effettuare le pulizie nella Camera ardente del poeta, mi sentii tremendamente a disagio...”.

La Prioria è l’ultima dimora di Gabriele d’Annunzio arredata e decorata seguendo il suo gusto di “tappezziere incomparabile”: “Tutto qui mostra le impronte del mio stile nel senso che io voglio dare al mio stile”. Da una semplice villa colonica, già appartenuta al critico d’arte tedesco Henry Thode, d’Annunzio creò una casa museo simbolo del suo “vivere inimitabile”. Nelle stanze della Prioria sono conservati circa 10.000 oggetti e 33.000 libri, che si abbinano a frasi enigmatiche e motti, leggibili su architravi e camini, in un gioco continuo di rimandi simbolici. L’atmosfera di sacralità che si respira all’interno è ampliata dalla scarsa illuminazione. Vetrate dipinte, finestre con pesanti tendaggi, luci soffuse nelle stanze, fanno della Prioria un luogo misterioso e suggestivo in cui il Poeta fotofobico poteva ben vivere. D’Annunzio pensò e realizzò la villa con grande minuzia di particolari creando stanze atte a vari momenti di vita: dalla stanza della Musica in cui amava ascoltare dietro pesanti tendaggi Luisa Bàccara, sua ultima amante, alla stanza del Lebbroso realizzata come sua ultima dimora, con il letto simbolico delle due età, alla sua Officina, lo studio dell’operaio della parola, come era solito definirsi.

L'incontro di Fulvia con Gabriele d'Annunzio fu estremamente semplice. Un giorno il Comandante uscì dal suo appartamento in compagnia del fido architetto Carlo Moroni. Le si avvicinò e le disse semplicemente: “Certo tu non sai quante belle cose ci sono nel Duomo di Cremona.... Non aggiunse altro, sorrise. Ed io rimasi senza parole e senza fiato”.

Dopo questo primo incontro iniziò un periodo in cui i contatti tra il Comandante e la servitù si intensificarono. Oltre i pranzi ufficiali le occasioni per incontrare il poeta non mancavano da quando in una sala della villa venne installata una piccola sala cinematografica. Due o tre volte alla settimana venivano proiettate le pellicole che D'Annunzio mandava a noleggiare a Milano e dopo aver visto un film il vate diventava più affabile e sorridente cosicchè se qualcuno voleva essere ricevuto, lo doveva chiedere in quel momento, anche se l'ora magari era tarda.

Non era facile parlare con il Comandante- ricorda Fulvia - a volte se ne stava rinserrato nella sua stanza e non riceveva nessuno. Nessuno poteva parlagli o disturbarlo. Ricordo che un giorno venne un frate. Chiese d'esser ricevuto perchè desiderava "convertire d'Annunzio". Fui io stessa ad annunciarlo al Comandante. D'Annunzio sorrise: poi mi consegnò un libro sul quale aveva posto una dedica non proprio adatta alla meditazione mistica... e mi pregò di congedarlo. Il frate sorrise quando gli consegnai il libro e promise che sarebbe ritornato. Si fece vedere altre volte, infatti, al Vittoriale, ma non fu mai ricevuto”.

Alle numerose donne era riservato lo stesso trattamento: “A volte dovevano attendere a Gardone intere giornate prima di essere ricevute dal Comandante, a volte mesi. Ed erano donne bellissime, del gran mondo” e “non mi accenni a quelle storie del Comandante vestito da frate...non me ne parli che non ci credo. In cinque anni che io sono rimasta al Vittoriale, le assicuro che non ho neppure raccolto l'eco di una simile storia...” L'equivoco deriva forse dal fatto che il poeta amava farsi chiamare “Frate Gabriel priore” e di conseguenza Prioria la sua dimora, anche se il biografo Giuseppe Grieco sostiene che così agghindato avrebbe ricevuto le sue amanti. “Ed a quale uomo non piacerebbero le donne che si videro in quegli anni alla villa di Cargnacco? Erano belle, splendide dame che gli si offrivano. Caro, credo si siano scritte e udite troppe fantasie su quest'argomento. Indubbiamente era un gentiluomo squisito quando si decideva a ricevere. Ordinava che salisse in villa il quartetto Poltronieri...ma quante volte il quartetto ha suonato soltanto per una donna e non per il Comandante. Egli si ritirava spesso nel suo studio, in uno di quei cambiamenti d'umore terribili e rimaneva a lungo chiuso, per intere giornate. Era un uomo solo, D'Annunzio. Ho letto su un giornale, in questi giorni, che le molte donne della sua vita esprimono forse una tendenziale incapacità di affetto e d'amore. D'Annunzio sapeva amare...ma quale donna riusci a portarsi ai suoi vertici? Forse soltanto Eleonora Duse. Ricordo che un giorno portai alla duchessa sua moglie un barboncino. Era la risposta di D'Annunzio ad una richiesta di colloquio. Vede duchessa, mi permisi di dire, il Comandante pensa spesso a lei...e la ricorda. Significa che le vuole bene... Già, mi vuol bene..., mi rispose la duchessa Maria Harduin e sentii un tono amaro nella sua voce. Eppure D'Annunzio conservò sempre un ricordo alto ed incontaminato soltanto per tre donne: Maria Harduin sua moglie, Eleonora Duse e sua madre. D'Annunzio adorava sua madre. Conservava un affetto indicibile ed ogni anno, nell'anniversario della sua morte, il 27 gennaio, egli si chiudeva nelle sue stanze e non voleva più vedere né ricevere nessuno, neppure la cameriera privata. Osservava un rigoroso digiuno che durava 48 ore”.

Durava a lungo, spesso, questo isolamento di D'Annunzio – prosegue il suo racconto Fulvia – a volte sino a metà febbraio non usciva dalla villa. E l'architetto Moroni suo intimo amico, spesso chiedeva di essere ricevuto, per sollecitarlo a compiere una passeggiata in automobile lungo la Gardesana, ma vanamente. Negli ultimi anni usciva pochissimo. Quando doveva recarsi a Verona per effettuare un'ultima revisione delle bozze e per acquistare il prosciutto di San Daniele, di cui era ghiotto. In quelle occasioni, si fermava a lungo nella chiesa di S. Zeno. Usciva dalla villa, poi, nelle notti di luna. Gli piaceva ammirare la Gardesana ed allora invitava l'autista a proseguire lentamente; non rimaneva mai fuori troppo, però. Usciva verso le undici, spesso in compagnia dell'inseparabile Moroni e rientrava verso l'una per cenare. Diceva che questo viaggio sotto la luna, in riva al lago, lo riempiva di gioia...”

Fabrizio Loffi


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commenti


Roberto Codazzi

22 luglio 2021 15:39

Molto interessante, ma l’architetto di fiducia del Vate, nonché progettista del Vittoriale, si chiamava Giancarlo MARONI, non Carlo MORONI