6 febbraio 2024

1944-2024: ottanta anni fa iniziava anche a Crema la Resistenza partigiana. La ricerca

Quest’anno ricorre un anniversario importante. Ottanta anni fa, nel 1944, anche a Crema iniziava la Resistenza partigiana. Ovviamente, la nostra città e il suo territorio erano allora inseriti in uno scenario nazionale italiano e in un contesto provinciale cremonese nei quali le vicende locali cremasche costituivano solo un piccolo tassello, forse nemmeno troppo significativo, rispetto al grande affresco storico della cosiddetta “guerra di liberazione”. Comunque, nel grande mosaico composto da quella guerra civile, qualche piccola tessera l’abbiamo messa pure noialtri. Si può dire che la popolazione cremasca, un tempo belligera, abbia cessato di esercitare l’arte militare proprio in quella guerra civile, nella quale ci si è divisi tra l’esercito della Repubblica di Salò e le formazioni partigiane attive nel nostro territorio e, in certi casi, militando in quelle che agivano altrove. Da allora, nel corso degli ultimi ottant’anni, solo in rare occasioni qualche nostro concittadino ha combattuto in conflitti armati. Anche per noi, come per quasi tutti in Italia e in Europa, sono stati ottant’anni di pace. Giunti alla terza generazione senza dover combattere alcuna guerra, la pace sta felicemente modificando le nostre sinapsi neuronali, il nostro metabolismo, forse il nostro epigenoma. Così oggi ci dedichiamo a cimenti e certami più ludici, come la disfida del Tortello, l’impresa del Salva e il torneo della Bertolina.

Ogni epoca ha i suoi eroismi. E poi, tutto sommato, forse anche ottant’anni fa la maggioranza dei nostri concittadini avrebbe fatto volentieri a meno di militare in quella guerra e avrebbe senz’altro preferito vivere in pace. Però. C’è un però. E ottant’anni fa questa congiunzione avversativa ha riguardato una cosa importante, nel senso che a un certo punto molti di noi hanno ritenuto che valesse la pena di prendere le armi e combattere, da una parte o dall’altra. Per quei pochi cremaschi che allora hanno scelto di diventare partigiani, si è trattato di lottare per una cosa che oggi esiste, in Italia e in Europa (non certo nel resto del mondo), ma che allora non c’era oppure c’era in misura ritenuta troppo limitata. Si è trattato di lottare per la libertà. Di pensiero, di parola, di azione. La libertà come bene e come valore più importante delle proprie rassicurazioni di comodo e delle proprie zone di comfort. Ecco perché allora un certo numero di cremaschi ha scelto di impugnare lo Sten e non il sac à poche.

La sconfinata produzione editoriale cremasca sulla Resistenza, in cui la Storia si incrocia spesso con le storie sempre più volonterose che si pubblicano a ogni ricorrenza significativa (come sarà quella dell’anno prossimo, per gli ottant’anni dalla liberazione), dovrebbe costituire un freno dissuasivo per ogni articolo che intenda dire ancora qualcosa in proposito, senza scadere nel superficiale o nel già detto. Oppure incorrere nella solita agiografia. Oppure ancora, in tentativi di revisionismo, più o meno malcelati. Invece, eccoci qua, imprudentemente, a parlare di alcune cose riguardanti il 1944 (e il 1945), sperando nella clemenza dei lettori. Naturalmente, si dovrebbe partire da prima, dalle cause del 1944, vale a dire dal 25 luglio e dall’8 settembre 1943. E sappiamo che di cose da dire, sui fatti cremaschi di quei momenti, ce ne sarebbero parecchie. Tuttavia, anche per ragioni di spazio, non è questa la sede per farlo. Quindi, qui non parliamo dei nostri cosiddetti “badogliani” del 1943 ma ci concentriamo su alcuni dei nostri partigiani, presi ad esempio, attivi nel 1944 e nell’anno successivo.

Per il periodo che va dunque dall’inizio del 1944 fino all’aprile del 1945 (perché è in questo arco temporale di 16 mesi che, in buona sostanza, si svolge tutta la vicenda della Resistenza cremasca), le fonti locali coeve sono scarse, mentre come si è detto abbondano, a posteriori e lungo gli anni e i lustri successivi, i testi a stampa, i resoconti, le interviste, i libri miscellanei e quelli monotematici sull’argomento. Soprattutto, i memoriali. E questi memoriali, sia pure nel contesto di qualche reducismo e amarcord personale, possono essere rivelatori di alcune informazioni significative. Non c’è da scandalizzarsi se ogni tanto, in tutta questa letteratura resistenziale cremasca, ci si imbatte in qualche “laudator temporis acti”. Oppure se, in qualche caso, si tentano delle retrodatazioni per dare maggiore spessore temporale alle esperienze narrate. Infatti, sul primo aspetto, sappiamo dalle neuroscienze quanto la plasticità cerebrale porti a una fisiologica e costante riscrittura memoriale, in perfetta buona fede cognitiva (spesso, non sempre). Sul secondo, non ci mancano gli esempi di questo modello attitudinale così risalente: da quelli che Luigi Torelli, uno dei protagonisti delle Cinque Giornate, chiamava “gli eroi della Sesta Giornata”, ai “garibaldini di Teano” e ai “sansepolcristi di Salò”. La storia della Resistenza cremasca potrebbe dar luogo a una “storia della storiografia” sulla Resistenza cremasca, in certi aspetti non meno interessante per i suoi meccanismi formativi ed evolutivi.

Prima di richiamare alcune delle principali figure partigiane cremasche che hanno iniziato la loro attività nel 1944, vediamo in estrema sintesi qualche aspetto di carattere più generale su questo tema, a partire da alcune definizioni. “Partigiano - Chi appartiene a formazioni irregolari armate in un territorio invaso dal nemico” (Devoto-Oli). “Partigiano - Chi fa parte di formazioni irregolari armate che agiscono sul territorio invaso dal nemico esercitando azioni di disturbo o di guerriglia” (Treccani). Il decreto legislativo luogotenenziale 21 agosto 1945 n. 518 prevedeva all’art. 7 determinati requisiti per potersi veder riconosciuta la qualifica di partigiano (“partigiano combattente”). Questo articolo è composto da 7 declaratorie che identificano altrettante fattispecie utili per consentire tale riconoscimento, basate sul tipo di attività, la sua durata, la posizione sopra o sotto la linea Gotica e altro ancora. All’art. 10 sono indicati i requisiti per l’assegnazione della qualifica di “patriota” a tutti coloro che, non potendo rientrare nelle previsioni dell’art. 7, hanno tuttavia collaborato o contribuito attivamente alla lotta partigiana. Delle apposite Commissioni devono assegnare queste qualifiche e stabilire altri elementi collegati. Un allegato al decreto le elenca. Per noi vale in genere la Commissione per la Lombardia (e per Novara), che ha sede a Milano. Per i pochi cremaschi attivi nel piacentino c’è quella per l’Emilia, con sede a Bologna. Qualcuno, bocciato dalla Commissione milanese per inesistenti attività nell’Oltrepò pavese, ritenta con la Commissione bolognese e si ripropone sui colli piacentini. 

Nell’immediato dopoguerra si assiste a una produzione normativa, sia legislativa che amministrativa, piuttosto cospicua, non solo riguardo alle assegnazioni delle qualifiche di “partigiano combattente” e di “patriota” (una categoria alquanto lasca e dai confini, forse volutamente, abbastanza sfumati) ma anche in merito alle varie categorie degli “insurrezionali” (attivi solo nei momenti della liberazione) delle “staffette” e di altre tipologie emerse dalla gran mole e dalla varietà delle richieste pervenute. C’è anche l’istituzione delle “benemerenze”. Infatti, quando le Commissioni regionali respingono come “non riconosciuti” i soggetti privi dei requisiti per la qualifica richiesta, a volte viene concesso un attestato a determinati richiedenti “benemeriti”, per l’attività comunque svolta. Si fissano inoltre i parametri di equiparazione tra i “gradi” partigiani, a dir poco enfatici, e quelli delle forze regolari, sulla scorta di vari criteri, ad esempio quello del numero dei soggetti coordinati. In particolare, anche in base a tali classificazioni, si definiscono i compensi economici da erogare a chi, per un titolo o per un altro, per un periodo più o meno esteso, ha in qualche modo avuto a che fare con queste esperienze. Per diversi anni, soprattutto tra il 1945 e il 1950, queste sistematiche definitorie, queste procedure autorizzative e gli indubbi interessi direttamente economici e anche di riconoscimento sociale (e di più agevole ingresso nella politica locale) alimentano un contenzioso notevole e un’ingente quantità di documentazioni probatorie, corrispondenze, deliberazioni e ricorsi. Sono evidenti le aspettative riferite alle indennità pecuniarie e ai benefici indirettamente economici collegati a tali riconoscimenti.

L’opera delle Commissioni regionali è molto rilevante. Se, da un lato, è ben vero che in parecchi sono saltati sul carro della Resistenza all’ultimo momento e senza particolari meriti (non certo una novità nelle vicende umane), dall’altro va anche detto che spesso le istruttorie, le valutazioni e le deliberazioni di queste Commissioni erano improntate a serietà e, se non proprio a particolare rigore, quanto meno a un certo senso di verità e di correttezza. L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, fondata a Roma il 6 giugno 1944, un anno dopo aveva costituito a Milano, il 4 giugno 1945, il suo Comitato Alta Italia. L’art. 1 del citato D. Lgs. Lgt. n. 508 aveva dato all’A.N.P.I. un ruolo importante nella composizione delle Commissioni, anche in seguito al D. Lgs. Lgt. 5 aprile 1945 n. 224, con il quale, all’art. 1, era stata conferita all’A.N.P.I. la qualifica di Ente morale con personalità giuridica, promuovendo così l’associazione a rappresentante ufficiale dei partigiani e delle altre figure resistenziali. All’art. 2 era stato approvato il suo statuto organico del 21 ottobre 1944, composto da trentun articoli.

All’A.N.P.I. di Cremona si deve una scelta di grande importanza pubblica. Questa associazione ha infatti deciso tempo addietro di conferire all’Archivio di Stato di Cremona (da qui in avanti ADSCR) gran parte delle sue carte storiche riguardanti la Resistenza nei territori cremonesi, cremaschi e casalaschi, oltre ad altra documentazione di valenza più generale. Grazie a questa decisione, oggi è possibile consultare un patrimonio archivistico di indubbio rilievo, liberamente e agevolmente, senza i beneplaciti e i condizionamenti che gli accessi agli archivi privati spesso comportano. Sono evidenti i vantaggi di una condivisione pubblica, sottratta alle influenze e agli orientamenti delle parti private, di beni culturali importanti come questi archivi storici, riguardanti le vicende della nostra collettività.

“Le carte storiche dell’ANPI di Cremona presso l’Archivio di Stato”, come vengono definite presso ADSCR, sono state opportunamente censite e ordinate in un inventario curato nel 2011 da Matteo Morandi e Maurizio Sora, con descrizione delle carte a cura di Giuseppe Azzoni, apprezzato studioso e ricercatore in materia. L’inventario è stato integrato nel 2013 con le indicazioni delle nuove Buste conferite a tale fondo dopo il loro riordino svolto in sede A.N.P.I. da Ennio Serventi. Diversi elenchi periodici di autorizzazione o di rigetto della Commissione per la Lombardia sono presenti in queste carte storiche ma molti risultano mancanti. È però possibile integrare e incrociare tali elenchi con quelli conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Crema. Questi elenchi dovevano essere affissi pubblicamente nei Comuni dei soggetti interessati e anche per questo motivo risultano protocollati e inventariati preso il nostro Archivio Storico. Purtroppo, anche collazionando e sommando gli elenchi cremonesi e cremaschi, qualche carenza, sia pure non rilevante, alla fine si riscontra. Tuttavia, basterebbe accedere ad altre sedi competenti in materia, a Milano o a Roma, per porvi rimedio.

Perché questi elenchi ufficiali sono così importanti? Se pensiamo agli equivoci e agli svarioni che a volte hanno accompagnato certe narrazioni resistenziali e quindi i supposti riconoscimenti della qualifica di “partigiano combattente”, appare subito chiaro quanto la consultazione di talune documentazioni preparatorie e poi istruttorie inviate alla Commissione abbia potuto trarre in inganno i narratori più frettolosi. Ciò che conta è infatti la decisione finale della Commissione, non la scheda, l’elenco, il sommario, le corrispondenze di supporto alla domanda di riconoscimento (anche se su carta intestata A.N.P.I.), soltanto dopo l’esito finale dei vari ricorsi, appelli e contenziosi, allora così frequenti.

Facciamo un esempio. Quanti “partigiani combattenti” sono stati riconosciuti come tali a Crema? E nel territorio circostante? E ciò ammesso che, su questo concetto di territorio circostante, si faccia prima qualche precisazione. E quanti i cosiddetti “patrioti”? E se poi confrontassimo questi dati, ammesso che siano oggi certi e precisi (non lo sono, diciamolo subito), con i dati corrispondenti di altri territori, magari a partire da quelli cremonesi e casalaschi, che cosa scopriremmo? È solo un esempio, perché poter iniziare a dire di quante persone si tratta rispetto alla popolazione residente e alle corrispondenti classi di leva regolari, potrebbe essere un buon inizio. Certo, oltre al numero conta anche la qualità dei soggetti, delle azioni, dei risultati. Anche gli spartani (si parva licet componere magnis) alle Termopili erano solo 300, eppure se oggi non siamo asiatici (per ora) lo dobbiamo anche a loro.

Una cosa che di solito piace ai divulgatori storici è quella del “primo”. Salvo poi prendere cantonate come quelle del “primo tricolore” e del “primo lombardo”. Chi è stato il primo partigiano cremasco? E non sottilizziamo troppo con la faccenda che ancora gira in certi retrivi ambienti di andegari locali sul requisito di “almeno tre nonni” per poter parlare di effettiva “cremaschità”. Ovviamente, qui si intende il primo in senso cronologico. Perché in senso di importanza, come vedremo in un momento successivo, le cose potrebbero stare diversamente. La risposta può cambiare a seconda del fatto che si prenda in esame solo la città di Crema oppure anche quello che un tempo si definiva il “contado”. E magari anche i paesi posti al di fuori della diocesi ma facenti parte dell’attuale territorio dell’Area Omogenea Cremasca. Insomma, il cosiddetto “territorio cremasco” varia parecchio a seconda del punto di vista storico, religioso, civile, amministrativo, persino linguistico.

Il primo partigiano del territorio cremasco (per lui la diocesi contava poco) era di Romanengo. Se quindi ci riferiamo solo alle nostre mura venete cittadine, magari alla cinta federiciana, potrebbe non valere. E invece vale. Attilio Maffezzoni, spregiudicato e coraggioso, comunista e “fegataccio” partigiano della prima ora, dopo aver resistito all’invasore non ha resistito alla tentazione delle memorie scritte e ce ne ha lasciate addirittura tre, nel luglio 1945, nell’aprile 1947 e nel novembre 1970. Vado a volte, foscolianamente, sui sepolcri di certi personaggi e quando circa sette anni fa sono andato alla sua tomba, c’era sulla lapide l’avviso di concessione cimiteriale scaduta, tanto che poi, in poco tempo, i suoi resti sono finiti probabilmente nella fossa comune. Chi va sul Naviglio di Melotta passando per il paese di Romanengo, prima di entrare in via Sabbioni, percorre la via Maffezzoni, che gli è stata intitolata. Il “primo partigiano” era nato il 7 dicembre 1903 e aveva quasi quarant’anni quando aveva iniziato, proprio l’8 settembre 1943, la sua lotta armata, prelevando insieme a Tobia Scolari, operaio alla Serio di Crema, diversi moschetti dalla caserma dei carabinieri guidati dal maresciallo Giuseppe Longo. In realtà, già dagli anni Trenta cospirava contro il regime fascista. Ma partiamo pure da qui.

Molti documenti ufficiali sembrano confermare la sua attività di “partigiano combattente”, così come descritta nelle sue memorie: gli elenchi autorizzativi ufficiali della Commissione regionale, tutta la documentazione A.N.P.I. in ADSCR e ogni altro resoconto memoriale, scritto da terzi, in cui si parli di lui. Tranne che in un paio di fonti, nelle quali si parla di un “assalto” alla caserma dei carabinieri “nel febbraio 1944”. Una discrepanza? Oppure furono due operazioni distinte? Dopo alcuni mesi in cui instaura contatti partigiani a Erba, in Valchiavenna (Gruppo Gasparotto, di Giustizia e Libertà) e infine a Milano, verso la fine dell’anno Maffezzoni organizza la sua squadra partigiana. È infatti uno dei pochi a vedersi riconosciuti ben “16 mesi” ufficiali di qualifica. Quando dall’aprile 1944 si inizia la strutturazione del Raggruppamento Brigate Garibaldi “Ferruccio Ghinaglia”, entra nella 1ª Brigata (a volte nei documenti indicata come 4ª), che sarà poi intitolata a Francesco Follo. Viene nominato Commissario del Secondo Battaglione, un ruolo piuttosto sottodimensionato ma forse compatibile con altri ruoli da lui svolti nel contesto della lotta partigiana. La sua casa-trattoria è un rifugio abituale per i partigiani ricercati e un transit-point strategico per la fornitura di armi, munizioni e detonanti. Alla fine delle ostilità, al suo attivo ha un gran numero di azioni di assalto, disarmo, sabotaggio. Per la qualifica bastano solo tre azioni di guerra (punto 3 dell’art. 7 / 518). Muore il 21 dicembre 1976.

Se l’uso delle armi e le attività di approvvigionamento, deposito e smistamento di materiale bellico e ordigni esplosivi, anche in grande quantità, erano per Maffezzoni normale prassi e ordinaria amministrazione (da lui c’era un arsenale notevole), si può invece dire che, per un altro nostro partigiano, al quale viene riconosciuto uno dei gradi militari equiparati più elevati, l’uso delle armi era qualcosa di molto poco significativo. Anzi, i suoi compiti erano di rimediare agli effetti delle armi, curando e guarendo le ferite da loro inferte. Carlo Rossignoli era infatti un medico. Per questo, il suo riconoscimento come “partigiano combattente” (anche lui è tra i pochi a cui si attribuiscono “16 mesi” ufficiali di qualifica) non derivava dalle declaratorie riferite alle attività di vero e proprio combattimento armato ma era basato sul punto 5 / a  dell’art. 7 / 518, riservato a chi, per almeno sei mesi, aveva militato in un comando o in un servizio di comando (ad esempio la Sanità militare, un comparto bellico fondamentale) inquadrato nell’attività del Corpo Volontari della Libertà, a nord della linea Gotica.

Il tenente colonnello partigiano Rossignoli era nato il 3 novembre 1907 ad Arena Po, nel pavese, ma era diventato cremasco di adozione dopo il matrimonio con Lidia Bernardi. È primario radiologo ma dopo l’8 settembre entra in clandestinità nell’Oltrepò pavese, nel Comitato Militare Alta Italia, e viene assegnato come medico partigiano alla 3ª Divisione Garibaldina Angelo Aliotta. Non è possibile, per motivi di spazio, dare conto in questa sede delle numerose imprese compiute da Rossignoli nelle rischiose operazioni di soccorso, nelle difficoltose ed estenuanti attività di cura dei feriti, nelle drammatiche fughe dai rastrellamenti con i presidi sanitari, nella ferma opposizione agli eccidi dei partigiani contro i prigionieri nemici, come quello di Barostro. Durante la clandestinità, frequenta il “partigiano guelfo” Enrico Mattei, con cui resterà sempre in relazione. Alla fine, partecipa alla liberazione di Pavia e poi di Milano, quindi rientra a Crema. Nel 1946, il socialista Rossignoli è il primo sindaco cremasco eletto dopo la liberazione (invece, nel 1945, Francesco Boffelli era stato scelto dal C.L.N.).

Il 26 maggio 1955, per la sua attività partigiana, gli è riconosciuta la Croce al Merito di Guerra. Il suo stato di servizio come partigiano, dal gennaio 1944 all’aprile 1945, è tra i più limpidi e ineccepibili: prima Capo Servizio Sanitario di Brigata (il grado equiparato regolare è di sottotenente), diventa poi Capo Servizio Sanitario di Divisione (grado equiparato tenente) e quindi Capo Servizio Sanitario di Zona (grado equiparato capitano). Il “dottor Renzo” (questo il suo nome di battaglia) muore il 7 agosto 1955. I suoi resti riposano nella cappella di famiglia al cimitero di Crema. Una via gli viene intitolata a Ombriano. Una lapide gli è dedicata presso il nostro “ospedale vecchio”. La sua figura è tra quelle che maggiormente hanno onorato la Resistenza cremasca, per coraggio, umanità e rettitudine. 

Un personaggio piuttosto enigmatico, molto poco studiato, protagonista nel corso della sua esistenza di vicende avventurose e a volte di situazioni molto discusse e controverse, è il medico ostetrico e ginecologo cremasco Ugo Chiappa, nato il 26 dicembre 1877 e deceduto il 26 febbraio 1966. Viene incarcerato per antifascismo dal 6 ottobre al 28 dicembre 1943. Successivamente, è uno degli otto “ostaggi di guerra” cremaschi che devono rispondere con la propria vita e con quella dei loro familiari dell’incolumità degli occupanti tedeschi. Come attestato dalla Commissione per l’Emilia, è “partigiano combattente” dal 2 luglio al 9 novembre nella 2ª Brigata della Divisione Giustizia e Libertà della provincia di Piacenza, che agisce soprattutto tra il Brallo, Pecorara, la zona del Perino, Travo, l’alta val Tidone, l’alta val Luretta e Bettola, in media val Nure. Maggiore medico militare della Croce Rossa Italiana, diventa un punto di riferimento per i comandi partigiani, nonostante l’età avanzata. Dal 10 novembre 1944 al 15 gennaio 1945 viene infatti inserito nel Comando Unico Piacentino, con principale riferimento a Bettola. Le vicende dei mesi in cui la “libera repubblica partigiana di Bettola” riesce a esistere lo vedono presente e coinvolto sul campo. Dopo altri mesi in clandestinità, tra la val Tidone e l’Oltrepò pavese, rientra a Crema e partecipa alle attività insurrezionali per la liberazione. È poi uno dei principali esponenti del partito repubblicano cremasco nell’immediato dopoguerra.

Il suo nome di battaglia era “dottor Faustino Branchi” (dal nome di un suo avo materno, patriota nel periodo risorgimentale). Durante la guerra partigiana, Ugo Chiappa è Direttore dell’ospedale della 2ª Brigata giellista piacentina e poi Ispettore medico delle Formazioni sanitarie dell’Alta Emilia. I suoi resti si trovano al cimitero di Crema, nella cappella di famiglia da lui edificata nel 1935, un luogo che presenta riferimenti simbolici in parte ancora da interpretare. La fotografia del 1936 di questa cappella, visibile in rete, è stata tempo addietro corredata da una didascalia “Crema, via Tadini” palesemente errata, perché tale fotografia lo raffigura proprio davanti a questa costruzione funeraria nel cimitero di Crema (con a fianco una figura infantile). Ugo Chiappa, nel 1946, è stato oggetto del primo dei tre tentativi di depistaggio riguardanti gli autori dell’attentato al monumento di Vittorio Emanuele II. Qualcuno aveva provato a usare le sue intemperanze (in effetti notevoli) di quel periodo, per accusarlo. Lui però era corso subito ai ripari, sventando il tentativo.

Si è visto come Attilio Maffezzoni fosse un “partigiano combattente” ma continuasse a risiedere nella sua zona di appartenenza, celando alle autorità le proprie attività partigiane. Ciò significava condurre un’esistenza apparentemente regolare ma poi trovare il modo (e a tal fine le operazioni notturne erano, non a caso, quelle più numerose ed efficaci) di contrastare sotto copertura il regime fascista e l’occupante nazista con azioni di sabotaggio delle infrastrutture e degli impianti pubblici, di disarmo dei militari nemici isolati o in gruppi poco numerosi, di agguati improvvisi ai rappresentanti delle autorità, di volantinaggi e diffusione di stampa clandestina, di facilitazione degli scioperi nelle fabbriche, di stoccaggio, smistamento e fornitura di armi ed esplosivi, oltre ad altre attività che, come si è detto, sono tipiche della resistenza partigiana. Sono le già citate “azioni di disturbo e di guerriglia” caratteristiche della lotta armata condotta in condizioni di inferiorità di forze militari, strutture organizzative e risorse materiali. E questo è stato il “modello comportamentale” partigiano tutto sommato prevalente nel nostro ambito provinciale e, in modo ancora più evidente, a Crema e nel territorio cremasco.

Si è anche visto come invece Carlo Rossignoli e Ugo Chiappa, sia pure con attività soprattutto di coordinamento sanitario e non di combattimento militare armato sul campo (ma questa modalità non cambia il senso della loro scelta fondamentale, quella dell’ingresso in clandestinità), abbiano optato per un distacco completo, nel periodo della guerra civile, dalla propria zona e dalla propria famiglia, andando a contrastare il nemico in zone abbastanza lontane da casa, in genere dove lo stato dei luoghi, di collina o di montagna, favoriva gli scontri in campo aperto e preferibilmente su terreni mossi e tali da facilitare tanto l’assalto iniziale, quanto il disimpegno successivo. Qui le manovre e le operazioni belliche erano in genere di impatto molto diretto e drammatico, contro le formazioni militari fasciste e l’esercito di occupazione nazista. Questo è stato un “modello comportamentale” partigiano sicuramente minoritario, per lo meno per quanto riguarda la realtà di Crema e quella dei paesi circostanti.

Tutto questo, ovviamente, nulla toglie all’importanza dell’azione svolta da coloro che hanno fatto una scelta partigiana, per così dire, di tipo casalingo. Le fucilazioni e le deportazioni valevano per tutti, se catturati in alta valle o nel cortile di casa. Chi sceglieva di andare a combattere a viso aperto e a rischiare la pelle a centinaia di chilometri da casa era ammirevole. Ma era ammirevole anche chi di giorno lavorava qui in zona e di notte andava a sparare delle raffiche di mitra e ad accendere delle micce esplosive, anche soltanto in via occasionale, tra un volantinaggio e un’affissione clandestina.

Naturalmente, questi due modelli di riferimento non vanno presi in senso rigido. Si verificavano anche situazioni “miste”, cioè di partigiani che alternavano la permanenza nella propria zona di residenza alla lotta clandestina in altri luoghi. O che, più semplicemente, una volta scoperti dalle autorità, si ritiravano in incognito sotto la protezione di altri partigiani, magari solo per qualche tempo, talvolta a non troppi chilometri da casa. Come si è detto, a Romanengo non era difficile trovare rifugio da Attilio Maffezzoni, così come in altri posti considerati abbastanza sicuri, ad esempio a Casalbuttano. Resta il fatto che, per chi andava in collina o in montagna, in piena clandestinità, a combattere apertamente le formazioni repubblichine o quelle della Wehrmacht e delle Waffen-SS, le raffiche di mitra e le micce esplosive non erano un’attività occasionale notturna ma un esercizio quotidiano e full-time.

Vediamo adesso un esempio di “partigiano combattente” cremasco, di quelli votati alla lotta armata a viso scoperto, lontano dalla propria famiglia e dalla propria casa per diversi mesi, con qualifica partigiana riconosciuta per l’effettivo uso delle armi sul campo, contro i nazifascisti. Anche qui, va detto che la “cremaschità” non è proprio completa. Infatti Pietro Brignoli abita a Crema con la famiglia ma è originario, come i suoi genitori e i suoi fratelli, di Castelleone. É nato il 20 giugno 1924 e a vent’anni va a combattere nell’Oltrepò pavese. La Commissione regionale gli riconosce 10 mesi di qualifica (per la precisione, “9 mesi e 25 giorni”) per la sua attività militare effettiva contro il nemico e per aver svolto un cospicuo numero di azioni di guerra. Milita inizialmente in una formazione partigiana di Giustizia e Libertà. Questo periodo dura fino ai primi di novembre. Da quel momento fino alla liberazione fa parte della Brigata Balladore, una formazione non giellista ma appartenente alla 3ª Divisione Garibaldina. Secondo alcune fonti, il riconoscimento di questa formazione come Brigata Balladore avviene solo dopo la liberazione (vedi anche A.N.P.I. / Voghera / Formazioni partigiane).

A Pietro Brignoli potrebbe essere forse riferito un documento che presenta numerosi aspetti comuni alla sua esperienza partigiana. Si tratta di una relazione sulle attività partigiane di un certo Pino Brignoli, che negli archivi di riferimento viene indicato come Giuseppe detto Pino. Si tratterebbe quindi di un Brignoli diverso da Pietro. Parte di questa relazione è stata anche pubblicata anni fa in un testo a stampa, sempre indicando l’autore come Pino Brignoli. Non si dubita certo dell’attendibilità della fonte, di sicura autorevolezza. Tuttavia, le coincidenze tra le vicende vissute da Pietro Brignoli e quanto esposto in tale relazione appaiono numerose e a volte tali da indurre a riflettere sul fatto che potrebbe trattarsi della stessa persona. Va anche precisato che Pietro Brignoli, almeno da quanto risulta dalla documentazione A.N.P.I. in ADSCR, non aveva un nome di battaglia come Pino o come Giuseppe. Per cui, le ipotesi sono due. La prima ipotesi è che, per un insieme di coincidenze veramente notevoli, due diversi partigiani con lo stesso cognome Brignoli abbiano militato, nello stesso periodo e nelle stesse formazioni, nelle stesse località dell’Oltrepò pavese e abbiano svolto le stesse operazioni di lotta armata. In questo caso, va ricostruita la figura partigiana di Giuseppe Brignoli detto Pino, che sinora non è emersa in documentazione. La seconda ipotesi è che, per motivi tutti da appurare, la relazione partigiana redatta da Pietro Brignoli sia stata attribuita, negli archivi di riferimento e in una pubblicazione, a un Pino Brignoli, cioè a un Giuseppe Brignoli detto Pino, che in realtà è proprio Pietro Brignoli. Ci si ripromette di chiarire quanto prima questa situazione, potendo sin d’ora asserire che, qualunque sia l’esito di questo chiarimento, il risultato sarà molto positivo. Infatti, se si accerterà che Pietro Brignoli e Giuseppe Brignoli detto Pino sono due persone diverse, come sinora si è ritenuto, allora vorrà dire che non avremo nei ranghi della nostra Resistenza un solo partigiano bensì due. Se invece si accerterà che la relazione è stata redatta non dal supposto Giuseppe Brignoli detto Pino ma da Pietro Brignoli, si sarà corretto un elemento di un certo rilievo nella nostra memorialistica partigiana e si sarà dato a Pietro Brignoli il giusto riconoscimento in proposito.

Vediamo comunque che cosa dice questa relazione. E per ora, sia pure sotto condizione, facciamo l’ipotesi che l’autore del testo sia Pietro Brignoli, in attesa della verifica sopra indicata. Il racconto degli scontri con il nemico e delle peripezie in cui il gruppo di combattenti di Brignoli si trova ad agire in quello scacchiere bellico è molto interessante. Tra la valle Staffora, Zavattarello, Pei, Capanne di Cosola, Carrega e altre località di quel quadrante appenninico, a volte con avventurose sortite militari verso le zone di pianura, Brignoli vive in quei dieci mesi un’esperienza partigiana molto rilevante. Tra l’altro, nelle diverse peregrinazioni per attestarsi col suo contingente sui vari tratti di fronte contro le forze di occupazione (che attaccano i partigiani anche con reparti di “mongoli”, come li chiamano Brignoli e i suoi, cioè di prigionieri orientali, anche russi, passati ai tedeschi), Brignoli ha modo di incontrare Carlo Rossignoli, Ugo Chiappa e Mario Bariona, titolare della farmacia di piazza Duomo. Con lui ci sono altri giovani partigiani venuti a combattere lontano da casa, provenienti da Castelleone, da Castiglione d’Adda e, addirittura in una decina, da Ripalta Arpina. Le loro storie di giovani combattenti coraggiosi meriterebbero di essere raccontate ma i presenti limiti di spazio non ce lo consentono.

Dopo la liberazione e il suo ritorno a casa, Pietro Brignoli entra nel direttivo cremasco del partito repubblicano. I suoi meriti di guerra sono allora evidenti e viene quindi inserito tra i fondatori della sezione A.N.P.I. di Crema. Pur appartenendo a un partito di consistenza minore rispetto al PCI e al PSIUP, viene poi rieletto nel Direttivo A.N.P.I. anche negli anni successivi, ad esempio nel 1946, nel 1947 e nel 1948, ottenendo a volte persino più voti di altri membri che hanno alle spalle ben altre forze di partito. Pietro Brignoli muore il 13 novembre 1997. I suoi resti sono inumati nel cimitero di Crema. Dell’attività partigiana di sua sorella Lina Brignoli, come di altre donne attive nella nostra lotta partigiana, si dirà successivamente, non in questa parte del testo sull’argomento qui trattato.

Si sono citati in questa sede Attilio Maffezzoni, Carlo Rossignoli, Ugo Chiappa e Pietro Brignoli, a titolo soprattutto esemplificativo, anche per dar conto di quanto, per età, formazione, carattere e tipo di contributo alla lotta partigiana, fossero diversi i profili umani di coloro che ottant’anni fa hanno partecipato alla guerra di liberazione nella nostra zona. Altre figure avrebbero potuto essere menzionate, però l’esigenza di una scelta ha portato a identificare questi quattro personaggi, ritenuti rappresentativi in tale contesto. Si è visto come, nel caso di Maffezzoni, il “modello comportamentale” partigiano fosse quello della permanenza in famiglia e in zona, conducendo un’esistenza apparentemente regolare ma agendo quando possibile, in circostanze notturne o comunque coperte, con azioni di assalto, disarmo, sabotaggio e via dicendo. E si è visto come, nel caso di Rossignoli, Chiappa e Brignoli, il “modello comportamentale” partigiano fosse quello della piena clandestinità, lontano dalla famiglia e da casa, combattendo sul campo gli eserciti fascisti e nazisti in modo militare, coordinando unità di servizio bellico fondamentali (Rossignoli e Chiappa) oppure con l’effettivo uso delle armi in scontro aperto (Brignoli). Per non appesantire il discorso, non si è entrati nel merito di certe terminologie e nomenclature partigiane, ad esempio il ruolo dei GAP, delle SAP e di altre realtà funzionali e territoriali presenti nella lotta partigiana. Esistono nel merito testi molto validi, ai quali qui si rinvia. Va invece fatto presente quanto le forze partigiane fossero differenziate. E si sono già citati in precedenza alcuni corpi volontari da cui questa differenziazione ha iniziato a manifestarsi.

Su questo tema delle differenze (e spesso dei contrasti, anche accesi) tra le varie componenti partigiane impiegate nella guerra di liberazione, la storiografia è sterminata e spesso divisa su diversi aspetti. Ci si limita qui a dire che le principali forze partigiane erano raggruppate nelle Brigate Garibaldi (comuniste), nelle Brigate Matteotti (socialiste) nelle Brigate di Giustizia e Libertà (azioniste, cioè riferite al Partito d’Azione, allora esistente), ai corpi delle Fiamme Verdi (democristiani, detti anche “partigiani bianchi” o “partigiani guelfi”) e ai contingenti delle Formazioni Autonome Militari (indicati anche come “partigiani azzurri” o “partigiani badogliani”). Nel nostro territorio provinciale, come del resto anche in altri quadranti della guerra partigiana, un forte contributo era fornito soprattutto dalle Brigate Garibaldi. Si è già citato il Raggruppamento Brigate Garibaldi “Ferruccio Ghinaglia”, composto in provincia da quattro Brigate (a parte la situazione di quasi tutto il settore casalasco). Nella zona cremasca, che però in quello scenario era notevolmente più estesa rispetto all’attuale territorio dell’Area Omogenea Cremasca (all’incirca il doppio), operava la 1ª Brigata (a volte nei documenti indicata come 4ª), che sarà poi intitolata a Francesco Follo. Le Brigate Matteotti erano tre, anch’esse unite in Raggruppamento. Quella più vicina a Crema, nel territorio posto a nord-ovest di Cremona, era la 3ª Brigata. Anche le Fiamme Verdi avevano un Raggruppamento di tre Brigate. Due di queste agivano, all’incirca, in parte dell’area cremasca e comunque a nord-ovest di Cremona, mentre la terza era dislocata in zona cremonese e operava in collegamento con una delle Brigate di Giustizia e Libertà (quella di Lionello Miglioli). Nel contesto provinciale, le forze partigiane più attive e di maggior impatto si trovavano comunque certamente nella zona tra Casalmaggiore, Bozzolo e Viadana. Qui agiva una Brigata “congiunta”, composta da forze unite Garibaldi - Giustizia e Libertà, di notevole capacità e combattività. Queste erano, in estrema sintesi, le forze in campo sul nostro scacchiere provinciale. Anche qui, la documentazione A.N.P.I. in ADSCR è di fondamentale supporto.

Esistono quindi chiavi di lettura e di classificazione diverse riguardo alle modalità con cui anche i nostri concittadini cremaschi hanno partecipato alla lotta partigiana. Innanzitutto, la scelta di un “modello” di clandestinità, lontano dalla famiglia e da casa, oppure di un “modello” casalingo, attuato mantenendo le apparenze con le autorità locali, salvo azioni notturne o comunque coperte. Quest’ultimo è il caso di Maffezzoni e, in buona sostanza, della Brigata Follo, di cui lui faceva parte. Quindi, nel caso dell’opzione della clandestinità e del distacco familiare e territoriale, l’ulteriore diversificazione tra una lotta partigiana svolta soprattutto coordinando unità di servizio militare essenziali, come nel caso di Rossignoli e di Chiappa, e una discesa invece in campo aperto, armi in pugno e in scontro diretto con il nemico nazifascista, come nel caso di Brignoli. Infine, la differenziazione, in gran parte dovuta a ragioni politiche, tra le Brigate comuniste, quelle socialiste, quelle azioniste, quelle democristiane e quelle “azzurre”, le quali ultime, pur non riconoscendosi nei partiti politici del Comitato di Liberazione Nazionale, facevano parte del Corpo Volontari della Libertà. Questo lo scenario generale, nel quale molti cremaschi di allora si sono trovati a decidere, prendere posizione e operare.

Quando il primo anno di guerra partigiana sta volgendo al termine, mentre un certo numero di nostri concittadini opera ormai da mesi nelle varie Brigate di diverso orientamento politico, posizionamento geografico e impegno bellico concreto, viene decisa dal Comitato di Liberazione Nazionale la costituzione di una sezione del C.L.N. anche a Crema. L’argomento ha attinenza più con certe dinamiche politiche del tempo che con la lotta partigiana svolta effettivamente dai cremaschi in quel periodo, per cui ci si limita qui a pochi rapidi cenni in proposito. Il 3 dicembre 1944, a Capergnanica, a casa di Gino Bassi, viene fondato il C.L.N. cremasco, di cui fanno parte Lodovico Benvenuti (DC), Mario Perolini (PSIUP) e Giovanni Valcarenghi (PCI). Mesi dopo, a liberazione avvenuta, il 27 aprile 1945, si aggiunge Ettore Freri (PLI), rientrato dalla latitanza. I rapporti tra il C.L.N. cremasco e le forze partigiane attive nella nostra zona saranno spesso critici, per svariati motivi. Uno dei temi più caldi sarà quello del cosiddetto “attendismo” del C.L.N. rispetto alle istanze delle formazioni partigiane, soprattutto di quelle a guida socialcomunista, in particolare dei ruoli dirigenti del Raggruppamento Ghinaglia. Ma anche di ciò si dirà successivamente, non in questa parte del testo sull’argomento qui trattato. Per ora, basti far presente in questa sede che la direzione effettiva della lotta armata non viene conferita a Crema, dopo la costituzione della locale sezione del C.L.N., a questa struttura politica. A Milano il C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) aveva invece un forte potere di intervento nella direzione strategica (e a volte persino operativa) delle operazioni militari contro i nazifascisti. Soltanto nel marzo del 1945, un paio di mesi prima dell’insurrezione, il C.L.N. di Crema trova al suo interno un reale accordo programmatico d’azione fra i tre partiti che lo compongono, arrivando infine a redigere un “Patto di unità d’azione” comune, dopo lunghe e faticose discussioni.

Si ritiene, a questo punto dell’esposizione, di terminare questa prima parte del testo sull’argomento trattato, rinviando la parte successiva a una prossima pubblicazione, in termini temporali piuttosto brevi. Questa spezzatura è anche opportuna per dare il giusto risalto ad altri aspetti che meritano la dovuta considerazione. Tra questi, ad esempio, le attività e la composizione della Brigata Follo. Alcuni dei partigiani cremaschi più noti hanno militato in questa formazione. Si pensi a figure importanti in quel contesto, come Alfredo Galmozzi, Mario Marchesi, Pietro Pagliari, Benvenuto Scaravaggi, oltre al romanenghese Vittorio Curlo e all’izanese Vitale Zacchetti, per non parlare di altri. Inoltre, anche l’argomento della partecipazione femminile alla guerra di liberazione può offrire vari spunti di interesse, pure in riferimento alla nostra realtà locale (ma non solo). Lo stesso vale per altri aspetti che non si sono potuti trattare, anche per comprensibili ragioni di spazio, in questa prima parte del testo, come ad esempio una quantificazione, sia pure di massima, dei “partigiani combattenti” cremaschi. Infine, forse andranno espresse anche alcune riflessioni conclusive su quanto accaduto ottant’anni fa, pure a Crema e nel territorio cremasco (comunque configurato), quando un certo numero di nostri concittadini ha scelto di combattere e di non limitarsi a un’esistenza tranquilla e pacifica. Perché in fondo il tema vero, il nocciolo della questione, il punto fondamentale è quello di sempre. Il significato da dare alla pace quando gli altri ci fanno la guerra. C’è un elemento ineludibile, intorno al quale spesso si affannano senza soluzione i volonterosi promotori della pace a tutti i costi, della pace “a prescindere”: quello dal quale proprio “prescindere” non si può. Ed è l’elemento eternamente ricorrente della violenza, della prepotenza, della sopraffazione che a volte gli altri ci impongono. E quindi della scelta, umanamente e biologicamente necessaria, di reagire, di opporsi, di combattere. Insomma, tornando a ottant’anni fa, di “resistere”. Ma ne parleremo, alla prossima puntata.

Nell’immagine, il partigiano Carlo Rossignoli e i suoi infermieri con l’autoambulanza nell’Oltrepò pavese.

 

Pietro Martini


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