12 giugno 2023

Francesco Zanelli, coraggioso patriota, agronomo innovatore, sindaco avveduto

Il generale ha appena passato in rassegna le formazioni dei volontari. Sono poco equipaggiate, male armate e piuttosto indisciplinate. Il Governo Provvisorio della Lombardia ha chiesto di inviare in zona d’operazioni una parte della sua Divisione Lombarda, per sottoporla alla prova del fuoco, però contando su una certa protezione piemontese. In pratica, è meglio esporre queste reclute al fuoco nemico con molta prudenza. Saranno solo d’intralcio, pensa il generale. Fatto sta che il Re ha accettato di coinvolgere questi battaglioni in prima linea, dando loro una certa copertura sul terreno. Lo ha deciso per motivi politici, per mantenere buoni rapporti con Milano. Anche perché, dopo la Fusione istituzionale, si fa tutti parte di un solo Stato, che comprende anche il Veneto e i Ducati, tanto che si sta per convocare un’assemblea costituente generale. L’esercito sardo sta combattendo nel mantovano. A Governolo c’è stata una vittoria significativa. Dopo la resa di Peschiera e il fallito tentativo contro Verona, adesso si tenta il blocco della fortezza di Mantova, una delle quattro piazzeforti (la più piccola è Legnago) in cui si era rinserrato Radetzky prima di ricevere i rinforzi di Nugent dall’Isonzo.

Bòja fàuss, pensa il generale Sobrero, che errore mandare qui al fronte questi pivelli impreparati e sprovveduti. Da un paio di settimane, Carlo Raffaello Sobrero ha sostituito Giacinto Provana di Collegno nel suo incarico alla guida del ministero militare del Governo Provvisorio della Lombardia. Il Re aveva infatti “prestato” a questo Governo sia Collegno, sia Ettore Perrone di San Martino, come responsabile militare operativo, sia altri ufficiali come Ignazio Genova di Pettinengo e come Raffaele Cadorna, con l’obiettivo di mettere insieme almeno una Divisione di lombardi. I battaglioni peggio in arnese sono quelli “degli studenti”: quasi inesistente l’addestramento, scarsa la pratica delle armi, dotazioni di fucili diversi per tipo e per calibro, confusione nei ranghi, insofferenza verso i comandi. Tutta gente che andava inquadrata e inserita nei reggimenti sardi e poi svezzata militarmente. Però, si sa, a Milano gli arruffapopolo mazziniani e i demagoghi repubblicani avrebbero intonato le solite geremiadi antisabaude sulle loro gazzette e nei loro comizi di piazza. D’altra parte, pensa Sobrero, se si considera l’impreparazione bellica degli alleati lombardi e se si tiene presente il poco tempo in cui Collegno, Perrone e gli altri ufficiali piemontesi hanno dovuto mettere insieme queste due Brigate, con una parvenza di Stato Maggiore, è già un miracolo che una simile accozzaglia di truppe si trovi oggi coinvolta nelle operazioni di guerra e sia stata dislocata a Marcaria. Di più non si poteva fare.

L’esercito sardo sta combattendo da mesi una guerra impari contro il colosso austriaco, con coraggio, valore e abnegazione, seguendo con fedeltà e onore il suo Re. Il soldato piemontese, in questi mesi di guerra, ha dato prova di non temere il nemico, si è battuto molto bene ed è ancora forte, duro, temprato. Ci si sta avviando alle battaglie finali di Sona, Sommacampagna, Staffalo e, infine, Custoza. Come si dirà di altre campagne di guerra, mancherà la fortuna, non il valore. Il 13 luglio del 1848 la Divisione Lombarda, dall’acquartieramento di Marcaria, viene trasferita al fronte per essere schierata davanti al forte di Pietole, il bastione-polveriera dislocato a difesa di Mantova, nel quadrante sudorientale. Questi battaglioni di studenti, disoccupati, seminaristi, sbandati e ragazzi illusi dalla propaganda mazziniana, dovranno prendere posizione davanti al forte austriaco. In molti hanno difficoltà con i tempi dell’avancarica e non pochi reparti hanno dovuto procurarsi dei vessilli militari di fortuna.

Però questi ragazzi hanno avuto l’esempio dei pochi corpi franchi che si sono già battuti con qualche successo. Qualche volta si è visto che non tutte le formazioni dei volontari sono state solo d’impaccio. In qualche caso, anche i lombardi, i veneti, toscani, i napoletani e gli altri italiani hanno lottato con onore, come la Legione di Manara, come i volontari italiani a Curtatone e Montanara. Queste reclute si sono arruolate per combattere. Sanno di rischiare la vita. Invece, buona parte dei loro coetanei lombardi si è imboscata oppure è rimasta fedele all’Austria: circa 12.000 uomini continuano a militare sotto le sue bandiere. Per di più, in quest’ora decisiva, tanti successivi conclamati “patrioti” sono rimpannucciati nei loro palazzi di città o nelle loro ville di campagna, in attesa di vedere se continuare a servire, con le loro insegne ciambellanesche e le loro prebende arciducali, il vecchio padrone austriaco oppure se cercare di accattivarsi il nuovo potere italiano, che per ora è soprattutto piemontese.

La marcia da Marcaria a Pietole è lenta e disturbata da continue e forti piogge, che ritardano di un giorno l’arrivo a destinazione. Il 15 luglio le truppe lombarde sono davanti al forte di Pietole. Tra loro c’è anche un ragazzo che non ha ancora ventun anni, studente all’Università di Pavia prima di arruolarsi come volontario. Come molti suoi commilitoni, è probabilmente senza giberna, senza ricambi di biancheria, senza coperta militare, senza le pezze da piedi, che nella fanteria, dopo le scarpe, costituiscono un capo di corredo fondamentale. Forse ha solo una vecchia doppietta da caccia oppure è più fortunato e gli è stato assegnato un fucile d’ordinanza piemontese, magari il recente modello 1844 in dotazione alla fanteria di linea, un’arma ancora ad avancarica e con canna ad anima liscia, pesante e lunga circa un metro e mezzo, senza contare la baionetta. Da poco, per volontà del Re, questi fucili sono stati riconvertiti dal sistema di percussione a pietra al nuovo sistema a luminello. Il ragazzo ha paura ma è pronto all’azione. Questo è il suo battesimo del fuoco. Il suo nome è Francesco Zanelli.

La mattina del 15 gli austriaci iniziano a cannoneggiare e spianare alcuni edifici della vicina borgata, che potrebbero rendere meno agevole la difesa del forte e facilitare il posizionamento italiano. Alcune pattuglie lombarde in ricognizione si scontrano con dei reparti austriaci usciti dal forte per accelerare queste demolizioni. Da lì, comincia uno scambio di fucileria, nel quale i volontari lombardi riescono a disturbare l’opera di demolizione e reggono per un po’ questo scontro campale. Si dirà che si è trattato di poco più d’una scaramuccia. Forse è vero, però intanto questi ragazzi, tra i quali c’è anche Francesco, si sono battuti e sono ripiegati solo dopo ordini superiori, dati a loro tutela. E, anche in questo caso, occorre fare attenzione a due rischi opposti, al tempo stesso ideologici e storiografici. Il primo è il rischio di enfatizzare un fatto d’arme certamente modesto e necessariamente poco “glorioso”, vista la quasi nullità bellica di quei reparti militari lombardi. Il secondo è il rischio di dar troppo credito ai resoconti negativi, polemici e a volte disfattisti di certi volontari, facenti parte di una memorialistica forse narrativamente suggestiva ma da valutare con molta precauzione. Basti pensare, ad esempio, proprio riguardo alla vicenda di Pietole, alle pagine del lodigiano Genebardo Crociolani.

Nei giorni successivi, le operazioni belliche verteranno tutte sulle battaglie decisive e definitive che porteranno purtroppo alla giornata di Custoza e alla ritirata finale. Francesco segue questa ritirata con il resto della Divisione Lombarda, in tutte le sue tappe, fino al passaggio del Ticino, allo stazionamento a Trecate e poi a Vercelli, allo scioglimento della Divisione e, il 24 agosto, alla soppressione del suo battaglione. Emigra poi in Svizzera, soggiornando per brevi periodi a Lugano, nel Mendrisiotto e in altre località non distanti dal confine italiano, insieme al fratello Antonio. Qui viene coinvolto, come alcuni altri fuoriusciti repubblicani, nei fallimentari tentativi mazziniani di spedizione e sollevazione al Monte Bisbino e in Val d’Intelvi, definiti una “follia mazziniana” da gran parte degli stessi patrioti italiani e valutata con scetticismo persino da non pochi mazziniani, come ad esempio il banchiere Filippo Ciani. Ovviamente, questi tentativi non possono che riscuotere il plauso di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, nobildonna molto versata e versantesi in certe epopee. Alla metà di novembre, Francesco decide di rientrare, sempre con il fratello, in Italia e quindi di raggiungere il suo paese natio e la famiglia. Dopo un tragitto piuttosto avventuroso, Francesco arriva dunque a casa. A Chieve.

Alla figura di Francesco Zanelli ha dedicato un profilo biografico lo storico Francesco Sforza Benvenuti, nel suo “Dizionario Biografico Cremasco”, pubblicato nel 1888 (pp. 313-315). Inoltre, molto di recente, è stato dedicato a questo personaggio un libro scritto da Lino Tosetti, che si è impegnato per sette anni nelle ricerche e negli approfondimenti necessari per la realizzazione di questo dettagliato studio storico. Si tratta di un’opera molto interessante e ben documentata, presentata lo scorso 27 maggio a Chieve, nel piazzale del Comune, con il patrocinio della Società Agraria di Lombardia. Oltre alle autorità locali, sono intervenuti, insieme all’autore, il presidente di questa Società, il dott. Flavio Barozzi, e il prof. Luigi Mariani, docente di Agronomia presso l’Università di Brescia e di Storia dell’Agricoltura preso l’Università degli Studi di Milano. Infatti, il protagonista della libro non è stato solo un combattente risorgimentale ma anche un esperto di problematiche agricole e un Sindaco del suo paese, Chieve. Per questo, la pubblicazione ha per titolo “Francesco Zanelli. Un patriota per la libertà. Un innovatore per la terra. Un Sindaco per Chieve”. Il testo è edito dal Centro Editoriale Cremasco e stampato dalla Tipolitografia Fantigrafica di Cremona. Ma chi era Francesco Zanelli?

Francesco Antonio Maria Zanelli nasce a Chieve alle ore otto di sera di domenica 26 agosto 1827, “da una famiglia di possidenti sufficientemente agiata”, dice Benvenuti. Il padre è Pietro Zanelli, di famiglia chievese, mentre la madre è Chiara Sordi, che ha genitori originari di Caviaga, nel lodigiano, località poi aggregata al Comune di Cavenago d’Adda nel 1869. Tosetti, nel suo volume, ricostruisce in modo preciso e circostanziato la situazione familiare e sociale della famiglia Zanelli, con un apparato documentale molto valido, seguendo una metodologia d’indagine rigorosa e offrendo al lettore un’esposizione coinvolgente, mantenendo queste qualità anche per tutto il resto dell’opera, sia nel descrivere le diverse fasi della vita personale di Francesco, sia nel ricostruire i vari ambiti e scenari generali nei quali lo stesso ha agito nel corso del tempo. Anche le vicende patrimoniali della famiglia Zanelli in quel periodo storico, segnate da alterne fortune, sono ben documentate nel testo di Tosetti. Va detto che lo stesso autore aveva già pubblicato, nel 2015, un volume riguardante il fratello maggiore di Francesco, Antonio Zanelli (1825-1894), anch’egli importante agronomo, al quale è attualmente intitolato l’Istituto di Istruzione Superiore “Antonio Zanelli” di Reggio Emilia, già “Regia Scuola di Zootecnia e Caseificio”, del quale Antonio Zanelli era stato co-fondatore e poi direttore.

Francesco, dopo le scuole elementari a Chieve, frequenta il Ginnasio a Crema e quindi l’Imperial Regio Ginnasio Liceale di Bergamo, che sarà poi intitolato a Paolo Sarpi nel 1865, diplomandosi nel 1843. Il periodo successivo della vita di Francesco, nel quale si svolgono le sue vicende di patriota risorgimentale, è illustrato da Tosetti con una notevole mole di fonti storiche e con un’ampia scelta di resoconti e testimonianze di numerosi personaggi coinvolti in quelle situazioni specifiche, alcune delle quali direttamente collegabili alla persona di Francesco, soprattutto negli ambienti del volontarismo lombardo. Tra l’altro, nelle formazioni dei volontari si erano arruolati anche altri giovani del territorio cremasco, come ad esempio Giacomo Marchini di Casaletto Ceredano, poi insegnante al Ginnasio di Crema e al Collegio Longone di Milano, oltre che poeta e letterato; Gaetano Moretti di Crema; Giovanni Bombelli di Vaiano Cremasco, il seminarista a cui Tiziano Guerini ha dedicato il suo “La calda estate del (18)48. Dalle memorie di Giovanni Bombelli, chierico e patriota”.

Al tema del volontarismo cremasco di quel periodo ha dedicato testi molto interessanti, oltre che di sicura correttezza storiografica, Vittorio Dornetti. Tra i tanti scritti di questo autore sull’argomento, basti citare innanzitutto il suo “Anche a Crema si è fatta l’Italia” del 2011, nel quale, soprattutto nella “Parte Terza - I patrioti e i combattenti” (si veda in particolare alle pp. 99-103), vengono richiamate le vicende di Giacomo Marchini, di Giovanni Bombelli, di Angelo Spini (di Cremosano), di Francesco Zanelli e di altri ancora. Se, da un lato, figure come quelle di Giovanni Gervasoni e di Antonio Marazzi, entrambi di Crema, possono avere, rispetto agli altri patrioti già citati, un rilievo certamente maggiore, non per questo vengono sottovalutati, in queste pagine, i contributi offerti da figure come quella, ad esempio, di Francesco Zanelli (p. 100), al quale Dornetti riconosce i giusti meriti. Il suo libro si chiude con le tre figure principali del Risorgimento cremasco, che sono sicuramente Enrico Martini, Ottaviano Vimercati e Vincenzo Toffetti. Di questo autore va pure citato il corposo articolo pubblicato il 9 aprile 2011 sul settimanale “Il Nuovo Torrazzo” di Crema, “Il Risorgimento dei giovani cremaschi”, nel quale ci si riferisce anche a Giacomo Marchini, Angelo Spini e Antonio Marazzi.

Questo è un periodo nel quale Francesco ha vissuto peripezie avventurose e a volte drammatiche, dal suo arresto a Pavia, dove studiava alla facoltà di filosofia e lettere presso quella Università, alla carcerazione a Milano, in quanto “giovane facinoroso e mal intenzionato”, come dice Benvenuti, riportando quanto affermato dalla polizia austriaca; dalla sua liberazione durante le Cinque Giornate alla sua militanza nel “battaglione degli studenti” durante la prima guerra d’indipendenza (compresa l’esperienza di Pietole); dal breve esilio svizzero al ritorno in novembre a Chieve, dove si trattiene poco, recandosi poi in Toscana, a Pisa e Firenze, a studiare matematica presso l’ateneo pisano, rientrando quindi definitivamente in famiglia a Chieve nel 1849. Tosetti presenta al lettore un abbondante florilegio di memorialistica prodotta dagli ambienti del volontarismo mazziniano e repubblicano, contestualizzando opportunamente l’esperienza quarantottesca di Francesco in quello scenario ideologico, con notazioni e riferimenti molto puntuali e di sicuro interesse. Come è noto, si tratta di una memorialistica imponente, che per quanto molto orientata e di parte, o forse proprio per questo motivo, risulta utile per ricostruire la temperie culturale in cui si erano formati i giovani ispirati dai messianismi mazziniani e coinvolti nelle scombiccherate iniziative insurrezionali di questo cosiddetto “apostolo” dei repubblicani unitari (quelli federalisti erano ispirati da un altro polemico e rancoroso perdente del nostro Risorgimento, Carlo Cattaneo). Fatto sta che anche Francesco, come molti altri patrioti, dopo le vicende della prima guerra di indipendenza e una migliore valutazione della situazione italiana, passa attraverso un’evidente disillusione verso le cospirazioni promosse da certi ambienti politici, verso le congiure prive di qualsiasi forza militare, diplomatica e politica, foriere solo di forche e capestri, e addiviene, nel cosiddetto “decennio di preparazione”, a degli orientamenti più vicini alle effettive possibilità, reali e concrete, di realizzare l’indipendenza e l’unità nazionale. Tanto che, da acceso mazziniano e repubblicano, diventa, dopo più mature riflessioni, un Sindaco comunale di nomina regia, un rappresentante della nuova Italia retta dalla monarchia sabauda.

Francesco rientra a Chieve il 3 maggio del 1849 e non fa in tempo a rivedere sua madre Chiara, morta prematuramente il precedente 6 aprile, a 44 anni. Il successivo 16 luglio muore la sorella Angela Maria Elisabetta, a soli 23 anni. Questi lutti familiari incidono pesantemente non solo sugli affetti ma anche sulle abitudini di vita di Francesco, di suo padre Pietro e degli altri componenti della famiglia, che è tra le più facoltose di Chieve e ha diverse proprietà, in questo paese e in quelli vicini, di notevole consistenza. Purtroppo anche le finanze familiari diventano problematiche, per vari motivi, e gli Zanelli attraversano un periodo di traversie economiche, cessioni immobiliari e riassestamenti patrimoniali. Alla fine, comunque, la situazione si stabilizza e la famiglia riesce a risolvere i problemi maggiori e a rimanere nel novero dei maggiorenti locali. Francesco inizia a occuparsi di tematiche agricole, forse anche per un suo maggiore coinvolgimento in questi aspetti economici. Benvenuti fa cenno a dei “dissesti di famiglia”, dicendo che “per ripararli”, Francesco “applicossi all’agricoltura con indefessa operosità”. Il 26 febbraio 1851 si sposa con Giovanna Locatelli, una cugina diciottenne, ottenendo la dispensa ecclesiastica resa necessaria da questo legame di parentela. Questo matrimonio consente a Francesco di evitare la chiamata di leva, in quanto allora nel Lombardo-Veneto la condizione di ammogliato consentiva, a certe condizioni, di ottenere l’esenzione dalla coscrizione militare. Francesco e Giovanna hanno poi tre figli: Chiara Angela Maria nel febbraio del 1852, Giovanni Battista Pietro nel maggio del 1853 e Giovanni Pietro Antonio nel giugno del 1855.

Tosetti dedica varie pagine del suo libro alla questione della laurea di Francesco, optando per l’ipotesi di una sua ripresa degli studi, interrotti per ragioni belliche. Molto probabilmente, dopo il suo matrimonio e la conseguente esenzione militare, forse nel corso degli anni Cinquanta, Francesco dovrebbe aver conseguito, presso l’Università di Pavia, la laurea in ingegneria e architettura. Anche alcuni documenti conservati negli archivi municipali chievesi attesterebbero questa laurea. Benvenuti dice che “studiò matematica, e ne fu laureato dottore”, forse a causa delle revisioni dei percorsi universitari attuati alla fine degli anni Quaranta tra gli studi di matematica e quelli di ingegneria e architettura. Tosetti esprime il convincimento che questa laurea sia stata ottenuta, anche se materialmente nei diversi archivi consultati non è stato possibile reperirne una documentazione certa, come del resto a volte può avvenire anche nelle ricerche d’archivio più accurate, a causa di smarrimenti, distruzioni o altri fatti del genere. E dichiara in proposito (p. 233): “Escluderei, assai convintamente, l’ipotesi che Francesco non si sia laureato”. Secondo Tosetti, il diploma di laurea di Francesco dovrebbe trovarsi nei fondi dell’Archivio di Stato di Pavia. In ogni caso, la ricerca di questo documento resta aperta.

Così come la parte del libro di Tosetti dedicata ai periodi precedenti dell’esistenza di Francesco, anche la seconda parte del volume, riguardante il suo impegno politico-amministrativo, la sua attività di esperto e di innovatore nel campo delle scienze agrarie, i suoi contributi alla rivista “L’Italia Agricola” e, infine, i suoi ultimi giorni, dimostra il forte impegno dell’autore nella ricerca d’archivio svolta in fase preparatoria e offre al lettore una ricostruzione della vicenda umana, civile e culturale di Francesco molto rigorosa, circostanziata e sempre ben documentata. I primi passi nella politica locale sono mossi da Francesco nel 1860, come segretario comunale provvisorio del Comune di Chieve. Il Sindaco è Giovanni Massari, figlio del noto ingegnere e politico cremasco Luigi Massari. Nel 1861 entra nel consiglio comunale e l’anno successivo diventa assessore municipale. Nel 1863 viene nominato Sindaco di Chieve. In questo suo primo mandato, cura soprattutto il settore scolastico e l’istruzione obbligatoria, oltre a realizzare altri interventi di carattere sociale, edile e anche agrario. Infatti, grazie a una sua istanza, il Comune di Chieve viene inserito tra i soci del Consorzio Agrario di Crema.

Dopo l’unificazione amministrativa nazionale (legge Lanza del 1865) cambiano le regole, tra le altre cose, anche per i consigli comunali e le giunte municipali. Francesco viene comunque riconfermato come Sindaco di Chieve nel 1866, per il triennio successivo. In questo secondo mandato, cura fattivamente molti e vari aspetti, come quello della viabilità e delle strade comunali, del miglioramento dell’istruzione scolastica locale, del rifacimento del castello campanario sul campanile. Riesce a evitare l’aggregazione di Chieve al Comune di Casaletto Ceredano, nonostante le previsioni normative della predetta legge sull’unificazione amministrativa riguardo ai Comuni con meno di 1.500 abitanti (nel 1865 Chieve ne ha 934, mentre Casaletto Ceredano ne ha 1.127). Soprattutto, vengono realizzati il nuovo edificio delle scuole elementari e quello degli uffici municipali, opere onerose e complesse ma compiute molto positivamente. Si procede anche alla sistemazione della piazza della chiesa parrocchiale, con la scalinata antistante. A proposito della parrocchia, la situazione dei rapporti, spesso critici se non addirittura conflittuali, tra Francesco e il parroco di Chieve in quel periodo, don Luigi Angelo Belloni, è ricostruita nel libro di Tosetti in modo molto chiaro e sulla base di corrispondenze e carteggi originali. Esemplificativa, nel 1867, la vicenda della processione organizzata unilateralmente dal parroco. L’esigenza della prescritta autorizzazione dell’autorità civile non poteva che essere fatta valere da Francesco, in quanto Sindaco. In ogni caso, è noto come in quel periodo storico i rapporti tra il nuovo Stato italiano e l’ormai agonizzante potere temporale pontificio fossero estremamente confliggenti. Nel 1868 viene a mancare il padre di Francesco, Pietro Zanelli, all’età di 71 anni.

Nel 1869 Francesco è nuovamente riconfermato come Sindaco e inizia il suo terzo triennio di impegno amministrativo a favore della sua comunità. La sua azione continua a svolgersi con particolare attenzione alle necessità dell’istruzione e della sanità pubblica. Interviene sollecitamente per risolvere il problema della condotta ostetrica comunale. Nonostante i dissidi con il parroco, provvede poi alla sostituzione dei banchi della chiesa parrocchiale, che erano “palesemente incomodi, indecenti ed inservibili”. Pure questa vicenda, con le polemiche intercorse tra il Comune e la Fabbriceria parrocchiale, è ben descritta nel testo di Tosetti. Nel 1872 Francesco viene nominato Sindaco di Chieve per la quarta volta, a conferma sia delle sue capacità e competenze come pubblico amministratore, sia dell’apprezzamento verso il suo operato da parte della popolazione chievese. Anche questo quarto mandato triennale di Francesco si caratterizza per il suo notevole impegno nel migliorare le condizioni di vita della propria comunità. Il potenziamento dei servizi alle persone e alle famiglie del luogo, soprattutto in ambito scolastico e in campo sanitario, è forse la linea direttrice principale della sua azione come amministratore. Le nomine di nuove figure professionali femminili, come la maestra elementare e la levatrice della condotta, sono solo un esempio della sua attenzione a queste tematiche.

Il quinto e ultimo incarico di Sindaco inizia per Francesco nel 1875 e termina nel 1878. Per quindici anni, dice Tosetti, ha ricevuto dalla comunità di Chieve “una lunga fiducia ampiamente meritata”. Durante questo suo ultimo mandato, viene installato un orologio meccanico sul campanile della chiesa, un modello ingegnoso e innovativo, a due tamburi e con suoneria a cremagliera, costruito in fusione di ghisa, con pignoni in acciaio e ruote in ottone fuso e fresato. Di notevole interesse è la relazione di Francesco sullo stato della campagna e del bestiame a Chieve, redatta nel 1875 in adempimento a una circolare della Sotto Prefettura di Crema. Il contenuto spazia dalle “circostanze meteoriche” ai prodotti come frumento, granoturco, lino e altre coltivazioni; dalle “malattie nei vegetabili” alle problematiche dovute a insetti e patologie parassitarie; dalle condizioni di salute del bestiame, soprattutto dei bovini, alle tecniche di miglior allevamento e utilizzo; dalla situazione irrigua e idraulica del chievese alla necessità di costruzione e riattamento di strade consorziali campestri. Da notare il valore anticipatorio di tale relazione, per questa parte di territorio cremasco, rispetto alla successiva “Inchiesta Jacini” che comincia poi a essere resa pubblica, durante i suoi sviluppi, a partire dal 1882. Uno degli ultimi atti compiuti da Francesco come Sindaco è, nel gennaio 1878, l’organizzazione della solenne messa pubblica in memoria di Vittorio Emanuele II, “che tanto fece per la Patria comune”. Il Re era venuto a mancare il giorno 9 gennaio di quell’anno. Francesco, una volta lasciato l’incarico di primo cittadino, resta consigliere comunale e assessore per alcuni altri anni, dando poi le dimissioni nell’agosto 1883, pochi mesi prima della sua morte.

È molto interessante questa evoluzione di Francesco da combattente volontario sui terreni di guerra, per quanto in termini molto ridotti e con ancor più ridotta fortuna, a uomo delle istituzioni e amministratore della propria comunità locale. L’obiettivo di fare l’Italia viene compiuto soprattutto in quella dozzina d’anni, tra il 1848 e il 1860, in cui il nostro processo risorgimentale prende avvio, sviluppo e compimento nell’unico modo logicamente e storicamente possibile. E quand’anche a Pietole Francesco fosse riuscito a sparare soltanto qualche colpo di fucile, ricaricando con la bacchetta la polvere e la pallottola, avrebbe comunque dato all’indipendenza e all’unità d’Italia molto più di parecchi suoi coetanei (e non coetanei). Successivamente, dai terreni di guerra la sua azione si trasferisce, con molta responsabilità e dedizione, ai terreni municipali e agricoli del suo paese. Si tratta di battaglie diverse, non muniti di schioppo ma di altre armi, di altre doti, di un coraggio e di un impegno diversi. Fare il Sindaco di un paese di un migliaio di anime è la sfida (da lui abbondantemente vinta) che allora costituisce il suo contributo, fatta l’Italia, per cominciare a fare gli Italiani.

Sono molti i Sindaci che in quegli anni dedicano le loro intelligenze e volontà a questo compito politico, sociale, civile, per costruire la nuova Italia e formare i nuovi Italiani. Anche allora, come del resto ancora oggi, il mestiere di Sindaco di una piccola comunità locale non era certo facile. Si trattava (e si tratta) di incarichi politici nei quali, contrariamente a quanto avviene spesso a livello politico regionale e quasi sempre a livello nazionale, si deve dare molto più di quanto non si riceva. La cura che Francesco riserva ai temi dell’istruzione, della sanità, della viabilità, delle infrastrutture concrete, del benessere sociale, di quelle cose che per la propria gente fanno la vera differenza, dimostra quanto avesse compreso in che modo continuare a fare il bene della sua nazione e, al tempo stesso, anche del suo paese specifico, correlando gli interessi nazionali italiani a quelli municipali e locali, cosa non solo possibile ma necessaria, nonostante a volte si sia tentato, anche in epoche recenti, più che altro per bassi tornaconti elettorali, di opporre certi localismi a una visione più generale del bene pubblico.

Il forte impegno di Francesco nell’ambito delle scienze agrarie è ben collocato da Tosetti negli scenari dell’economia agricola italiana e, soprattutto, di quella cremasca in quel periodo storico. Il contesto generale della produzione agricola e allevatoriale del territorio cremasco è abbondantemente trattato dall’autore del libro, con riferimenti puntuali e ben documentati. Anche la descrizione della proprietà fondiaria locale, a partire dal richiamo allo studio di Daniele Antonietti del 1982, e la situazione dei contratti agrari utilizzati nei territori cremasco e lodigiano sono illustrate in modo approfondito e ben documentato. Le innovative proposte agrarie formulate da Francesco consistono soprattutto nella realizzazione, dice Tosetti, “di una serie di trasformazioni che modificarono l’assetto produttivo cristallizzato, allargando, secondo il modello lodigiano, la superficie seminata a trifoglio ed investendo capitali nel bestiame e nell’industria casearia”. Un elemento molto studiato da Francesco è la “vacca da latte”. “Avendone sperimentato la convenienza, egli la dimostrò agli agricoltori con un pregevolissimo libro pubblicato in Milano nel 1872”. Si tratta di un testo divenuto presto famoso, in quegli anni, tra gli esperti di scienze zootecniche, dal titolo “La vacca da latte, calcolo di economia rurale”. L’opera, tra gli innumerevoli contributi di Francesco pubblicati in queste materie, consistenti in saggi, articoli e altri scritti, rappresenta l’unico, vero e proprio libro da lui edito in volume.

Tuttavia, per introdurre la vacca da latte definita “stazionaria”, era necessario aumentare i prati stabili, le cosiddette “praterie”. Infatti i prati esistenti, spesso a rotazione annuale, bastavano appena alle vacche definite “nomadi”, cioè giunte stagionalmente dalle valli, che venivano condotte a svernare da noi in pianura, molto spesso ricorrendo al pascolo libero. I foraggi annuali prodotti fino ad allora nei prati del territorio cremasco bastavano appena per il consumo ordinario delle bestie da lavoro. Per aumentare la produzione lattifera attraverso nuove scelte allevatoriali e una migliore alimentazione delle bovine, era quindi necessario aumentare il prato pluriennale stabile con il trifoglio “ladino”, tradizionalmente coltivato nell’agricoltura lodigiana. Sul suolo cremasco questo trifoglio non era molto spontaneo e se ne raccomandava dunque la seminagione. Per questi motivi, dice ancora Tosetti, si era resa necessaria “una riforma alla vecchia rotazione agraria, riforma che fu accettata con profitto in diverse località da agricoltori accorti. Lo Zanelli, zootecnico distinto, cercò di convincere gli allevatori sulla opportunità di preferire le vacche di razza svizzera, dimostrando concretamente come questa razza potesse anche nei nostri paesi riprodursi e conservare le sue attitudini lattifere”. Sono tematiche che avranno nel Novecento sviluppi importanti, fino all’attuale diffusione della vacca di razza frisona. In certe sue descrizioni delle riforme agricole e zootecniche di Francesco (ad esempio a p. 306 del suo libro), Tosetti riecheggia Benvenuti, che già aveva evidenziato la rilevanza e la valenza innovativa di queste riforme (ad esempio a p. 314 del suo “Dizionario Biografico Cremasco”).

Benvenuti infatti non si limita a rammentare l’attività di Francesco come Sindaco di Chieve ma anche a sottolineare il suo ruolo di innovatore in campo agrario e zootecnico. Dopo aver richiamato gli argomenti della vacca lattifera, della coltivazione dei prati stabili e dell’introduzione del “Trifolium repens” (il “ladino” o “trifoglio bianco lodigiano”), Benvenuti fa cenno ad altre innovazioni: “Come la stalla, con altrettanto amore e intelligenza curò il vigneto: egli fu tra i primi ad adottare colle viti il sistema della coltivazione intensiva, a palo secco, e ne ottenne ottimi risultati”. Vengono poi citati anche il suo ruolo nelle istituzioni agrarie locali e la sua collaborazione a giornali e riviste scientifiche dell’epoca: “Zanelli fu collaboratore assiduo e corrispondente di parecchi giornali, dove ragionando intorno agli studi e alle fortunose vicende degli agricoltori, condiva la serietà de’ suoi giudizi con una spontanea e succosa lepidezza: grazioso, pittoresco lo stile, specialmente quando tratteggiava costumi villerecci”. “Nel Comizio agrario di Crema la sua parola suonava autorevole, e a buon diritto, perocchè egli con gli scritti e con l’esempio erasi adoperato a rendersi benemerito all’agricoltura”. Le corrispondenze e gli articoli che ancor oggi possono essere visionati sono quelli apparsi sia sui giornali non specializzati, come ad esempio “La Gazzetta di Crema” e “La Perseveranza” di Milano, sia sulle riviste scientifiche, come ad esempio il “Bollettino Agrario di Milano” e “L’Italia Agricola”.

Tosetti riporta nel suo testo, proprio riguardo a “L’Italia Agricola”, numerosi contributi pubblicati su tale rivista da Francesco (che faceva anche parte del Consiglio di Redazione di questo giornale) nel periodo intercorrente tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. Una cinquantina circa di pagine, in questa parte del libro, ci dà conto dei suoi scritti su vari argomenti. Oltre agli articoli dedicati all’Esposizione Agraria di Crema del 1869 e all’Esposizione Agricola e Industriale di Lodi del 1870, si possono citare questi altri: “Sulla convenienza d’interessare i fattori di campagna negli utili dell’azienda” (1869); “Sul bisogno della vacca da latte per la Bassa Lombardia” (1870); “La carne nel vitto dei contadini” (1871); “Patti colonici e lavoro agricolo” (1871); “Sull’istruzione dei contadini” (1871); “I ricchi e l’agricoltura” (1876); “Il protezionismo e l’agricoltura” (1876); “La crisi agricola e l’emigrazione dei contadini” (1877); “Il lavoro agricolo a proposito della pratica lodigiana” (1878); “I contadini e la pellagra” (1880 e 1882). Come si può forse intuire dai titoli, si tratta di testi che abbinano alle proposte scientifiche di innovazione in campo agrario delle considerazioni di natura sociale e delle istanze di cambiamento caratterizzate da una spiccata sensibilità civile e umanitaria. L’esser divenuto, da mazziniano e repubblicano che era, un monarchico e un rappresentante delle istituzioni, non ha tolto a Francesco la sua mentalità e il suo impegno di progressista e di riformatore.

Francesco Zanelli muore improvvisamente, a causa di un infarto, alle ore cinque di sera di martedì 8 gennaio 1884, a 56 anni. Viene sepolto nel cimitero di Chieve, dove ancora oggi riposano i suoi resti mortali, insieme a quelli della moglie Giovanna, deceduta il 31 dicembre 1898. Il cordoglio per la sua scomparsa, non solo a Chieve e a Crema ma anche a Milano e in molte parti d’Italia, dove la sua opera di innovatore in campo agrario e zootecnico era stata parecchio apprezzata, è veramente notevole e sentito. Numerosi sono i necrologi, gli articoli commemorativi e le testimonianze di stima che appaiono su giornali, riviste, bollettini vari e fogli pubblicati dalle associazioni e dai comizi agrari. Ai suoi funerali partecipa una folla imponente e commossa. Un significativo discorso commemorativo, “letto sulla tomba dell’estinto”, è pronunciato il 10 gennaio da Pietro Zecchini, Sindaco di Chieve e amico personale di Francesco (il testo di questo discorso è riprodotto nel libro di Tosetti a p. 388). Una via di Chieve è stata intitolata a Francesco Zanelli nel 1981, all’interno di un nuovo quartiere residenziale dotato di un parco giochi per bambini e ragazzi, denominato “Parco Zanelli”.

Il libro dedicato da Lino Tosetti a questo personaggio meritevole di memoria comprende, nella sua parte finale, otto appendici a completamento dell’opera, che forniscono interessanti e circostanziate integrazioni al volume: “La ricerca e le fonti archivistiche” (con nell’ultima parte una genealogia della famiglia Zanelli dalla metà del Seicento ai nostri giorni, posto che alcuni Zanelli, discendenti di Francesco, erano presenti alla presentazione del libro); “Note biografiche dei diciotto prigionieri politici presenti nelle carceri milanesi nei primi giorni di marzo del 1848”; un’appendice con le testimonianze e le corrispondenze di alcuni commilitoni di Francesco durante la sua partecipazione all’esperienza di volontario nel Battaglione degli studenti lombardi (con in più un’illustrazione di quelle vicende storiche e con l’elenco dei componenti di quel corpo militare studentesco); “Note biografiche dei cinque patrioti presenti a Roggiana insieme ai fratelli Zanelli” (Roggiana è una frazione del Comune di Vacallo, nel distretto di Mendrisio, e ci si riferisce dunque al breve esilio svizzero di Francesco); “Brevi note sugli studenti iscritti all’Università di Pisa con Francesco Zanelli”; “Periodo di espiazione e preparazione dal 1849 al 1859, per Pavia e l’Agro Ticinese”; “Note biografiche di Giovanni Massari, 1° Sindaco di Chieve” (con nell’ultima parte la sequenza dei sindaci di Chieve dal 1860 fino a oggi); “Le conseguenze della crisi: miserie e malattie”. A queste otto appendici fa seguito un indice bibliografico ampio e di valido supporto agli studiosi interessati a ulteriori approfondimenti.

Concludendo, va detto che questo libro, ricco di oltre cinquecento pagine, rappresenta un commendevole esempio di come si possano coniugare il rigore storiografico e la ricerca d’archivio più accurata con gli obiettivi della divulgazione storica e della gradevolezza narrativa. La figura di Francesco Zanelli, un uomo dell’Ottocento, vissuto quindi in un’epoca ormai molto lontana dalla nostra, eppure reso dall’autore così vicino a noi e così attuale in certi suoi atteggiamenti e comportamenti, meritava senz’altro questo lungo e impegnativo lavoro di indagine, raccolta, verifica e presentazione al lettore. Un grazie molto sentito a Lino Tosetti, che ha dimostrato, una volta di più, come la nostra Storia nazionale, anche quella del nostro Risorgimento e del primo periodo post-unitario, passi attraverso non solo i grandi momenti, fatti e personaggi più noti al grande pubblico e raccontati nei libri della storiografia più tradizionale ma anche attraverso le vicende di coloro che, nel nostro territorio, hanno saputo interpretare, in una dimensione locale ma per non per questo meno vera, quelle istanze, quei significati e quei valori divenuti nel tempo un patrimonio irrinunciabile della nostra identità civile.

Pietro Martini


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commenti


Silvio Patrini

13 giugno 2023 15:09

Pagine di grande storia patriotica portata a conoscenza della gente di tutti i giorni, grazie alla grande ricerca di Lino Tosetti.
Bravo Lino, sei grande!!

Michele de Crecchio

1 dicembre 2023 21:39

Anch'io ho trovato molto interessante il lavoro di Lino Tosetti, anche se non trovo per nulla motivato il giudizio ingeneroso che fornisce sulla bella figura di Carlo Cattaneo!