15 novembre 2021

Un giallo di fine Ottocento: Allarme il torrone di Cremona è avvelenato. Dal fatto di cronaca si evince anche il quadro della produzione in città dell'epoca

Antonio Leoni, sul giornale online Vascellocr.it, trovò e pubblicò questa storia incredibile. La riproponiamo perchè all'epoca suscitò parecchio scalpore ma non fece venire meno la fama del torrone di Cremona.

(Dal Corriere Cremonese, 2 dicembre 1868 - Lasciamo al resoconto tutto il gustoso stile giornalistico del tempo)

"Un fatto grave che non ebbe luttuose conseguenze, verificossi il 27 Novembre scorso nelle città di Lecco . Sopra tre individui di civile condizione appartenenti alla stessa famiglia, manifestaronsi fenomeni di avvelenamento per aver mangiato del torrone di Cremona qualificato all’ “Italiana”. Il Sindaco di quella città giustamente allarmato, non solo diede in luogo le disposizioni reclamate dal caso per la tutela della pubblica salute, ma con lodevole premura scrisse al Municipio di Cremona dandogli contezza dell’avvenuto e del rapporto inoltrato il giorno dopo dal medico condotto, in cui fra le altre cose è detto “Il torrone di Cremona sia in piccoli che in grandi pezzi, il quale porta scritto sull’etichetta alla Italiana e che ridottl in pezzi presenta i tre colori bianco, rosso-mattone e verde, contiene un principio velenoso quale si è l’arseniuro di rame”.
Alle persone cognite del metodo analitico praticato dai chimici per constatare la presenza dell ‘arsenico e del rame nelle diverse sostanze alimentari, sembrerà azzardoso tale giudizio definitivo emesso il giorno dopo, senza 1’appoggio di una severa ed esatta relazione chimico-analiti-ca qualitativa e quantitativa. Ma ciò che rende veramente strano quel giudizio si è l’aver colpito di ostracismo tutto il torrone di Cremona fatto all’Italiana quasi che da una sola fabbrica od una sola ne esistesse nella nostra città. Ritenuto per vero il fatto dell’avvelenamento (quantunque lettera che abbiamo sott’occhio discorra di semplice in disposizione) , si domanda com’è che nella straordinaria quantità di torrone cremonese smerciato si da oltre quaran ta giorni in tuti te le Città del Regno d’Italia ed all’Estero nessun altro caso di avvelenamento, all’infuori di quello verificatosi in Lecco sia avvenuto, quando realmente contenesse dell’arseniuro di rame? Non sarebbe stato miglior consiglio, per i riguardj voluti a questa nostra speciale industria, di limitarsi a segnalare la Ditta che ebbe a spedire a Lecco il torrone, causa dei rimarcati gravi accidenti, anziche colpire tutti i fabbricatori della qualità di torrone detto all’Italiana?
Lasciando a parte queste considerazioni, torniamo al fatto.
La Giunta Municipale di Cremona in seguito all’avviso ricevuto il 29 alle 3 pomeridiane preoccupandosi a ragione delle gravi conseguenze che ne potevano derivare alla Salute Pubblica ed al ‘Industria Cittadina, radunò immediatamerlte la Commissione Sanitaria Municipale, la quale deliberava di procedere tosto alla visita di tutte le fabbriche di torrone esistenti in Cremona onde conoscere il modo di preparazione del torrone detto all’Italiana ed esaminare particolarmente le sostanze coloranti impiegate alla sua confezione.
Noi ci affrettiamo a pubblicare i risultati che ci vennero gentilmente comunicati, per tranquillizzare i nostri concittadini, e per persuadere i committenti, italiani ed esteri chi nell’incriminata qualità di torrone, nulla vi ha che possa arrecare danno alla salute di quelle nersone che fanno uso di questo delicatissimo mandorlato.
Venti sono i fabbricatori di torrone che si trovano nella città di Cremona; di questi, otto preparano anche quello che porta il nome “all’Italiana” ; gli altri dodici non fanno altro uso che di essenze (Menta Rosa, Cannella, Vaniglia ecc. ).
Degli otto che confezionano il torrone all’Italiana, quattro fanno uso dei cosidetti ginevrini colorati, escluso il verde, che ora sembra abolito nel commercio; e quattro danno essi stessi il colore al zucchero che in pezzetti quadrati forma parte e costituisce propriamente il torrone all’Italiana od alla Francese come dicevasi prima, e come tuttora dicesi da taluno.
Le Ditte che fabbricano di questo torrone sono: Ingiardi Luigi , rappresentato da Carasi Antonio - Curtarelli Gaetano, farmacista Ratti Andrea - Moncassoli Giuseppe farmacista. I colori adoperati dalla ditta Ingiardi sono: il rosso od amaranto, ottenuto coll’uvetta (Fittolacca) , il verde ricavato dagli spinaccii, il bleu dato dal prussiato di ferro.
La Ditta Curtarelli ricava il verde dalla rata ortensia; il giallo dal croco o zafferano, il rosa dallo spino cervino; il rosso dallacoccinilia; ed il solferino dalla cocciniglia pura.La Ditta Ratti forma: il verde col croco ed azzurro di Berlino; il rosso coll’uvetta ed il giallo col croco. La Ditta Moncassoli ricava solo il rosso dall’uvetta, e volendo aggiunger altri colori fa uso dei ginevrini.
Questi sono i colori adoperati dai nostri fabbricatori di torrone all ‘Italiana. Ora siccome i ginevrini sono fabbricati a Milano dalla Ditta Lombardi e Macchi, e certamente non contengono alcuna sostanza nociva, è facile dedurre che dal torrone fabbricato ora in Cremona non sarebbe possibile di ricavare dell’arseniuro di rame. Ciò non pertanto basta a spiegare il fatto accaduto a Lecco, che vogliamo credere non affatto immune da esagerazione; dobbiamo dire che la Ditta Ingiardi nei primi giorni che fabbricò il torrone all’Italiana, ebbe a confezionarlo con zuccherini colorati avanzo di quelli comperati a Milano nello scorso anno. Se tali zuccherini colorati fossero stati confezionati coi colori d’anilina, contenenti indubbiamente dell’acido arsenico, è certo che il colore verde dei medesimi formato coll’aggiunta dell’acetato di rame, spiegherebbe sufficientemente la presenza dell’arseniuro di rame nel torrone spedito tempo fa a Lecco.

Noi però confessiamo di non essere tranquilli sul giudizio dato dal medico di Lecco sotto l’impressione dell’avvenuto , ne attendiamo uno più pacato dalla Commissione Sanitaria di quella Città e dalla Nostra che procedettegià a severissime indagini.
Ad ogni modo sembra fin d ‘ora che ammesso il fatto, debbasi attribuirlo a mera accidentalità, od imprevidenza, di un solo fabbricatore e quindi sarebbe ingiusto che avessero a soffrirne gli altri, i quali colorando questo Mandorlato con sostanze innocue tratte quasi esclusivamente del regno vegetale, seguirono i dettami dell’Igiene Pubblica".

(Nei fatti, il guaio fu poi chiarito. Era andata proprio come era stato supposto dal “Corriere Cremonese”, in una partita limitatissima della ditta Ingiardi. E la vendita del torrone non subì le conseguenze negative temute dai produttori, neppure in quel 1868 al centro dello scandalo).

 

 

 

Antonio Leoni


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commenti


Ornella

15 novembre 2021 18:01

Interessantissimo