150 anni fa nasceva Illemo Camelli, socialista poi sacerdote, pittore e primo direttore del Museo Civico di Palazzo Affaitati
2026, ricorrono i 150 anni dalla nascita di Illemo Camelli, sacerdote, uomo di cultura e poliedrico artista cremonese. Nato a Cremona il 1° maggio 1876, morì, nella stessa città, il 4 dicembre 1939. Un personaggio straordinario e discusso che Cremona dovrà senza dubbio ricordare. Proponiamo un ricordo che ne fece il giornalista e ricercatore Angelo Locatelli il 12 gennaio 2009 sul quotidiano "La Cronaca" dopo che il 70° della sua nascita era passato sotto silenzio.
Fu autore di numerosi quadri nei quali espresse varie tecniche e stili. Ottime le realizzazioni ritrattistiche: da ritratti e da un autoritratto si individuano grandi capacità tecniche ed espressive. Belli pure i paesaggi e le opere con soggetti sacri che mettono in risalto le sottolineature della volontà divina. Da ricordare la Via Crucis dallo stesso eseguita per la cappella del seminario vescovile.
Tra il 1915 ed il 1930 circa elaborò originali e significative opere anche se non sempre dello stesso livello qualitativo.
Di qualità disegni, progetti e grafica in genere. Egli progettò e realizzò parecchie opere tra cui l’altare di S. Giuseppe (1920) nella Chiesa parrocchiale di Robecco e la cappella- monumento ai caduti, progettata nello stesso anno nella medesima località. Suo pure l’altare della Madonna di Caravaggio, nella chiesa cittadina di S. Ilario (1927), ospitante le antiche statue in cartapesta della Vergine e della veggente Giannetta provenienti dalla chiesa di S. Carlo.
Egli, personalità sensibile, appassionata quanto travagliata, abbracciò dapprima il socialismo di Leonida Bissolati. Il giovane Illemo, provvisto di carisma ed oratoria, venne reclutato dallo stesso personaggio, per un intero autunno, al fine di acquisire nuovi proseliti alla causa socialista. Così egli scriveva a tal proposito: “Per un intero autunno, girai di paese in paese, giorno per giorno. Discorrevo con i contadini, spesso seguendoli lungo i solchi dell’aratro che s’aggiungevano l’uno accanto all'altro interminabilmente, e passavo di campo in campo spargendo la mia semente. Alla domenica, or nell’uno or nell’altro paese, tenevo delle riunioni plenarie, e, per mancanza di locali adatti o per timore delle persecuzioni padronali, ci riunivamo o in legnaie appartate o in basse soffitte, curvi sotto il tetto, sporchi di polvere e di ragnatele, discorrevamo sommessamente delle cose nostre... Ben presto gl’iscritti alla lega furono parecchie migliaia... L’entusiasmo si comunicava, circolava, diventava spesso forma di pazzia... la forma d'una follia... Ogni mia passeggiata assumeva l’aspetto d'un trionfo di cui ero orgoglioso, perché non l’attribuivo a me personalmente, ma all’Idea per cui mi sacrificavo”.
Un giorno, durante una processione del Corpus Domini, compì l’atto più blasfemo che in quel momento potesse concepire denudandosi completamente davanti a tutti provocando disgusto ed un grande scandalo. La processione ritornò in chiesa dove tutti pregarono invocando il per- dono per quanto successo.
Da un protestante girovago, qualche tempo dopo, acquistò una Bibbia che lo aiutò a comparare il messaggio cristiano a quello socialista. Dopo tali fatti entrò in una profonda crisi ideologica e religiosa. Si recò da mons. Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona dal 26 novembre 1871 al 3 agosto 1914, che lo inviò dai Barnabiti residenti in città. Qui egli maturò la propria conversione e la propria vocazione al sacerdozio. “Il socialismo – scrisse – è quasi come la realizzazione di quel sogno comunista, che brillò ai primi cristiani”. Pensò poi che fosse giusto cristianizzare il socialismo e non il contrario. La sua conversione destò sentimenti contrastanti e riflessioni da parte del clero e dei cittadini comuni attratti anche dalla particolarità del profondo e significativo apostolato esercitato dal vescovo di Cremona mons. Geremia Bonomelli. Quest’ultimo, nel 1916, posò per un ritratto del Camelli.
Quel tormentato periodo fu, dallo stesso Camelli, messo per iscritto in un libro intitolato “Dal socialismo al sacerdozio” (stampato dalla Tip. Queriniana di Brescia per tre anni di fila dal 1911 al 1913 seguito da un’edizione francese). Nel 1912 pubblicò un altro lavoro significativamente intitolato “La scienza dei nasi ovvero L’esistenza dell’anima”.
Divenuto sacerdote anche “La Rerum Novarum” di Leone XIII, pubblicata nel 1891, fu in seguito motivo di profonda meditazione da parte del Camelli che qualche anno prima ne aveva sottovalutato, ostacolandola, la reale importanza. In essa riscoprì la questione operaia, l’inadeguatezza del socialismo alla reale soluzione dei problemi, il significato della proprietà privata, la relazione tra le classi sociali. Dopo l’ordinazione sacerdotale il vescovo decise di non mandarlo in una parrocchia ma lo nominò professore in seminario dove insegnò disegno.
Il Camelli fondò una rivista popolare da lui illustrata; illustrò pure alcuni libri e scrisse saggi di grande levatura. Nominato direttore del Museo Civico nel 1926 ne curò l’allestimento della nuova sede presso palazzo Affaitati. Nel 1930, periodo della sua reggenza, pervennero all’istituzione i violini stradivariani collezionati da Ignazio Alessandro Cozio, conte di Salabue, in seguito di proprietà del liutaio bolognese Giuseppe Fiorini. Raccolse materiali archeologici, si interessò di sfragistica, compì una prima edizione critica dei beni museali. In qualità di presidente della Commissione Diocesana d’Arte Sacra, ebbe modo di sensibilizzare il clero cremonese alla conservazione dei beni artistici, architettonici e culturali. Qualcuno gli contestò il fatto di avere fatto strappare affreschi dalla chiesa di S. Francesco ma gli stessi si possono ancora ammirare pres- so il Museo.
Il Camelli fu l’ideatore dell’Associazione Famiglia Artistica Cremonese, fondata nel 1928 e operante in unione con l’Adafa dal 1950.
Egli fu sempre presente nei salotti della cultura cremonese e costante riferimento per la stessa. Fu in corrispondenza con parte dell’intellighenzia cremonese tra cui Arcangelo Ghisleri e lo scultore–“architetto” Francesco Riccardo Monti residente nelle Filippine.
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