31 gennaio 2026

Silenzio, voce, danza: tre modi per guardare alla fine con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai per l'inaugurazione della stagione concertistica del Ponchielli. Serata di altissimo profilo

In un’Italia che si riscopre improvvisamente più povera per la recente scomparsa del musicologo e critico musicale Angelo Foletto, una delle penne più nobili e autorevoli che abbiano mai narrato i multiformi percorsi del suono, abbiamo assistito stasera alla sontuosa inaugurazione della stagione concertistica del Teatro Ponchielli, la prima della nuova gestione affidata al sovrintendente Andrea Nocerino. Grazie a un programma originale e ardimentoso, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai ha tracciato un itinerario spirituale dal silenzio alla voce, e dalla voce al corpo attraverso la danza: tre modi diversi di guardare alla fine, di abitare il tempo, riannodando idealmente un filo con il pubblico cremonese. Se l'anno scorso la stagione si apriva con i fatidici colpi di martello della Sesta sinfonia di Mahler, quest’anno sono stati i sonagli dei giochi infantili dei Kindertotenlieder evocati dal rintocco solitario del glockenspiel a richiamare lo stesso presagio, costruendo un ponte ideale tra la tragedia e la malinconia dell’addio agli affetti più cari.

Una scelta di programma che esula dalla musica “classica”. Lo sostiene il grande Quirino Principe e ci sentiamo di condividere le sue parole, quando propone di definire la musica colta musica “forte”: la musica classica propriamente detta è quella compresa nel breve lasso di tempo storico del diciottesimo secolo, mentre il vero spartiacque è tra creazione che resiste al tempo e ha una struttura e un valore intrinseco da trasmettere e tutto il resto, che si colloca come fastidioso chiacchiericcio sullo sfondo.

Aprire un concerto con Les Offrandes oubliées di Olivier Messiaen ha significato chiedere subito all’ascoltatore un atto di disponibilità che soverchia l’emozione immediata invitando al silenzio interiore. Nessuna introduzione brillante, nessuna melodia rassicurante. La musica si è dispiegata già oltre il tempo, come se il gesto orchestrale fosse una preghiera pronunciata a mezza voce. Composta nel 1930, la Méditation symphonique di Messiaen si è dipanata in una durata sospesa. La Croce, il Peccato, l’Eucaristia, non sono trattati dal compositore come immagini da illustrare ma come stati dell’essere. La violenza de La Croix (La Croce) ha fatto irruzione senza sviluppo, quasi come una ferita, il tempo ha rallentato fino quasi a fermarsi nelle melodie infinite de Le Pechée (Il Peccato), gli accordi distesi e pennellati come superfici di colore. L’apertura del concerto non ha puntato sulla consolazione o sulla facile seduzione, invitando piuttosto a guardare la sofferenza come mistero, o come rinascita, come ha annunciato Foron con piglio fiero e deciso nella sua inaspettata introduzione iniziale. L’orchestra e il talentuosissimo direttore sono stati saldati in una magnetica esecuzione in cui nessun accento, nessuna ricerca timbrica è stata meno che perfetta. 

Dopo questo incipit astratto e sacrale, l’esecuzione dei Kindertotenlieder di Gustav Mahler ha segnato un brusco ritorno all’umano. Qui la morte ha acquisito un volto, una voce e una storia. I versi di Rückert, messi in musica da Mahler con pudore quasi doloroso, parlano della perdita dei figli senza enfasi tragica, ma con una sobrietà che amplifica lo strazio. L’orchestra si è ritratta, la parola è emersa fragile ed esposta. Al centro del programma, la voce di Fleur Barron è stata un dispiegarsi di espressività e pastosità di ammaliante bellezza, capace di una declamazione sempre agganciata alla prosodia che ha trovato nell'orchestra un interlocutore ora appassionato, ora diafano, ma sempre sensibilissimo e in stretto dialogo con il suo dettato. Se Messiaen aveva tolto alla musica la sua dimensione narrativa. Mahler gliela restituisce nella sua forma più cruda: il lutto è il tempo interrotto, la memoria che non sembra trovare pace.

La sfida interpretativa era delle più ardue, ma il giovane Nicolò Umberto Foron ha dimostrato una maturità sbalorditiva: il suo gesto emana da un’intenzione lucida e calibrata, un’equazione in cui le incognite si sciolgono nella necessità dei passaggi utili alla cristallina risoluzione del problema.  Razionalità estrema ma anche estrema libertà nel padroneggiare microagogiche e scarti dinamici che imprimono il suo marchio all’esecuzione. Destreggiarsi tra l'ascesi di Messiaen e il gigantismo orchestrale di Rachmaninov richiede una visione architettonica del suono che ci si aspetterebbe da direttori più avanti negli anni, ma Foron ha sempre tenuto saldo il comando assoluto dei suoi musicisti. L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai si è confermata realtà di caratura internazionale: ha tenuto alto il suo prestigio con limpida bellezza di suono, attenta e puntuale nella coloritura, nel gioco sottilissimo delle illuminazioni timbriche, nello scatto innico della pienezza enunciativa; si potrebbe aggiungere, inoltre, con una unitaria consapevolezza del suonare insieme (in modo quasi visivo per il pubblico) nello spirito di una nobile e devota partecipazione all’ideazione espressiva dei testi musicali, regalando momenti di rara bellezza timbrica, soprattutto nell’ultimo brano in programma, le Danze Sinfoniche di Rachmaninov. Il percorso non si è chiuso infatti con il dolore, seppur pacificato, della ninna nanna del quinto Lied in cui il testo dell’ultima quartina, col trascolorare del cambio di tonalità dal minore al maggiore, si espande come un raggio di sole che squarci le tenebre dopo una tempesta. Con le Danze sinfoniche di Sergej Rachmaninov, ultima opera orchestrale del compositore, il concerto ha cambiato ancora prospettiva; siamo davanti a una musica scritta in esilio, a ridosso della fine ma animata da un’energia ostinata. Anche quando il materiale tematico guarda indietro, come nelle autocitazioni della Prima e della Nona sinfonia, la musica avanza, occupa tutti gli spazi. È come se, dopo il silenzio di Messiaen e il pianto di Mahler, l’orchestra avesse trovato finalmente la forza di scuotersi e rimettersi in movimento, non per arrendersi all’oblio, ma per trasformare la memoria in energia.

Abbiamo ascoltato passaggi di puro lirismo come l’iconico “a solo” del saxofono nel primo movimento: una linea melodica talmente vocale e dolente da ricordare la sua origine (si dice fosse destinata a una cantante poi ammalatasi durante le prove, spingendo il compositore, su suggerimento degli orchestrali, ad affidarla allo strumento a fiato). Ma è nel finale delle Danze sinfoniche che il binomio direttore-orchestra ha raggiunto l’apice, segnato dallo scoccare dei dodici rintocchi di campana del terzo tempo. Quei colpi, che alludono inesorabilmente allo scadere del Tempo, ci hanno ricordato che le difficoltà della vita si superano con la resistenza, con l’affermazione della presenza vitale protesa senza timori sull'abisso. I primi versi di Rückert musicati da Mahler nei Kindertotenlieder “ora il sole osa sorgere e splendere ancora/ come se una sciagura nella notte non fosse avvenuta/ La sciagura è avvenuta: certo a me solo è toccata/ e il sole splende ovunque e per tutti gli altri, là fuori”, ci dicono due cose, opposte e fondamentali: che l’universo è indifferente alle nostre miserie umane, e che solo nell’empatia possiamo trovare riscatto. Ogni bambino morto ingiustamente spezza il cuore, e ci piace pensare che non sia un caso che la scelta dell’orchestra della Rai insieme alla direzione del Ponchielli sia ricaduta su questa amara e poetica silloge per piangere insieme tutti i bambini cancellati alla vita, in tutte le epoche e nell’atroce presente.

Onore al merito per un’apertura di stagione così densa e coraggiosa per Andrea Nocerino. Con la scelta di un programma che non ha concesso nulla alla superficialità e al facile ascolto il sovrintendente ha forse voluto suggerirci la sua personale impronta per il nuovo corso del massimo teatro cittadino, in cui la musica non si limita ad avere una funzione di intrattenimento, ma dialoga con il contesto di un momento storico complicato e incerto, sospeso tra volontà di distruzione e spregio dei valori illuministi che contraddistinguono la nostra Europa. Una serata di altissimo profilo, apprezzata dalle intense e prolungate ovazioni del pubblico, che ha reso omaggio, insieme all’eccezionale qualità dell’esecuzione, anche all’idea di una cultura intesa come testimonianza civile. 

Proprio come ci ha insegnato, per una vita intera, Angelo Foletto.

Angela Alessi


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