Burqa. Gli occhi della libertà
In questi giorni il dibattito sul burqa nelle scuole, rilanciato da alcune testate locali, ha acceso ancora una volta il confronto tra politica, cultura e religione.
Ho letto opinioni di ogni tipo. Alcune condivisibili. Altre meno.
Mentre scorrevano parole, slogan e certezze, il mio pensiero è andato altrove.
È tornato agli occhi di una donna.
Si chiama Amani. Una giovane donna che mi ha insegnato più lei sulla libertà di quanto abbiano fatto anni di dibattiti.
Prima di diventare la giornalista che sono oggi, ho vissuto una stagione della mia vita professionale come inviata di guerra.
Ho attraversato città distrutte, respirato la polvere delle bombe, ascoltato il rumore assordante dei conflitti e il silenzio ancora più assordante di chi aveva perso tutto.
Ma, se oggi mi chiedessero quale immagine porto ancora dentro, non parlerei delle esplosioni. Parlerei delle donne perché sono loro il ricordo più vivo che mi accompagna.
Le donne che ho incontrato non mi raccontavano soltanto la guerra. Mi raccontavano la vita. Una vita nella quale non potevano scegliere quasi nulla: non come vestirsi, non chi amare, non se studiare, non se lavorare, non se uscire di casa.
La guerra mi ha insegnato che esistono ferite che non sanguinano.
Sono quelle che, giorno dopo giorno, convincono una persona di non appartenere più a sé stessa. Fu allora che compresi una verità che non mi ha mai più lasciata: il privilegio più grande non è nascere liberi. È nascere in un luogo dove la libertà è così naturale da sembrarci quasi invisibile.
Ogni giorno ringrazio la vita per essere nata dalla parte del mondo dove la libertà è un diritto.
Ogni giorno mi domando se noi, proprio perché ci siamo nati dentro, abbiamo smesso di riconoscerne il valore. Forse è per questo che, leggendo la polemica di questi giorni, il mio pensiero è tornato ad Amani.
L'ho conosciuta proprio a Cremona, durante un incontro organizzato per parlare di violenza contro le donne. Conoscevo la sua storia. Non conoscevo ancora lei.
Mi colpì immediatamente il suo sguardo: dolce, fiero, profondo.
Lo sguardo di una donna che aveva attraversato il dolore senza permettergli di spegnere la propria umanità. Tra noi nacque subito una sintonia difficile da spiegare.
Ci siamo raccontate. Lei parlava della sua vita. Io della mia.
Mentre ci ascoltavamo, ho capito, ancora una volta, che il dolore e la verità possiedono una forza straordinaria, sono capaci di creare amicizia. Perché, in fondo, tutti noi abbiamo bisogno della stessa cosa: essere compresi e, per comprendere, si deve prima imparare ad ascoltare. Davvero, non per finta. Non per avere sempre una risposta. Non per pontificare ma per capire.
Amani aveva sedici anni quando venne portata con l'inganno in Siria.
Le dissero che sarebbe stato un viaggio. Era, invece, un matrimonio imposto.
Per trecentonovantanove giorni visse prigioniera, privata della possibilità di scegliere il proprio destino.
Oggi entra nelle scuole italiane con i suoi libri Siria mon amour e Sulla nostra pelle non per chiedere compassione, ma per trasformare la propria esperienza in uno strumento di libertà. Perché nessun ragazzo, un domani, possa dire: «Non lo sapevo».
Mentre la ascoltavo rivedevo le donne incontrate durante i miei reportage. Nessuna di loro mi ha mai parlato del burqa. Mi parlavano della paura, di un padre, di un fratello, di un marito, di un cugino.
Mi parlavano di una vita nella quale il loro corpo apparteneva sempre a qualcun altro.
Ed è questo che temo venga dimenticato. Noi discutiamo del burqa. Loro ci parlano della libertà. Ed è una differenza enorme.
Siamo davvero sicuri di sapere di cosa parliamo quando pronunciamo la parola "libertà"?
Abbiamo mai ascoltato una donna alla quale quella libertà è stata tolta? Non è la fede ciò che mi spaventa. La fede, quando nasce da una scelta libera, merita rispetto. Mi spaventa il fondamentalismo.
Mi spaventa ogni ideologia – religiosa, politica o culturale – che pretende di decidere come una donna debba vivere, vestirsi, amare o pensare.
La storia cambia volto, cambia lingua, cambia perfino il nome dato a Dio. Ma conserva una costante impressionante.
Ogni volta che qualcuno pretende di possedere la verità assoluta, il primo territorio sul quale esercita il proprio potere è quasi sempre il corpo della donna.
È accaduto nell'Europa delle persecuzioni per stregoneria, quando migliaia di donne furono processate e molte condannate con accuse di eresia o stregoneria.
Accade ancora oggi nei regimi fondamentalisti che impongono alle donne come vestirsi, cosa studiare, dove lavorare e perfino se possano mostrare il proprio volto.
Cambiano le epoche. Cambiano le religioni. Cambiano i governi.
Ma, troppo spesso, resta identica la convinzione che una donna debba essere controllata. Anche l'Italia conosce il prezzo di questa cultura. Due volti: Hina Saleem, Saman Abbas. Due ragazze uccise da famigliare perché avevano un solo desiderio: studiare, amare, scegliere, vivere. Per qualcuno era una colpa. Per noi dovrebbe essere un monito.
Le guerre mi hanno insegnato che esistono due modi di raccontare il mondo: da lontano, oppure, guardando una persona negli occhi.
Io continuo a fidarmi degli occhi.
Perché negli occhi di Amani, come in quelli delle donne incontrate durante la guerra, non ho mai visto il desiderio di un burqa. Ho visto il desiderio di scegliere di studiare, di amare, di vivere, di sentire il vento tra i capelli. Senza averne paura.
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commenti
Blek
7 agosto 2026 09:41
Rispetto all'ideologia cui si riferisce, ci sarebbero molti altri capitoli da sviluppare sulla violenza di genere. Mi limito al velo/burqa di cui parla specificatamente. Nel Corano l'obbligo del velo è sancito in primis nel versetto 53 cap.33. In realtà non riguarda tutte le donne musulmane,ma quelle della casa di Maometto che non dovevano essere viste direttamente, dai visitatori di quella casa,restando dietro una cortina. In 33:59, il divieto di essere viste in volto, si estende a tutte le donne " libere " ( le musulmane) per non essere confuse con le schiave ( donne di rango inferiore quindi) e molestate. Il 24: 31 ordina alle donne musulmane di coprire il seno col khimar. In sintesi il velo è obbligatorio e in maniera implicita questi versetti insegnano all' uomo musulmano che si possono molestare, quindi violentare,le donne senza velo. Distinzione fondamentale tant'è che Omar, fedelissimo di Maometto, violento ' una donna non musulmana che portava il velo ( Musannaf Ibn Abi Shaybab 6382 ,hadith) . Ma il termine awra estende all'intero corpo della donna l'obbligo di coprirlo in quanto in toto parte pudenda da nascondere in quanto in toto oggetto della tentazione di Satana ( tirmidhi: 1173 ) . Quindi la donna intera è una zona di vergogna la cui presenza in pubblico è una tentazione del diavolo.....si aggiunge poi che la donna non deve uscire di casa se non per necessità per cui se il problema è il pericolo di essere molestate, la soluzione non è educare gli uomini ad un comportamento corretto, ma coprire la donna e chiuderla in casa........
marco
7 agosto 2026 12:10
Per me il burqa non è un problema se alla richiesta di controlli questi vengono accettati.
Poi non deve essere imposto anche con la violenza ma accettato dalla donna che deve avere il diritto di non metterlo senza patire conseguenze fisiche.
Mi fanno più timore i caschi e le mascherine davanti al viso nei cortei dove poi si devasta dando la caccia alle forze dell'ordine.
Blek
7 agosto 2026 13:49
Mi permetta una piccola obiezione sign. Marco, ma non vedo quale piacere e quindi quale libera accettazione ci possa essere in una donna ad indossare un burqa. Lei è convinto che ci possano essere dei ragionevoli motivi per indossarlo e quindi per accettarlo liberamente?
marco
7 agosto 2026 17:10
Se leggeva quanto ho scritto ho ben specificato che non deve essere imposto anche con la violenza ma accettato dalla donna che deve avere il diritto di non metterlo senza patire conseguenze fisiche.
Poi ci possono essere motivazioni religiose sulle quali non mi permetto di pronunciarmi.
Buona serata.
Ivana
7 agosto 2026 12:30
Ho letto con attenzione e partecipazione le parole di Beatrice Ponzoni. Comprendo profondamente ciò che scrive e anch’io, molte volte, mi sono sentita fortunata per essere nata in Italia, in un Paese nel quale oggi una donna può studiare, lavorare, scegliere chi amare, esprimere le proprie idee e decidere della propria vita.
Ma credo sia importante ricordare che questa libertà non ci è stata regalata. Se oggi possiamo considerarla quasi naturale è perché le nostre madri, le nostre nonne e le nostre bisnonne hanno lottato, spesso pagando un prezzo altissimo, affinché i diritti delle donne emergessero da una cultura che per secoli le aveva subordinate.
Proprio per questo, sul burqa a scuola, la mia posizione è netta: no.
Non è una questione di ostilità verso una religione. La libertà religiosa deve essere rispettata, così come deve esserlo la scelta individuale di ciascuna donna, nei limiti stabiliti dalla legge. Ma la scuola non è un luogo privato: è uno spazio pubblico di educazione, relazione e integrazione, nel quale valgono regole comuni.
Il volto è parte essenziale della relazione umana. Guardarsi, riconoscersi, comunicare anche attraverso le espressioni significa entrare realmente in rapporto con l’altro. Nasconderlo integralmente pone quindi una questione che va ben oltre un semplice capo di abbigliamento.
E se qualcuno sostenesse che vietare il burqa potrebbe indurre alcune famiglie a non mandare le proprie figlie a scuola, credo che la risposta non debba permettere che siano le bambine a rinunciare ai propri diritti. Al contrario: è proprio il loro diritto all’istruzione che lo Stato deve difendere.
A quei padri direi con chiarezza: avete scelto di vivere in Italia e qui vostra figlia ha diritto di andare a scuola, di essere istruita e di crescere conoscendo i propri diritti. Le convinzioni familiari o religiose non possono cancellare le regole e i principi fondamentali del Paese che vi accoglie.
Integrare non significa chiedere all’Italia di rinunciare ai valori conquistati. Significa entrare a far parte di una comunità rispettandone le leggi, mentre quella stessa comunità rispetta la persona, la sua dignità e la sua fede.
Anch’io, come la giornalista Beatrice Ponzoni, credo negli occhi. Ed è proprio per questo che vorrei che a scuola gli occhi delle bambine potessero incontrare quelli degli altri, senza che nessuno decidesse per loro che devono scomparire dietro un velo integrale.
La libertà delle donne è costata troppo alle generazioni che ci hanno preceduto perché oggi possiamo permetterci di considerarla negoziabile.
biagio
7 agosto 2026 14:07
Di cosa stiamo parlando? Del burqa come se fosse un’emergenza nazionale, priva di regole, da affrontare con decreti speciali. In realtà le norme ci sono già e da cinquant’anni. La Legge 152/1975 vieta il volto coperto quando impedisce l’identificazione; i regolamenti scolastici impongono il volto visibile per motivi educativi e di sicurezza; negli uffici pubblici, tribunali e aeroporti il volto scoperto è obbligatorio. Non c’è alcun vuoto normativo: c’è solo un vuoto di applicazione e un eccesso di propaganda.
Gli studiosi dell’Islam lo ripetono da anni: il burqa non è un simbolo religioso. Non è un obbligo coranico, non è un precetto di fede, non è l’equivalente della tonaca o del velo delle suore. È una pratica culturale e patriarcale, radicata in contesti tribali e poi ripresa dai movimenti fondamentalisti. Ma anche se fosse un simbolo religioso, non cambierebbe nulla: in Italia nessuno può circolare con il volto integralmente coperto, qualunque sia la motivazione. E “nessuno” significa tutti: italiani e stranieri, credenti e non credenti. Le regole valgono per chiunque, senza eccezioni identitarie.
C’è poi un dato di realtà che nessuno cita: oggi il burqa è rarissimo. A differenza di qualche anno fa, è difficile incontrare donne che lo indossano. E allora viene spontaneo chiedersi perché questo tema venga riproposto con tanta enfasi. La risposta è semplice: il burqa è diventato un simbolo politico da sfruttare, non un problema reale da risolvere. Si discute del tessuto perché è più facile che discutere dei diritti.
Lo ricorda bene Beatrice Ponzoni: noi parliamo del burqa, le donne parlano della libertà. E la libertà non si difende inventando nuove norme per fare rumore, ma applicando quelle che esistono e garantendo che nessuna ragazza sia costretta a nascondere il proprio volto. Il resto è rumore identitario. La legge, invece, è chiarissima. Biagio
Blek
7 agosto 2026 16:36
A me pare che sia più frequente di qualche anno fa, ma ci sono paesi ,vedi Afghanistan, dove è la regola." Gli studiosi dell'islam da anni ripetono che non è un simbolo religioso? "E dove hanno studiato l'islam? Su Topolino? Io le ho citato le fonti a cui può accedere. Non si tratta poi di un'emergenza nazionale, ma globale ,metafora di tutte quelle libertà sottratte alle donne in merito alla scelta su come gestire il proprio corpo, su come vestirsi...., su come decidere per se stesse. Sottovalutare anzi ignorare questi aspetti, come lei fa signor Biagio, significa non voler vedere una ragione fondamentale dell' oppressione della donna nel mondo, che non si può certo ricondurre al patriarcato occidentale, bensì ad una tradizione religiosa che non è la nostra ,sancita nei testi sacri dell'islam, e che solo interventi fondati su una sterile propaganda come la sua,signor Biagio, vogliono minimizzare o deformarne la natura o addirittura pensare di censurare il confronto perché scomodo alla propria ideologia di propaganda. Censura che ben si legge in quella domanda iniziale " ma di che stiamo parlando "? Come a dire, inutile parlarne, visto che da noi le leggi sono chiare,se poi in altre parti del mondo le donne ci soffocano dentro, e con loro tutte le libertà, chi se ne frega!!.
Biagio
7 agosto 2026 19:25
Gentile Blek,
Chiarisco volentieri l'equivoco, nato dal fatto che non ho specificato bene il contesto del mio intervento.
Il mio commento era anche una risposta indiretta alle dichiarazioni di un Ministro italiano che ha proposto nuove leggi per vietare il burqa a scuola. Il mio discorso era limitato esclusivamente alla realtà italiana: volevo semplicemente ricordare che non servono nuovi decreti o propaganda, perché le leggi nel nostro Paese ci sono già dal 1975 e basterebbe farle applicare.
Lei fa un discorso teologico e storico molto più ampio. Ammetto di non aver mai approfondito la materia specifica di cui parla lei, ma dico solo che, per quanto riguarda l'Italia, la legge dello Stato esiste già, è chiarissima e vale per tutti, senza bisogno di nuovi proclami politici.
Un cordiale saluto,
Biagio
Camillo
14 agosto 2026 20:23
Ma una bella fiaccolata organizzata dal PD, in solidarietà con le povere donne costrette ad indossarlo?