27 settembre 2026

Non si può essere cristiani solo a parole

«Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» (Mt 21,31): la domanda che Gesù rivolge ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo oggi la sentiamo posta a noi, chiamati ad indentificarci con uno dei due figli della breve parabola che Gesù ha raccontato.

Questi due figli rappresentano due atteggiamenti diversi di fronte alla chiamata di Dio, al suo invito a lavorare nella sua vigna, rimandandoci al passo del Vangelo che abbiamo meditato la scorsa domenica. Nel racconto di Gesù sono chiaramente esclusi gli estremi: chi dice di sì e poi si comporta in modo coerente con la propria risposta e chi dice di no e persevera nel suo rifiuto. Per queste persone non c’è molto da pensare, poiché hanno chiaramente detto e operato la loro obbedienza o il loro rifiuto.

Gesù vuole proporre ai suoi ascoltatori, che sono uomini di fede, di guardare al loro rapporto con Dio, per chiedersi se sia autentico o solo esteriore. 

Dio ha chiamato il popolo di Israele, affidandogli la Legge. All’interno di questo popolo c’è chi osserva le parole del Signore e chi le rifiuta. In un certo momento della storia, il presente per Gesù e i suoi ascoltatori, Dio manda un profeta e il Figlio, Giovanni e Gesù, che annunciano il Regno, compimento delle attese legate alla Legge. All’interno del popolo, ad accogliere il messaggio di giustizia degli inviati di Dio, non sono coloro che più strettamente sembrano osservare la Legge, quanto quelli che non la vivevano e che ora sono arrivati a farlo, dopo essersi pentiti delle loro azioni sbagliate. In questo racconto parabolico, Gesù non vuole dirci che i pubblicani e le prostitute sono più buoni delle persone religiose. Gesù vuole piuttosto mettere in guardia dal rischio di accontentarsi di una giustizia esteriore, fatta solo di parole, non costruita sulle scelte e le azioni concrete. 

La differenza fra i peccatori e coloro che osservano la Legge si manifesta nella diversa scelta di accogliere e fare proprio il messaggio di Gesù. I peccatori non passano davanti ai capi del popolo e agli anziani perché erano più buoni, bensì perché si sono convertiti davanti alla parola di Gesù. Gli uomini di religione, paradossalmente, rischiano di fare più fatica ad accogliere la novità del Vangelo perché sono legati ai loro schemi e alle loro abitudini. E questo vale anche per noi.

Non possiamo mai dimenticarci che il Vangelo non è un libro, una raccolta di detti di Gesù o una cronaca della sua vita. Il Vangelo (e tutta la Sacra Scrittura) è nella sua essenza il suono della voce di Dio che ci parla attraverso le parole degli uomini; il Vangelo è un principio ispiratore, un motore di rinnovamento delle coscienze, una spinta ad essere più autenticamente umani come Dio ci chiama ad essere.

Può accadere che l’abitudine alla pratica religiosa impedisca di lasciar parlare il Vangelo, imbrigliandolo dentro quello che “si sa già”.

Provocatoriamente allora Gesù ci invita a guardare coloro dai quali non penseremmo di poter imparare nulla per vivere meglio il nostro rapporto con Dio, perché talvolta capita proprio quel che non ci si aspetta. Non tutti i pubblicani e tutte le prostitute si sono convertiti, molti però lo hanno fatto e Gesù chiede a coloro che più zelantemente osservano la Legge di guardare a queste persone. Anche noi oggi possiamo guardare a chi era lontano dal Vangelo e ha cambiato vita perché sulla propria via di Damasco ha incontrato Gesù. 

A questo messaggio mi piace aggiungerne un altro. L’ascolto del breve passo del Vangelo che oggi ci viene consegnato mi porta a pensare che non basta dire di sì al Signore una sola volta nella vita. Il sì del cristiano chiede di essere rinnovato ogni giorno, ogni istante. Il mio sì personale e il nostro sì come Chiesa, comunità dei discepoli del Signore risorto. La realtà in cui viviamo è estremamente complessa, ci troviamo di fronte a scenari di guerra che sembrano farsi sempre più diffusi e vicini, molti problemi toccano la vita delle persone e delle famiglie e c’è la percezione di un mondo in trasformazione che ci rende sempre più insicuri, facendoci volgere lo sguardo a idee rassicuranti che ci parlano di un passato ideale in cui “allora tutto andava bene”. 

Il Vangelo ha sicuramente moltissimo da dire per la costruzione di un mondo migliore, un impegno che chiede di partire da me, prima che da qualsiasi altra persona.

Le parole di Gesù che oggi ascoltiamo ci interpellano perché ci spingono a chiederci se il sì alla nostra vocazione cristiana sia realmente vissuto o solo pronunciato a parole; se assomigliamo di più ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo che non si lasciano provocare dal Vangelo annunciato da Gesù, perché tranquilli nelle loro immutabili sicurezze, oppure se il nostro cuore è sanamente inquieto come quello dei pubblicani e delle prostitute di cui parla il Signore, che sanno pentirsi e rinnovare la loro vita alla luce di un annuncio che hanno ricevuto e accolto. 

Il mondo incerto in cui ci troviamo ha bisogno di un nuovo umanesimo costruito sul Vangelo. A ciascuno di noi è consegnato il compito coinvolgente e impegnativo di dire con le labbra e con la vita il proprio “sì” a Dio per lavorare e portare frutto nella Sua vigna, per imparare a guardare il mondo non come una scacchiera di conflitti, ma come una tavola in cui si può condividere il pane quotidiano e la gioia della comunione. 

Francesco Cortellini


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