Irregolari in Europa, 719mila individuati nel 2025. Ma le stime parlano di milioni
Sono 719.395 i cittadini di Paesi terzi che nel 2025 sono stati individuati dalle autorità dell’Unione europea mentre si trovavano in posizione irregolare. Germania e Francia hanno rappresentato rispettivamente il 23,4% e il 22,2% degli accertamenti europei. L’Italia ha rappresentato l’11,5%, con circa 82.700 persone individuate. Ma quel numero non rappresenta la popolazione complessiva degli irregolari che vive in Europa. La precisazione è tutt’altro che secondaria. Le statistiche Eurostat contano infatti le persone che vengono individuate dalle autorità nel corso delle attività di controllo. Non possono invece contare, per definizione, chi si trova in situazione irregolare senza essere stato intercettato. La differenza è quella tra un flusso di accertamenti e uno stock di popolazione. Il confronto con l’anno precedente aiuta a comprendere la dimensione del fenomeno. Nel 2024 erano stati individuati 918.925 cittadini di Paesi terzi in posizione irregolare nell’Unione europea, quasi un milione di persone in un solo anno. Il dato era già in diminuzione del 27,4% rispetto al 2023. Germania, Francia e Italia avevano registrato rispettivamente circa 249mila, 142mila e 109mila accertamenti. Nel 2025 gli accertamenti sono scesi ulteriormente, a 719.395. In due anni, dunque, il numero registrato dalle autorità europee è diminuito sensibilmente. Ma anche questo andamento deve essere interpretato con cautela: una riduzione delle persone individuate non equivale automaticamente a una riduzione della popolazione complessiva in posizione irregolare. Il numero degli accertamenti dipende infatti anche dai controlli effettuati, dalle modalità di registrazione e dall’attività delle autorità.
Il secondo passaggio riguarda gli ordini di lasciare il territorio. Nel 2025 gli Stati membri hanno emesso complessivamente 491.950 ordini di lasciare il territorio dell’Unione, il 5,8% in più rispetto ai 464.985 del 2024. Ma gli ordini di lasciare il territorio e i rimpatri effettivi sono due cose diverse. Nel corso del 2025 sono stati infatti 135.460 i cittadini di Paesi terzi rimpatriati verso un Paese extra-Ue, con un aumento del 20,9% rispetto ai 112.040 del 2024. I tre numeri — persone individuate, ordini di lasciare il territorio e rimpatri — descrivono quindi momenti differenti. Non si tratta necessariamente delle stesse persone e non è possibile dividere semplicemente i rimpatri per gli ordini emessi nello stesso anno per ottenere un vero “tasso di rimpatrio”: una procedura può iniziare in un anno e concludersi in quello successivo. Il quadro italiano permette di seguire la stessa dinamica. Nel 2025 sono stati individuati circa 82.700 cittadini di Paesi terzi in posizione irregolare. Nel 2024 erano stati circa 109mila. Nello stesso 2025 sono stati emessi 21.295 ordini di lasciare il territorio, mentre i cittadini di Paesi terzi effettivamente rimpatriati verso Paesi extra-Ue sono stati 4.780. Anche in questo caso non è corretto mettere i tre numeri in rapporto diretto come se rappresentassero tre fasi consecutive riferite alle stesse persone. Gli 82.700 individuati, i 21.295 ordini e i 4.780 rimpatri sono statistiche amministrative diverse e possono riguardare procedimenti avviati o conclusi in periodi differenti. Alle frontiere esterne italiane sono stati inoltre rifiutati 8.875 ingressi a cittadini di Paesi terzi nel 2025. La fotografia italiana mostra quindi una macchina amministrativa composta da passaggi differenti: controllo delle frontiere, individuazione della presenza irregolare, ordine di lasciare il territorio e, quando possibile, rimpatrio.
Ma quanti sono davvero gli irregolari? È a questo punto che la fotografia statistica diventa più complessa.
Se il dato Eurostat conta le persone individuate, come possiamo sapere quante sono quelle che non vengono mai intercettate? Negli ultimi anni alcuni gruppi di ricerca hanno cercato di rispondere proprio a questa domanda attraverso modelli demografici e statistici. Uno dei progetti europei più importanti è MIrreM – Measuring Irregular Migration, dedicato proprio alla misurazione della popolazione migrante in situazione irregolare. La ricerca MIrreM ha raccolto le stime più recenti disponibili per diversi Paesi europei. Per i 12 Paesi europei considerati — Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Regno Unito — le stime disponibili arrivano complessivamente a una popolazione irregolare compresa tra 2,56 e 3,18 milioni. Il periodo coperto dalle singole stime va dal 2016 al 2023.
Il dato non rappresenta quindi una stima dell’intera Unione europea nel 2025. Rappresenta invece un tentativo di ricostruire, attraverso metodologie statistiche diverse, una popolazione che non può essere osservata direttamente nei registri amministrativi. Per l’Italia, MIrreM riporta una stima di 458mila persone in situazione irregolare nel 2023, che corrisponde a circa lo 0,8% della popolazione italiana. I dati di MIrreM sono comunque utili per capire la differenza tra le due prospettive. Da una parte ci sono le persone individuate dalle autorità in EU. Dall’altra c’è una stima che cerca di ricostruire anche la componente della popolazione che non compare nelle statistiche amministrative perché non è stata identificata. Eurostat e MIrreM forniscono quindi numeri che misurano cose diverse. Ed è proprio questa la difficoltà principale nel fotografare l’immigrazione irregolare in Europa: sappiamo quanti vengono individuati, quanti ricevono un ordine di lasciare il territorio e quanti vengono effettivamente rimpatriati. Sappiamo molto meno precisamente quanti sono tutti quelli che, non essendo stati individuati, rimangono fuori dalle statistiche amministrative. Il dato Eurostat è dunque indispensabile, ma va letto per quello che misura: non quanti siano tutti gli irregolari presenti in Europa, bensì quanti ne siano stati individuati dalle autorità nel corso dell’anno.
Ed è proprio qui che si apre il problema. L’Europa conosce con precisione il numero delle persone che intercetta, ma non può contare con la stessa precisione quelle che non intercetta. Le statistiche ufficiali fotografano quindi una parte del fenomeno, mentre le stime demografiche cercano di ricostruire quella che rimane fuori dai registri. Tra quasi 720mila persone individuate nel 2025, centinaia di migliaia di ordini di lasciare il territorio e un numero molto più contenuto di rimpatri effettivamente registrati, emerge una questione che non è soltanto statistica: quanto è grande, realmente, la popolazione irregolare che l’Europa non riesce a misurare direttamente? Oggi non esiste una risposta unica e aggiornata al 2025. Ed è forse questo il dato più significativo: l’Europa dispone di numeri sempre più precisi sugli irregolari che riesce a individuare, ma non di un conteggio altrettanto preciso di quelli che restano fuori dalla fotografia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti
biagio
23 settembre 2026 10:05
I dati ricordati da Guaita sono un punto di partenza essenziale: 719mila irregolari individuati in Europa nel 2025, 82.700 in Italia. Ma il numero reale degli irregolari è molto più alto: le stime MIrreM parlano di 2,5–3 milioni in Europa e circa 458mila in Italia.
Questa differenza non è un dettaglio statistico: è il cuore del problema.
E qui serve una precisazione che nel dibattito pubblico quasi nessuno fa.
Gli irregolari non sono i clandestini.
Gli irregolari sono persone identificate: sono entrate con un visto di studio, lavoro o turismo, poi scaduto e non rinnovato. Di loro lo Stato possiede dati, impronte, generalità.
I clandestini, invece, sono quelli mai identificati, entrati eludendo i controlli.
Di loro non sappiamo nulla: né nome, né provenienza, né età, né eventuali precedenti.
Sono proprio questi a preoccupare di più chi lavora nella sicurezza.
Perché?
Perché una popolazione non identificata alimenta inevitabilmente:
micro‑criminalità e reati di strada,
lavoro nero e caporalato,
economie parallele,
sfruttamento e tratta,
difficoltà di controllo del territorio.
Non per un presunto “profilo etnico”, ma perché la non‑identificazione genera vulnerabilità, e la vulnerabilità genera rischio.
A questo punto bisogna dirlo con onestà: gli Stati non riescono a espellere queste persone.
Non ci riescono per motivi giuridici, diplomatici, logistici, economici.
E c’è un ulteriore ostacolo che raramente viene spiegato: molti forniscono generalità false, e lo Stato indicato come “Paese di origine” non li riconosce come propri cittadini.
Senza riconoscimento consolare, l’espulsione è impossibile.
È un problema noto a tutte le forze dell’ordine europee.
Quando il numero diventa ingestibile, la risposta è sempre la stessa: si regolarizza.
Lo hanno fatto tutti i governi, di ogni colore:
Bossi-Fini con la maxi‑sanatoria del 2002 (circa 650mila regolarizzazioni).
Conte con la sanatoria del 2020 (oltre 200mila domande).
Meloni, che nei prossimi tre anni regolarizzerà circa 500mila lavoratori stranieri attraverso i flussi — che sono, di fatto, una sanatoria “edulcorata”.
È la dimostrazione che il “blocco navale”, le espulsioni di massa e i rimpatri totali sono narrazioni politiche, non politiche reali.
Nei fatti, l’immigrazione si gestisce regolarizzando, perché è l’unico modo per riportare le persone dentro un perimetro legale e ridurre i rischi per la sicurezza.
Il problema è serio e non va sottovalutato.
Non è una questione da usare come clava politica, né da liquidare con slogan.
E credo che, al netto delle differenze ideologiche, sia destra che sinistra stiano cercando soluzioni, perché la gestione dei flussi, degli irregolari e dei clandestini non è più rinviabile.
Se si lavora con serietà, senza propaganda, basandosi sui dati reali e non sulle narrazioni, prima o poi si troverà un sistema di contenimento efficace, capace di tranquillizzare la collettività e di riportare la gestione dell’immigrazione dentro un quadro ordinato, legale e sostenibile. Biagio
Nia Guaita
23 settembre 2026 11:43
Buongiorno Biagio, grazie per il commento, perché pone questioni che meritano di essere affrontate senza slogan. Proprio per questo, però, farei alcune precisazioni sui dati e soprattutto sulle definizioni.
Il primo punto riguarda i 719 mila cittadini di Paesi terzi che sono stati “trovati in posizione irregolare” nell’UE. Eurostat precisa che questa categoria comprende sia persone entrate irregolarmente sia persone entrate regolarmente e diventate successivamente irregolari, per esempio perché hanno superato la durata del permesso. E soprattutto: non si tratta della stima della popolazione irregolare complessiva, ma delle persone individuate dalle autorità nel corso dell’anno.
C’è poi un’altra distinzione importante. “Irregolare” è una condizione giuridico-amministrativa; “clandestino” non è una categoria statistica equivalente. Non tutti gli irregolari sono entrati clandestinamente e non tutte le persone entrate irregolarmente sono rimaste non identificate.
È proprio su questo punto che farei una precisazione al suo ragionamento. È ragionevole sostenere che l’irregolarità possa creare condizioni di vulnerabilità, favorire il lavoro nero e lo sfruttamento e rendere più difficile il controllo del territorio. E non credo sia corretto negare il rapporto che esiste tra irregolarità e criminalità.
I dati del Ministero dell’Interno mostrano infatti che nel 2024 gli stranieri rappresentavano il 34,7% delle persone denunciate o arrestate, a fronte di una popolazione straniera residente intorno all’8,9%. Per i furti, le segnalazioni riferite a stranieri arrivavano al 47,79% del totale. Sono dati che non possono essere ignorati quando si discute di sicurezza.
Ma qui è necessaria una seconda precisazione: “straniero” e “irregolare” non sono sinonimi. Una parte degli stranieri coinvolti nei reati è regolarmente presente in Italia. Allo stesso tempo, le elaborazioni sui dati del Servizio Analisi Criminale mostrano che anche gli stranieri irregolari hanno un'incidenza significativa tra i presunti autori noti denunciati o arrestati. Nel 2024 gli irregolari rappresentavano circa il 16% del totale dei presunti autori noti.
Perciò non direi né che l’irregolarità “produce inevitabilmente” criminalità, né, al contrario, che il collegamento con la sicurezza sia soltanto una percezione. Il fenomeno esiste e va misurato, distinguendo però tra cittadinanza, posizione amministrativa, tipologia di reato e caratteristiche della popolazione considerata.
Anche sulle soluzioni farei una distinzione. La regolarizzazione del 2020 fu effettivamente una procedura di emersione di rapporti di lavoro irregolari e raccolse oltre 220 mila domande. Il decreto flussi 2026-2028, invece, prevede 497.550 ingressi per lavoro nell’arco di tre anni: si tratta di quote per nuovi ingressi regolari e per specifiche conversioni di permessi, non di una sanatoria delle persone già presenti irregolarmente sul territorio. Definirlo una “sanatoria edulcorata” è quindi un’interpretazione politica, non la definizione della misura.
Credo che il punto centrale sia proprio questo: distinguere ciò che sappiamo da ciò che stimiamo e ciò che i dati dimostrano da ciò che invece interpretiamo.
Gli irregolari esistono e rappresentano un problema amministrativo e sociale reale, che può avere ricadute anche sul piano della sicurezza. Allo stesso tempo, non è corretto trasformare questa evidenza in una generalizzazione secondo cui chi è irregolare sarebbe, per ciò stesso, incline a delinquere.
Servono dati più precisi, procedure più efficienti, ingressi regolari coerenti con il mercato del lavoro, contrasto allo sfruttamento, identificazione quando possibile e rimpatri effettivi nei casi in cui siano giuridicamente e concretamente praticabili.
Insomma, meno contrapposizione tra “narrazioni” e più attenzione a ciò che misura realmente ciascun numero. Il compito di uno Stato non è negare i problemi né amplificarli per ragioni politiche: è conoscerli, governarli, far rispettare le regole e garantire sicurezza e legalità, tutelando allo stesso tempo chi vive e lavora onestamente. È questa, a mio avviso, la differenza tra una politica dell’immigrazione e una semplice narrazione sull’immigrazione.
Biagio
23 settembre 2026 13:45
Gentile Dott.ssa Guaita, grazie per il chiarimento. La mia era una valutazione di sostanza più che di forma: molti osservatori definiscono il Decreto Flussi una "sanatoria mascherata" proprio perché, nella prassi, serve a regolarizzare chi è già in Italia in nero attraverso il trucco del rientro formale in patria per il visto.
Se così non fosse e la norma chiamasse solo persone dall'estero, la situazione sarebbe ancora più critica: si aggiungerebbero 500mila nuovi ingressi lasciando i 400mila irregolari già presenti ai margini, senza lavoro legale e a rischio di alimentare criminalità e lavoro nero. È questa sproporzione tra la norma e la realtà del territorio il vero nodo da risolvere. Biagio
Nia Guaita
23 settembre 2026 14:31
Buonasera Biagio. La ringrazio, perché credo che il suo commento colga il punto sostanziale della questione. Al di là delle definizioni e degli aspetti formali, ciò che conta è capire che cosa accade realmente sul territorio.
Se il Decreto Flussi viene utilizzato, almeno in parte, per regolarizzare persone che si trovano già in Italia, è legittimo interrogarsi sulla distanza tra la finalità dichiarata della norma e la sua applicazione concreta. Ma anche l'ipotesi opposta solleva una questione non meno importante: programmare nuovi ingressi senza affrontare contestualmente la situazione di chi è già presente in condizioni di irregolarità rischia di lasciare irrisolto proprio il problema che abbiamo davanti.
È questa, a mio avviso, la contraddizione sulla quale dovremmo concentrarci: non soltanto quanti ingressi programmare, ma come governare in modo realistico l'intero fenomeno, compresa la presenza di chi è già sul nostro territorio. Altrimenti rischiamo di discutere dei numeri senza affrontare la realtà.
Ed è proprio su questo aspetto che condivido la sua preoccupazione: una politica efficace dovrebbe tenere insieme programmazione degli ingressi, fabbisogno di lavoro regolare e gestione dell'irregolarità già esistente.
Blek
23 settembre 2026 11:38
L'errore che si fa',parlando di immigrazione clandestina, e' pensare che il terrorismo sia riconducibile solo o soprattutto ad essa, o a un difetto di iintegrazione. Ma non e' cosi'. Mohamed Atta,il capo della cellula di Al-Qaeida che distrusse le torri gemelle a New York, era immigrato regolarmente, come i suoi complici,e superintegrato. Quindi non illudiamoci pensando che un'immigrazione legale o l'integrazione, siano garanzia di sicurezza rispetto al terrorismo di matrice islamica. Restando sul tema, le chiedo che ne pensa dell'attentato/strage di massa di Modena? Anzi, perche' non ci fa' un bell'articolo?
Nia Guaita
23 settembre 2026 13:12
Grazie Blek per il commento, perché solleva una questione che merita di essere tenuta distinta da quella affrontata nell’articolo.
È certamente vero che il terrorismo jihadista non può essere spiegato semplicemente attraverso l’immigrazione irregolare. La storia del terrorismo degli ultimi decenni mostra infatti casi di attentatori entrati legalmente nei Paesi europei o negli Stati Uniti, dotati di documenti regolari e, almeno esteriormente, inseriti nella società. Mohamed Atta e gli altri membri della cellula dell’11 settembre sono un esempio evidente del fatto che legalità del soggiorno e integrazione formale non costituiscono, da sole, una garanzia contro la radicalizzazione.
Ma da questo non discende neppure la conclusione opposta: che l’immigrazione legale o l’integrazione siano irrilevanti, oppure che l’immigrazione irregolare costituisca di per sé un fattore di terrorismo. Sono fenomeni diversi e, soprattutto, vanno dimostrati i nessi causali anziché darli per scontati.
È proprio per questo che nel mio articolo ho cercato di separare i piani. I 719.395 cittadini di Paesi terzi individuati in posizione irregolare nell’UE nel 2025 sono una statistica amministrativa sugli accertamenti di irregolarità. Quel numero non ci dice quanti di loro siano pericolosi, quanti siano radicalizzati o quanti abbiano qualsiasi rapporto con il terrorismo. Allo stesso modo, il fatto che una persona sia regolarmente presente sul territorio non ci dice nulla, da solo, sulla sua eventuale radicalizzazione.
Quanto a Modena, in realtà un articolo l’ho già scritto proprio all’indomani dell’evento, con il titolo “Modena: un attacco che parla il linguaggio jihadista”. La scelta di quel titolo nasceva dalla necessità di interrogarsi sugli elementi dell’attacco e sulla loro eventuale riconducibilità alla matrice jihadista, non di ricondurre automaticamente il fenomeno al tema dell’immigrazione.
Credo che sia questa la distinzione fondamentale: possiamo e dobbiamo discutere di sicurezza, radicalizzazione e terrorismo jihadista senza trasformare ogni dato sull’immigrazione in un indicatore del rischio terroristico. E possiamo discutere di immigrazione irregolare senza attribuire a chi si trova in quella condizione caratteristiche che le statistiche non dimostrano.
Il caso di Modena, proprio per la sua specificità, merita quindi un’analisi autonoma. E quella che ho pubblicato subito dopo l’evento partiva esattamente da questa domanda: che cosa ci dice quell’attacco sulla natura del jihadismo contemporaneo e sui meccanismi attraverso i quali si passa dalla propaganda alla violenza? È una domanda diversa da quella su quanti siano gli immigrati irregolari presenti in Europa, e credo sia importante non confondere le due.
Blek
23 settembre 2026 21:07
Cosa dice tra l'altro dell"atteggiamento degli italiani e delle loro leggi. A me risulta che un gesto del genere, benche' parli chiaramente il linguaggio dell' Isis, riconosciute le capacita' psicologiche del soggetto di distinguere il bene dal male, nonostante la sua sofferenza mentale,che pero" e' una costante in tanti terroristi, non possa essere riconosciuto come attentato terroristico islamico,se non c'e' una rivendicazione da parte di un'organizzazione terroristica.Se vero, a dispetto di tutte le " prove", sarebbe pura follia.
Nia Guaita
24 settembre 2026 07:28
Buongiorno Blek, qui tocca un punto molto interessante, che merita però una precisazione sul piano giuridico.
Non sono sicura che sia corretto dire che, secondo la legge italiana, un attentato non possa essere qualificato come terroristico in assenza di una rivendicazione da parte di un'organizzazione terroristica. La rivendicazione può certamente costituire un elemento importante per ricostruire la matrice e le finalità dell'azione, ma non è la legge a stabilire che debba necessariamente esistere una rivendicazione perché si possa parlare di terrorismo.
Il Codice penale italiano, infatti, individua la finalità terroristica attraverso la natura e il contesto della condotta e attraverso gli obiettivi perseguiti. La disciplina contempla espressamente anche condotte individuali e non richiede, come condizione generale, l'appartenenza dell'autore a un'organizzazione terroristica. Lo stesso impianto delle norme antiterrorismo distingue, infatti, i reati associativi dalle altre condotte realizzate con finalità di terrorismo.
Questo, a mio avviso, è particolarmente importante nel caso di Modena. Una cosa è dire che l'attacco presenta elementi che richiamano chiaramente la propaganda e la simbologia dello Stato Islamico; altra cosa è stabilire, sul piano giudiziario, se sussistano tutti gli elementi necessari per qualificare il fatto come reato con finalità terroristica.
E qui entrano in gioco anche le condizioni psicologiche dell'autore, le sue intenzioni effettive, gli eventuali contatti con organizzazioni o soggetti jihadisti, le modalità concrete dell'azione, ciò che aveva fatto e detto prima dell'attacco e tutto ciò che gli investigatori riescono a ricostruire.
Aggiungerei anche una distinzione importante rispetto alla sofferenza mentale. Il fatto che alcuni terroristi abbiano avuto problemi psichici non significa che la malattia mentale sia una spiegazione del terrorismo, né che la presenza di una patologia renda automaticamente incompatibile una matrice ideologica. Sono piani diversi, che devono essere accertati caso per caso.
Per questo, nel caso di Modena, trovo più interessante una domanda leggermente diversa da: «c'è stata una rivendicazione?», ma «quali elementi concreti consentono di stabilire quale fosse la finalità dell'autore e se quella finalità soddisfi la definizione giuridica di terrorismo?».
È una domanda molto più difficile, ma anche molto più interessante. E soprattutto ci permette di distinguere tre cose che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposte: la matrice ideologica, la qualificazione giuridica del fatto e l'eventuale appartenenza a un'organizzazione terroristica.
Sono tre questioni collegate, ma non sono la stessa cosa.