18 settembre 2026

Donne. Prima delle parole, la rete

Qualche giorno fa sono andata a nuotare con la mia squadra.

Nuoto master, naturalmente. Gli anni passano e almeno con l'anagrafe conviene mantenere un rapporto sincero. Alcune persone le conosco da moltissimo tempo, altre sono arrivate dopo. Con alcune ragazze è nato un rapporto bello, fatto di confidenza, ironia, incoraggiamento. Siamo diverse. Abbiamo storie diverse e probabilmente opinioni diverse su molte cose. Eppure, quando entriamo in acqua, siamo una squadra.

Mentre nuotavo mi sono sorpresa a pensare proprio a questa parola: squadra.

Non significa fare tutti la stessa cosa. Non significa pensarla allo stesso modo e nemmeno volersi necessariamente bene. In piscina ognuno completa la propria vasca. Nessuno può nuotare al posto dell'altro ma condividiamo uno spazio, delle regole, un'attenzione reciproca. Se qualcuno è in difficoltà, gli altri se ne accorgono.

Forse una rete comincia esattamente da qui: non fare il percorso dell'altro, ma sapere che, se quel percorso si interrompe, qualcuno ci sarà. Arrivo al punto.

Ieri sera quella riflessione mi è tornata in mente leggendo gli ultimi dati sulla violenza contro le donne. Esistono numeri che meritano di essere guardati senza retorica.

Secondo l'ultima indagine Istat, circa 6 milioni e 400 mila donne italiane tra i 16 e i 75 anni, il 31,9%, hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale a partire dai sedici anni. La violenza psicologica all'interno della coppia riguarda il 17,9% delle donne che hanno o hanno avuto un partner. La legge deve distinguere le condotte, la loro gravità e le responsabilità. È giusto che lo faccia.

Come società, però, dovremmo evitare un'altra cosa: stabilire una soglia sotto la quale una violenza possa essere considerata quasi normale. Non c'è una quantità di umiliazione che diventi accettabile perché non ha lasciato un livido. Non può esistere una quota di paura che una persona debba imparare a sopportare.

Il controllo, l'isolamento, la svalutazione, le minacce, la violenza economica o fisica hanno forme e conseguenze differenti, ma hanno qualcosa in comune: restringono progressivamente lo spazio di libertà di un'altra persona. Poi c'è il silenzio.

Tra le donne che hanno subito violenza da parte di partner o ex partner nei cinque anni precedenti l'intervista Istat, soltanto il 10,5% ha denunciato.

Dietro quel silenzio possono esserci paura, dipendenza, soggezione, vergogna. Il timore di non essere credute. La paura delle conseguenze. Qualche volta persino la difficoltà di riconoscere ciò che si sta vivendo. Sono realtà che non si risolvono con una frase ben riuscita.

Ed è qui che torna un'altra parola che pronunciamo moltissimo: rete.

Nel 2025 sono state 25.970 le vittime che si sono rivolte al numero di pubblica utilità gratuito 1522. Il 68,4% è stato poi orientato verso un altro servizio. Forse, quel numero racconta meglio di molte dichiarazioni che cosa significhi davvero costruire una rete: qualcuno raccoglie una richiesta e deve essere in grado di accompagnarla verso il nodo successivo. 

Servono associazioni, centri antiviolenza, forze dell'ordine, magistratura, sanità, servizi sociali, istituzioni. Serve anche l'informazione, soprattutto, serve che questi mondi sappiano parlarsi e che ciascuno conosca il proprio ruolo, le proprie competenze e anche i propri limiti.

Qui il mio mestiere mi porta a fare un'altra considerazione. Chi fa il giornalista racconta ciò che accade davanti. Con il tempo, però, finisce inevitabilmente per osservare anche quello che succede dietro.

Ci sono i comunicati stampa, gli eventi, le fotografie, i convegni. Ci sono parole importanti come collaborazione, solidarietà, unione, fare rete. Poi ci sono le relazioni quotidiane, le telefonate, le informazioni condivise, quelle che raggiungono alcuni interlocutori e non altri.

Recentemente mi è capitato di osservare che il materiale relativo a un'iniziativa pubblica veniva messo a disposizione di alcune testate e non di altre. È legittimo scegliere i propri interlocutori.

Un giornalista non può pensare che le notizie debbano necessariamente arrivargli sulla scrivania. Le notizie si cercano. È il nostro lavoro.

Ma voglio essere molto chiara su un punto.

Una scelta di comunicazione e la violenza subita da una donna non sono, evidentemente, sullo stesso piano. Metterle sullo stesso piano sarebbe improprio.

La mia riflessione riguarda altro.

Riguarda la coerenza con una parola che invochiamo proprio quando affrontiamo questioni enormemente più serie: rete.

Se l'obiettivo dichiarato di un'iniziativa è sensibilizzare il maggior numero possibile di persone su un problema sociale così delicato, quanto è coerente restringere i canali attraverso i quali quel messaggio può circolare?

La domanda è pragmatica.

Perché quando utilizziamo la parola rete ci assumiamo una responsabilità. Una rete non è un gruppo di persone che si scelgono reciprocamente. È un sistema nel quale un'informazione, una competenza, una richiesta d'aiuto possono passare da un nodo all'altro senza dipendere dalle simpatie personali. 

Non penso che le donne debbano sostenersi semplicemente perché donne. Non credo nelle solidarietà obbligatorie. Credo in qualcosa di forse meno romantico e molto più difficile: la correttezza.

Non serve essere amiche per essere corrette, non bisogna appartenere allo stesso ambiente per riconoscere il valore professionale di un'altra persona, non è necessario pensarla allo stesso modo per collaborare quando l'obiettivo è comune.

Forse, fare davvero rete significa anche accettare, qualche volta, che quell'obiettivo sia più importante della nostra visibilità individuale. 

La solidarietà autentica, in fondo, non è particolarmente fotogenica. Accade spesso quando nessuno guarda. Quando qualcuno apre una porta senza domandarsi chi comparirà nella fotografia. Quando un'informazione viene condivisa perché può essere utile, non perché produrrà qualcosa in cambio.

Quando una persona chiede aiuto non si domanda prima a quale gruppo appartenga. 

È molto meno visibile di un articolo, un convegno, di uno spettacolo, di una lettura o di qualsiasi altro momento pubblico. Ma quelli sono strumenti. Servono a informare, a sensibilizzare, a far parlare di un problema. Non sono la realtà.

La realtà è molto più semplice e molto più dura. È una donna che ha paura a casa propria. È una telefonata fatta di nascosto. È il dubbio se parlare oppure no. È la paura di non essere creduta. Chi certe situazioni le ha vissute sa bene che tra il racconto e la vita c’è una distanza enorme.

Ed è proprio lì, quando finiscono le parole e restano i fatti, che la rete deve funzionare davvero. La realtà delle persone è fatta soprattutto di questo.

Una donna che finalmente riesce a dire «ho paura» non ha bisogno di sapere chi abbia organizzato l'evento migliore. Ha bisogno che qualcuno ascolti, che sappia cosa fare, che conosca il numero da chiamare, che un servizio sappia dialogare con quello successivo, che una porta conduca davvero a un'altra porta. Allora ripenso alla piscina; ognuno nuota la propria vasca ma se qualcuno si ferma improvvisamente, nessuno gli chiede prima da quanto tempo faccia parte della squadra.

Forse, dovremmo chiederci se siamo capaci di fare altrettanto fuori dall'acqua.

Non perché dobbiamo essere tutti amici, non perché dobbiamo rinunciare alle differenze, ma perché esistono momenti nei quali ciò che ci unisce dovrebbe contare più di ciò che ci separa.

Possiamo parlare a lungo di solidarietà, organizzare incontri, riempire sale e pronunciare parole bellissime. Poi arriva la vita reale.

Davanti alla vita reale rimane una domanda molto più semplice: se una donna, oggi, trovasse finalmente il coraggio di chiedere aiuto, quanto siamo certi che, da qualunque porta entri, troverà tutte le altre porte già collegate? 

 

Beatrice Ponzoni


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