25 settembre 2026

Abbiamo dimenticato il CON

Ci sono guerre che vediamo in televisione e guerre che, senza chiedere permesso, entrano nel portafoglio.

A Cremona basta fermarsi davanti a un distributore e guardare il display mentre i numeri corrono. Oggi la benzina self in Italia costa mediamente 2,154 euro al litro, il gasolio 2,338; in autostrada il diesel arriva a 2,419 euro. Sono cifre diffuse dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. I numeri, da soli, raccontano poco.

Dietro quei numeri c’è chi ogni mattina prende l’auto per andare a lavorare, magari percorrendo cinquanta o sessanta chilometri. C’è chi utilizza un furgone per la propria attività, chi trasporta merci, chi deve accompagnare i figli, chi semplicemente vive in un territorio nel quale l’automobile non è sempre una scelta ma spesso una necessità.

Ed è lì che la geopolitica smette di essere qualcosa che riguarda soltanto presidenti, generali, vertici internazionali e mappe che osserviamo al telegiornale. Arriva qui.

Nel pieno dell’auto, nelle bollette, nei costi delle imprese, nei trasporti e infine nel prezzo di ciò che acquistiamo.

La guerra sembra lontana finché non presenta il conto. Mentre continuiamo a fare i nostri conti quotidiani, arriva un’altra notizia, una di quelle che basta leggere nel titolo per avvertire un piccolo brivido.

Il quotidiano spagnolo El Mundo sostiene che l’intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni su possibili piani russi per azioni con droni lanciati dal mare contro Paesi del Mediterraneo, tra i quali Italia, Francia e Spagna. La notizia è stata ripresa oggi dalle agenzie internazionali e italiane. Letta così fa paura.

Forse è proprio quando una notizia fa paura che dovremmo diventare più esigenti.

Perché, nelle stesse ore, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato che quell’allarme «non trova alcuna conferma» e fonti qualificate sentite dall’ANSA hanno precisato che non risulta arrivato alcun alert ai livelli operativi, d’intelligence, diplomatici o militari italiani. Allora qual è la verità? Non lo sappiamo. Ed è proprio questo il punto. Non significa negare che esista un pericolo. Sarebbe irresponsabile fare finta che intorno a noi non stia accadendo nulla. Oggi stesso nuovi attacchi russi con droni e missili in Ucraina hanno provocato morti e feriti e hanno colpito anche una struttura sanitaria e una fattoria. La guerra è reale. Le persone che muoiono sono reali. Ma tra negare un pericolo e trasformare un’ipotesi in una certezza esiste uno spazio enorme: è lo spazio della prudenza, del dubbio, della verifica.

Mi domando se, in un mondo nel quale siamo abituati ad avere una risposta nel giro di pochi secondi, non stiamo perdendo proprio la capacità di abitare quello spazio.

Perché oggi il dubbio sembra quasi una colpa.

Si deve sapere subito, si deve essere subito da una parte, avere subito un’opinione, 

condividere subito, condannare subito.

Se provi a dire «aspettiamo di capire», qualcuno penserà inevitabilmente che tu stia cercando di giustificare qualcosa o qualcuno.

Eppure, la storia dovrebbe averci insegnato almeno questo: quando si parla di guerra, le parole hanno conseguenze. Non riesco, in queste ore, a non pensare all’Iraq.

Molti di noi ricordano perfettamente le armi di distruzione di massa. Ricordiamo la percezione di una minaccia imminente, concreta, quasi indiscutibile.

La storia, però, è più complicata di come spesso la riassumiamo oggi. Saddam Hussein aveva realmente posseduto programmi chimici e biologici e l’Iraq aveva utilizzato armi chimiche negli anni Ottanta. Dopo l’invasione del 2003 non furono trovati gli stock di armi di distruzione di massa che ci si aspettava di trovare. Lo stesso Iraq Survey Group arrivò alla conclusione che quegli arsenali non c’erano più, mentre le successive inchieste britanniche evidenziarono lacune e incertezze nelle valutazioni che precedettero la guerra. Non cito l’Iraq per dire che ogni allarme è falso.

Sarebbe una conclusione altrettanto superficiale. Lo ricordo perché una cosa dovremmo averla imparata: in guerra una possibilità e una certezza non sono la stessa cosa, confondere le due può cambiare la storia.

Forse, dovremmo ricominciare proprio da qui: dalla possibilità di dire «non lo so» senza sentirci deboli perché la debolezza non è dubitare. La debolezza è smettere di verificare perché abbiamo già deciso quale verità ci piace di più.

Mentre penso a tutto questo, mi accorgo che nel nostro vocabolario compare continuamente una parola: contro. Siamo contro qualcosa, contro qualcuno; una nazione contro un’altra; una parte politica contro l’altra; un’opinione contro un’altra.

Persino nella nostra quotidianità sembra che discutere significhi sempre più spesso scegliere chi deve vincere e chi deve perdere.

Forse è anche per questo che la diplomazia oggi ci appare così fragile.

Non perché non esista. Proprio in questi giorni, mentre continuano gli attacchi, proseguono anche incontri e tentativi diplomatici intorno alla guerra in Ucraina. Ma la diplomazia ha una caratteristica che mal si adatta al nostro tempo: richiede pazienza, richiede compromessi, richiede la capacità di parlare con qualcuno che non ci piace, di ascoltare parole che non condividiamo e perfino di sederci davanti a chi consideriamo responsabile di qualcosa di terribile.

Se fossimo tutti d’accordo, del resto, la diplomazia non servirebbe. La parola dialogo viene confusa con la parola resa. Ascoltare diventa condividere, comprendere diventa giustificare, trattare diventa cedere.

Ma se eliminiamo tutte queste parole dal nostro vocabolario, quale rimane? Guerra?

Nel frattempo, discutiamo moltissimo di intelligenza artificiale. Ed è giusto farlo.

Ci interroghiamo sul lavoro, sulla privacy, sulla manipolazione dell’informazione, sui dati, sui sistemi autonomi e sulla possibilità che l’intelligenza artificiale venga utilizzata anche negli armamenti. Temiamo, insomma, che le macchine possano diventare troppo intelligenti. È una paura comprensibile.

Ma da qualche tempo mi inquieta anche quella opposta. E se fossimo noi a diventare meno intelligenti?

Non parlo naturalmente del quoziente intellettivo. Parlo di quell’intelligenza molto più difficile da misurare che ci permette di vivere con un pensiero diverso dal nostro.

L’intelligenza di riconoscere che ascoltare qualcuno non significa dargli ragione.

Che cambiare idea non significa perdere, che un compromesso non è sempre una sconfitta, che avere valori saldi non ci obbliga a considerare nemico chi non li interpreta esattamente come noi.

Abbiamo costruito strumenti capaci di collegare in pochi istanti due persone ai lati opposti della Terra, ma sembriamo fare sempre più fatica a sederci uno davanti all’altro.

Possiamo tradurre decine di lingue in tempo reale e contemporaneamente sembriamo non capire più il linguaggio di chi ci sta accanto. Abbiamo accesso a una quantità di informazioni che nessuna generazione prima di noi avrebbe potuto immaginare e, spesso, utilizziamo questa enorme possibilità soltanto per cercare la conferma di ciò che pensavamo già. Non abbiamo un problema di informazioni, forse abbiamo un problema di relazione ed è qui che continuo a tornare a una parola minuscola. CON. Tre lettere. Eppure, proviamo a pensare quante cose importanti iniziano proprio da lì: vivere con, parlare con, confrontarsi con, condividere, persino litigare con.

Perché anche quando litighiamo con qualcuno gli stiamo riconoscendo una cosa fondamentale: che dall’altra parte esiste ancora una persona alla quale vale la pena rivolgere delle parole.

Noi invece sembriamo essere diventati bravissimi a sviluppare l’IO. Io ho ragione. Io vengo prima. Io devo vincere. Io non cambio idea.

Sarebbe troppo facile e comodo attribuire tutto questo soltanto alla politica. Quell’IO è anche nostro.

È nei social, dove tutti abbiamo una tribuna e pochissimi sembrano avere voglia di sedersi ogni tanto tra il pubblico. È nei rapporti personali. È nelle discussioni nelle quali ascoltiamo l’altro soltanto aspettando il momento nel quale potremo rispondergli. È nella necessità di avere sempre ragione, anche quando avere ragione non serve più a nulla.

Forse la politica, qualche volta, non fa altro che restituirci ingrandito ciò che siamo diventati. Allora, mentre continuiamo giustamente a domandarci che cosa diventerà l’intelligenza artificiale, io vorrei provare a fare una domanda diversa.

Che cosa vogliamo diventare noi?

Perché possiamo costruire il drone più sofisticato, il missile più preciso e l’algoritmo più potente. Possiamo creare macchine capaci di elaborare in pochi secondi una quantità di informazioni che a una persona richiederebbe anni.

Ma non so quanto potremo definirci intelligenti se, nel frattempo, perderemo la capacità di parlare con un altro essere umano.

Non credo nelle formule semplici.

Non penso che basti pronunciare la parola pace perché una guerra finisca. Non credo che aggressore e aggredito siano la stessa cosa, né che le responsabilità possano essere cancellate in nome di un generico «volemose bene». Sarebbe ingenuo.

Credo, però, che ci sia una verità elementare che nessuna tecnologia potrà modificare. Persino la guerra più lunga, prima o poi, finisce quando qualcuno torna a parlare con qualcuno. Forse vale la pena ricordarcelo. A Cremona, a Roma, a Mosca, a Kyiv, a Washington, ovunque.

Perché abbiamo sviluppato enormemente l’IO. Ora, non domani, oggi dovremmo forse ricominciare ad allenare il CON. Prima che, a forza di essere tutti contro tutti, il nostro gigantesco IO finisca per lasciarci tutti insieme, terribilmente soli.

Beatrice Ponzoni


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