20 settembre 2026

Impariamo ad essere giusti come il Padre

In diverse parabole del Vangelo secondo Matteo, Gesù presenta un uso sconsiderato del denaro: dai diecimila talenti condonati dal re al suo debitore (cfr. Mt 18,24-27), come abbiamo ascoltato domenica scorsa, al padrone di casa che affidando il proprio denaro ai servi si vede riconsegnato un capitale raddoppiato rispetto a quello che aveva loro dato (cfr. Mt 25,20-23). Anche nella parabola che oggi si ascolta c’è un’esagerazione, ma questa passa in secondo piano rispetto al tema della giustizia di Dio a cui la parabola rimanda.

Giustizia ed eccedenza si legano in questo racconto, poiché il padrone della vigna concorda con gli operai della prima ora un denaro e promette a quelli che chiama alle nove del mattino il giusto per il loro lavoro (cfr. Mt 20,4), paga che dà anche a coloro che chiama alle ore successive. 

Quando giungiamo al termine della parabola non possiamo non chiederci cosa sia davvero “giusto”: chi ha lavorato tutto il tempo ha ricevuto quanto era stato con lui pattuito e chi ha lavorato poco o nulla ha avuto lo stesso denaro, il “giusto” per la propria vita e per la propria sussistenza. 

I lavoratori che hanno sopportato tutto il peso della giornata hanno famiglia e portano a casa la paga di un giorno di lavoro. I lavoratori dell’ultima ora hanno famiglia anch’essi, e anche i loro figli reclamano il pane. Non si dice che questi ultimi siano scansafatiche, sono semplicemente colpiti dalla vita perché nessuno li ha presi a giornata dal mattino. Il padrone della vigna, il cui occhio non è malvagio, ristabilisce la giustizia della sopravvivenza fondamentale per tutti, concedendo anche agli ultimi quanto era considerata la giusta paga giornaliera.

Riflettendo su questa pagina della Scrittura ho trovato chi dice che non è un testo che ha di mira i rapporti sociali, ma solo il nostro rapporto con Dio. Ho trovato anche chi, con coraggio, ha posto una domanda sociale a questa parabola: se il regnare di Dio è così come ci racconta Gesù, questo comportamento non dice davvero nulla al regnare degli uomini e ai nostri rapporti economici? In un serio ascolto del Vangelo siamo chiamati a chiederci se la nostra idea di giustizia sociale non sia troppo ristretta e angusta. “Dare a ciascuno il suo” significa dargli quello che si è guadagnato (secondo i nostri criteri) o dargli quello che gli permette di vivere? Tenendo presente che il giusto da noi considerato, talvolta non dipende dalla quantità di lavoro svolto, ma semplicemente dalla fortuna che deriva dalla posizione che si occupa nella vita. L’evangelista Matteo, che molte volte parla di giustizia, pone serie domande al nostro modo di intenderla e ci chiede di correre il rischio di purificare il nostro occhio per assumere l’idea di giustizia che Gesù ci propone.

Parlando più specificamente dell’aspetto religioso del rapporto dell’uomo con Dio, mi rendo conto che ascoltando questa parabola, anch’io mi trovo a disagio se mi penso operaio della prima ora e vedo tanti che, a mio modo di vedere, ingiustamente mi passano davanti. Ma quando sono consapevole di non essere operaio della prima ora, tutto cambia. Mi guardo attorno e penso all’esempio dei santi: santa Teresa di Calcutta, san Francesco d’Assisi, sant’Oscar Romero, san Massimiliano Maria Kolbe. Costoro sono operai della prima ora che chiamati da Dio hanno risposto con tutto loro stessi, sopportando tutta la fatica di un’adesione radicale al Vangelo, senza “se” e senza “ma”.

Paragonato a loro sono operaio dell’ultimo minuto, profondamente lontano da quanto hanno vissuto, talmente ultimo da sentirmi però benedetto dalle parole con cui si conclude la parabola che oggi ascoltiamo: “Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi” (Mt 20,16). 

Tutti noi abbiamo qualche santo a cui votarci e sappiamo che questa moltitudine di testimoni che ci circonda, come dice la Lettera agli Ebrei (cfr. Eb 12,1), si pone in attesa per ciascuno di noi affinché, concludendo la nostra corsa, li raggiungiamo sul podio della vittoria. Nessuno di noi, pensando ai santi, se li immagina persone dall’occhio malvagio, infastidite dalla nostra presenza, dal nostro desiderio di essere con loro, perché ci ritengono indegni. Al contrario sappiamo che la gioia dei santi è legata alla comunione. E questo mi consola.

La parabola che oggi Gesù ci racconta propone a me di avere un occhio buono, non invidioso, capace di volere il bene dell’altro, nella fede e nella vita, non misurandomi con la mia stretta idea di giustizia.

Allo stesso tempo questo racconto mi sostiene e mi dà tanta speranza perché anche a me, operaio dell’ultimo minuto, senza meriti e senza produzione significativa, il Signore vuole concedere il giusto che mi salva.  

Francesco Cortellini


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