Diventare grandi come Dio
Guardando i bambini giocare, non è raro vederli impegnati a svolgere alcune attività che, per necessità o per svago, vedono compiere dagli adulti che li circondano. Certamente anche a noi è capitato, da bambini, di immaginare di trovarci in una delle situazioni in cui si vedevano muoversi «i grandi» e di provare, giocando, ad imitarli.
Mi lascio guidare da questa immagine mettendomi in ascolto del racconto della parabola che oggi ci consegna il Vangelo secondo Matteo, perché Gesù invita i discepoli ad imitare Dio, perché diventi di ciascuno di essi il Suo comportamento, così da poter diventare grandi nella fede e nella vita. Attraverso la parabola del re e dei due servi, il Signore Gesù ci invita a copiare ed imitare le azioni e l’atteggiamento che il re tiene nei confronti del primo servo; ci richiama a comportarci «come Dio», nei nostri rapporti e nelle nostre relazioni con i fratelli e le sorelle che vivono accanto a noi e fanno parte della nostra comunità.
Spontaneamente ci chiediamo come può l'uomo pretendere di comportarsi «come Dio» e ci vengono in mente le parole con cui il serpente nel Libro della Genesi tenta il primo uomo e la prima donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3,4-5).
Nel racconto della Genesi, Adamo si espone alla pretesa arrogante di essere «come Dio» andando contro il Suo volere e il Suo comandamento, stendendo la mano per raccogliere il frutto che gli era stato vietato di mangiare. La parola del Vangelo ci invita a compiere il desiderio di Adamo per un’altra via, imitando Dio non nella forma della potenza e della forza, ma nella forma della misericordia che si manifesta nell’impotenza e nel perdono. La prima è un’immagine falsa di Dio, mentre la seconda è il vero essere di Dio che è amore (cfr. 1Gv 4,8.16).
È proprio lo stesso Gesù che ci invita ad essere «come Dio» non secondo la via del serpente, ma secondo la via del Vangelo. Nella parabola che Gesù racconta, incontriamo un servo condonato dal suo enorme debito che ora, trovandosi di fronte un servo suo pari («uno dei suoi compagni») è chiamato a ripetere lo stesso atteggiamento che il re aveva tenuto con lui: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,33).
Nel suo primo discorso Gesù aveva invitato i suoi discepoli alla perfezione secondo la misura di Dio: «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48), espressione che l’evangelista Luca nel suo racconto esprime con queste parole: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).
Imitare Dio, voler essere «come Lui», non è e non può essere questione di potere, di imposizione di sé stessi sugli altri, come suggeriva il serpente. È la misericordia ciò che sulla terra ci permette di comportarci e di essere «come Dio»; misericordia che il primo servo non ha voluto scegliere e praticare quando si è trovato nella possibilità di esercitare l'autorità del re come l’ha sperimentata su di sé.
È forse qui la profondità del racconto di questa parabola. Non possiamo fermarci a considerarla solo come un insegnamento sul perdono fraterno, siamo chiamati a leggerla più profondamente come il richiamo a vivere il perdono come il comportamento che più ci fa diventare divini, simili a Dio nella sua qualità più vera e profonda che è la capacità di far spazio all’altro, dando vita e facendo rinascere la vita con la misericordia e il perdono.
Il capitolo 18 del vangelo secondo Matteo si apre con la scena di un bambino che viene posto al centro del gruppo dei discepoli, immagine della vera grandezza secondo la logica del Regno: «I discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?”. Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”» (Mt 18,1-3). Da questo gesto prende avvio il discorso sui rapporti all’interno della comunità, discorso che si conclude con il racconto di un re che facendo i conti con i suoi servi non può accettare che uno di essi si creda superiore agli altri, dimenticando il suo posto che è con gli altri, non prima o sopra i suoi compagni.
Con le sue parole, Gesù ci insegna che la vera grandezza è farsi piccolo come un bambino, ci insegna che solo in questa piccolezza, che è grandezza divina, si può trovare la forza del perdono, la libertà dalla rivendicazione di diritti e dall’accampare pretese di superiorità sugli altri, pensando sempre che gli altri non meritino quello che a noi sembra essere dovuto. Ed è solo praticando il perdono che si può diventare grandi «come Dio», innalzandoci a quella grandezza a cui si giunge facendo spazio nell’amore all’altro, nonostante i debiti che porta verso di noi.
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