11 settembre 2026

Perché i cattolici evitano di parlare di "accanimento terapeutico". La dignità della persona dove può incontrare un buon samaritano?

In questi giorni non posso esimermi dall’esprimere il mio parere su una questione che riguarda il rispetto della persona umana in tutte le fasi della vita. Con al centro una domanda: fino a che punto sappiamo noi (credenti e non credenti) accettare la morte? Mi riferisco in particolare al dibattito sollevato dall’approvazione da parte della Regione Veneto della legge sul cosiddetto “fine vita”, definita da Luca Zaia: “Un voto per chi soffre”. 

Mi sembra che questo leghista forse anomalo – agli antipodi di Salvini mi pare, che qualche volta si è presentato ai comizi col rosario in mano - abbia colto nel segno. Mi hanno colpito anche le sue parole in una recente intervista, quando ricorda il momento in cui si era aperta la voragine sulla vicenda di Eluana Englaro “che mi ha devastato… Ero ministro e quando è arrivata la notizia mi trovavo in parlamento”. Lì ho capito, dice Zaia, che il centro vero su cui si deve discutere è la sofferenza, il dolore insopportabile, del malato e dei suoi famigliari. A parole tutti dicono che sono contro la sofferenza, ma poi prevalgono altre motivazioni nell’impedire che una legge nazionale venga approvata. Dopo tanti anni, finora è stato così. Prosegue Zaia:” «Io rispetto tutti. Però il confronto deve essere informato. Non è pensabile presentarsi con il rosario in mano e sparare eresie. Da cattolico, dico che la preghiera è una cosa seria. E chi è contrario al fine vita non è un cattolico migliore di quelli che sono a favore. Poi, lo ripeto: i preti facciano i preti e gli amministratori facciano gli amministratori. Facendo rispettare quanto già stabilito dalla Corte Costituzionale».

Ma c’è un particolare che è sottaciuto, e invece andrebbe posto al centro dell’attenzione di tutti. In tanti decenni di dibattiti, spesso noiosi e ripetitivi a cui mi è accaduto di partecipare, mi ha sempre sorpreso il fatto che i rappresentanti cattolici, sia laici che religiosi, non citino mai due paroline magiche: “accanimento terapeutico”, come le altre due totalmente assenti: “ostinazione irragionevole” alla cura. Le leggi e le sentenze, a loro parere, su tali argomenti, sono sempre “contro la vita”, mai contro il perdurare delle sofferenze di vite già al limite della sopportazione e assai spesso oltre. E quando sono costretti ad affrontare il tema del rifiuto di ogni forma di accanimento terapeutico, subito si affrettano a dire, ma “non deve mai configurarsi come forma di eutanasia”.

Si è capaci di ascoltare le parole della Bibbia, nell’Ecclesiaste: “Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante”? Le parole di un Papa fatto santo, trascritte nel Cateschismo: di fronte all’aggravarsi di un malato, di una morte imminente, che ad un certo punto affermano che si deve, di fronte alla morte, accettare di non poterla impedire?

Eppure, essendo l’accanimento terapeutico un “peccato mortale”, avendo tutti i requisiti della “materia grave”, della “piena avvertenza (consapevolezza)” e del “deliberato consenso”, come mi avevano insegnato all’oratorio di Isola Dovarese e poi gli insegnanti di religione dalle medie al liceo, - adesso si usano magari termini più aggiornati - dovrebbe essere continuamente citato e condannato: come il divorzio, come l’aborto, come l’eutanasia. E invece niente. Silenzio su silenzio. C’è da chiedersi se troppi cattolici, anche autorevoli, ne abbiano paura, se lo facciano per rispetto, per cautela o per una punta di ipocrisia. Tra l’altro andrebbe ricordato che le chiese cristiane protestanti presenti in Italia, oltre a considerarsi contro l’accanimento terapeutico, sono sempre favorevoli al rispetto pieno dei pazienti che rifiutano cure indesiderate e dolorose, nutrizioni forzate, respirazioni artificiali. Cristiani di serie B?

Un poco più oltre si colloca il Codice deontologico del medico che fa riferimento esplicito al miglioramento della qualità della vita come discriminante per decidere una terapia: “Il medico, tenendo conto delle volontà espresse dal paziente o dal suo rappresentante legale e dei principi di efficacia e di appropriatezza delle cure, non intraprende né insiste in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, dai quali non ci si possa fondatamente attendere un effettivo beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita.” Se leggo bene, le cure proporzionate e perfettamente adeguate non sono quelle che sono finalizzate a mantenere in vita una persona a qualsiasi costo, ma quelle che possono apportare ragionevolmente un miglioramento per la salute della persona e una difesa della sua qualità di vita.

Il pieno rispetto della dignità della persona umana evitandone il dolore non dovrebbe essere un principio che ci accomuna - credenti, agnostici, non credenti, atei – invece di dividerci? E allora perché considerare pericolose le norme approvate da ben quattro regioni – tre di centro sinistra e una di centro destra, a cui ne seguiranno altre, con molti rappresentanti cattolici – alla luce anche di pareri della Consulta, e non comportamenti sanitari, che molti chiamano persecutori - in cui si obbligano persone a non poter morire dignitosamente, ma le si condannano a “vivere” esclusivamente grazie a macchinari: per la respirazione, per il nutrimento, per gli antidolorifici, per le cure palliative e non palliative? 

A me è sempre sembrata molto più dignitosa la “ribellione” di una signora ultra novantenne di mia conoscenza, madre di Luciana, una mia vicina di casa a Castelverde, che ricoverata ancora una volta in ospedale, l’ultima volta una notte si è strappata le flebo e il respiratore a cui era attaccata, lasciandosi morire così, semplicemente, accettando che la sua vita era finita. Come ebbe a dire nel 1997 anche mia madre al “Sòc”, dopo la quarta rianimazione, con respirazione forzata, sondino alimentare, trasfusioni di sangue ecc: “Cristu d’un Dio, l’ai gnamò capìda che quand l’è finìda, l’è finìda? Accettare che non siamo padroni della vita, che il tempo che ci è dato ha un inizio e una fine. E così, poco dopo, arrivò il suo momento e ci lasciò, dopo essersi confessata e aver preso l’estrema unzione da don Angelo, che lei aveva conosciuto da giovane vicario vicino di casa in Via dei Mille, a S. Ilario.

Come dimenticare i casi ormai storici di Piergiorgio Welby, sofferente terminale di sclerosi laterale amiotrofica, che dopo anni di sofferenze, chiese che gli staccassero il respiratore, il che fu fatto sotto sedazione dal medico anestesista Mario Riccio, cremonese? Era l’anno 2006. E la terribile vicenda di Giovanni Nuvoli, l’anno dopo, anche lui con la stessa patologia, con l’intervento della procura e dei Carabinieri per impedire al medico anestesista di staccare il respiratore: Giovanni per protesta dette inizio ad uno sciopero della fame, che lo condusse alla morte. Come non citare ancora una volta Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente dal 1992 e negare che nel suo caso si trattava di accanimento terapeutico, per fortuna terminato nel febbraio 2009, su insistenza del padre Beppino Englaro?

Molto meno nota la vicenda di Mara Scarponi, che finì di soffrire in una notte del febbraio 2019, dopo avere chiesto ai famigliari di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiale, ponendo fine alle sue sofferenze con serena convinzione. Dal 2008 soffriva di sindrome locked-in: mente lucida e corpo assente. Quando dopo 11 anni chiese a genitori e parenti di interrompere ogni forma di alimentazione, nella fase terminale della sua esistenza, questi le fecero ascoltare la musica più amata, diffusero nella stanza i suoi incensi preferiti, standole accanto nel suo cammino terminale. Così lei, che si era rifiutata di essere portata in Svizzera per il suicidio assistito, alla fine lasciò il suo corpo vuoto, la sua prigione per più di un decennio. Alla fine, sul quel letto, è rimasta la sua prigione terrena, che lei chiese di cremare subito, senza l’allestimento di un funerale. (per l’intera vicenda si leggano le parole che Mara dettò battendo le palpebre una lettera dopo lettera, per mesi: Princesa Maldita. Questo non è un romanzo, Il Ponte Vecchio, 2017). Questa donna così colpita dal male, incontrò “buoni samaritani?

Abbiamo sentito, o letto, quanto dicevano importanti e stimati studiosi italiani e stranieri, credenti e non credenti, sulla morte, sul lutto, sulla sua elaborazione. I nostri morti in realtà non muoiono mai. E tutti noi, a qualsiasi età, siamo pieni dei nostri morti, i quali non scompaiono affatto, ma rimangono accanto a noi, ci accompagnano, per sempre, soprattutto nei frangenti più difficili della vita. E quasi sempre sono la nostra salvezza, mostrandoci il cammino, ci salvano indicandoci una via, a volte giungono anche a tormentarci, anche a perseguitarci, per i nostri inaccettabili errori. 

Memoria, dolore e tempo sono la triade per attraversare ogni perdita esistenzialmente significativa, per superare le nostre amnesie e approdare alla “memoria del futuro”, la quale ci consente di avvicinarci non alla “nostalgia-rimpianto” di un ritorno impossibile data l’irreversibilità del tempo, ma ad una “nostalgia-gratitudine”. In ciò consiste saper gestire l’eredità del passato scomparso, che però non scompare mai, richiamandoci ai nostri compiti di donne e uomini: contribuire a rendere con la nostra esistenza, in ogni momento, il mondo un poco meno disumano.

C’è un ulteriore aspetto da considerare, quello della misericordia, stranamente assente negli interventi sul fine vita. Un sentimento profondo di cui è pieno il grande romanzo manzoniano. Come dimenticare la famosa frase: “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia?” I termini misericordioso, misericordia, insieme a compassione e pietà, tornano ben 129 volte nei “Promessi sposi”. 

Per la cultura greca il misericordioso muove in aiuto, soccorre. Già risalente ad Omero, la misericordia indica la commozione nata alla vista di un essere umano colpito da una male senza sua colpa. Venne personificata in una divinità minore (Eleos) a cui in Atene fu dedicato un altare. Ma secondo Pausania, nel Tempio del dio della medicina Asclepio, ad Epidauro, si trovava un altare con iscrizioni dedicate ad Eleo. Medicina-Misericordia: un bel binomio! E per tornare alla parabola del buon samaritano, alla domanda di Gesù alla fine del racconto: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui”.

 

Carmine Lazzarini


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commenti


Enrica

11 settembre 2026 14:16

Quanta commozione, quanta compassione e quanta misericordia hanno suscitato in me le riflessioni del signor Lazzarini, che ringrazio. Le farò mie. Grazie.

Francesco Capodieci

12 settembre 2026 04:32

Al termine del suo editoriale, favorevole alla recente legge del Veneto sul suicidio assistito, il prof. Carmine Lazzarini richiama la parabola del buon Samaritano (Luca, 10, 30-37), elogiato da Gesù per avere avuto compassione di un viandante, percosso a sangue dai briganti e lasciato mezzo morto sulla strada da Gerusalemme a Gerico. La sua compassione si è manifestata concretamente fasciandogli le ferite e affidandolo - dietro compenso in denaro - alle cure di un albergatore. Il cristiano, alla luce di questa parabola, non può mai restare indifferente dinanzi alla persona che soffre. "La dignità del malato in condizioni critiche o terminali - si legge nella Dichiarazione "Dignitas infinita" del Dicastero per la dottrina della fede (2024) - chiede a tutti sforzi adeguati e necessari per alleviare la sua sofferenza tramite opportune cure palliative ed evitando ogni accanimento terapeutico o intervento sproporzionato". Sul concetto di 'accanimento terapeutico' - che, secondo Lazzarini, verrebbe ignorato dai cattolici nei pubblici dibattiti -, occorre rifarsi al Catechismo della Chiesa cattolica che, al n. 2278, afferma: "L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all''accanimento terapeutico'. Non si vuole così procurare la morte: si tratta di non poterla impedire (...)". Al di là della facile ironia di Lazzarini su Matteo Salvini, penso che i cattolici, che si riconoscono nel magistero della Chiesa, non possano certo essere favorevoli all'accanimento terapeutico. Ma, al tempo stesso, non possono non condividere il concetto - ribadito dalla "Dignitas infinita" - che "aiutare il suicida a togliersi la vita è un'oggettiva offesa contro la dignità della persona che lo chiede, anche se si compisse così un suo desiderio". "Ricordo - aveva sottolineato al riguardo Papa Francesco nell'Udienza generale del 9 febbraio 2022 - che va sempre privilegiato il diritto alla cura per tutti, affinchè i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati. La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata".