Dal jihadismo al nichilismo: quando l’estremismo perde etichetta
Non è la nascita di una nuova alleanza fra jihadisti e neonazisti. È qualcosa di più fluido. La costruzione di ambienti digitali nei quali l’identità può precedere l’ideologia, la violenza può diventare una forma di riconoscimento e le vecchie etichette possono non bastare più a descrivere chi radicalizza e chi si radicalizza.
Per decenni abbiamo cercato il terrorista dentro un’appartenenza precisa: Jihadista. Neonazista. Suprematista bianco. Anarchico. Separatista. Etichette diverse, organizzazioni diverse, ideologie spesso incompatibili. Ma cosa succede quando l’etichetta non basta più? Il TE-SAT 2026 di Europol, pubblicato il 13 luglio e relativo al 2025, descrive un panorama nel quale terrorismo ed estremismo violento stanno diventando più frammentati e complessi, anche sotto l’effetto degli ambienti digitali. Il jihadismo rimane la componente più numerosa fra gli arresti per terrorismo nell’Unione, ma il rapporto segnala anche il peso di fattori come identità, appartenenza, ricerca di riconoscimento e dinamiche online. I numeri danno la dimensione del fenomeno: nel 2025 nell’Unione europea sono stati registrati 45 attacchi terroristici, fra compiuti, falliti e sventati, in dieci Stati membri. Gli arresti per reati legati al terrorismo sono stati 486 in 21 Stati membri. Di questi, 347 riguardavano il jihadismo: circa il 71 per cento. Il jihadismo, dunque, non è affatto scomparso. Ma questi numeri raccontano soltanto una parte della storia.
La questione non è soltanto chi crede in cosa. È anche chi guarda chi. Un estremista può respingere l’ideologia dell’altro e, nello stesso tempo, ammirarne un simbolo, copiarne il linguaggio, adottarne l’estetica o considerare efficace un determinato modello di violenza. Non significa necessariamente adottare l’intero sistema di credenze dell’altro. Significa che un repertorio può essere separato dall’ideologia che lo ha prodotto. Questa dinamica è stata studiata attraverso il concetto di white jihad, esaminando il modo in cui segmenti del suprematismo bianco hanno incorporato linguaggi, motivi simbolici, estetiche e tattiche associate al jihadismo. Il fenomeno è definito come una forma di fused extremism, precisando però che la maggioranza degli estremisti dei due ambienti continua a respingere l’ideologia dell’altro. È una distinzione decisiva. Convergenza non significa fusione. E tantomeno significa che jihadisti e neonazisti costituiscano oggi un unico movimento. Il fenomeno riguarda alcuni individui, alcuni gruppi e alcune comunità digitali. In alcuni casi, però, la contaminazione supera il livello puramente estetico.
CASO Zack Davies. Zack Davies, membro del gruppo neonazista britannico National Action, aggredì con un martello e un machete un uomo sikh a Mold, in Galles. Davies descrisse la propria vittima come un kafir, termine utilizzato nella propaganda jihadista per indicare un non credente, e dichiarò di essere un ammiratore di “Jihadi John”, il militante britannico dell’ISIS divenuto noto per i video delle esecuzioni. Il caso non dimostra che National Action fosse un’organizzazione jihadista. Dimostra qualcosa di più circoscritto e, proprio per questo, più interessante: un militante neonazista poteva appropriarsi di elementi simbolici e linguistici del jihadismo per costruire il proprio immaginario della violenza.
CASO “Jihadi John” e Omar Mateen: la figura di “Jihadi John”, identificato con l’ISIS, divenne oggetto di fascinazione anche in ambienti neonazisti. Analogamente, Omar Mateen, autore della strage al Pulse nightclub di Orlando e autore dell’attacco ispirato dall’ISIS, fu celebrato come eroe e martire da alcuni neonazisti online. È un esempio della differenza fra condivisione dell’ideologia e appropriazione della figura dell’attentatore. Il suprematista che celebra Mateen non diventa per questo jihadista. Può però riconoscere nella violenza jihadista qualcosa che considera utile al proprio immaginario: la spettacolarità dell’attacco, la fama dell’autore, la costruzione del martire, la capacità di trasformare un atto di violenza in propaganda. È una forma di imitazione che attraversa le ideologie senza necessariamente cancellarle. La questione diventa ancora più interessante quando non sono soltanto i contenuti a viaggiare, ma le persone.
CASO Nicholas Young, ex agente della Metro Transit Police di Washington, D.C.. Un individuo, due ambienti: seguendo una ricerca sul white jihad, emerge il caso negli Stati Uniti di un individuo attivo contemporaneamente in ambienti online dell’ISIS e del suprematismo bianco, che possedeva armi e progettava attacchi. Nel procedimento giudiziario, un procuratore federale lo descrisse come aderente sia all’ISIS sia al neonazismo e individuò nell’antisemitismo un elemento comune. È uno dei casi che rendono più difficile utilizzare le categorie tradizionali. Ma proprio perché è un caso individuale, non dovrebbe essere trasformato nella prova di una fusione generale. La domanda interessante è un’altra: quanto spesso un individuo può attraversare ambienti ideologicamente diversi senza percepire questa transizione come una contraddizione? Online, molto più facilmente di quanto suggerirebbe il vecchio modello delle appartenenze politiche.
CASO Ethan Melzer. Il soldato statunitense Ethan Phelan Melzer fu accusato di aver trasmesso informazioni sensibili sulla propria unità a membri della Rapewaffen Division, ambiente ispirato all’Order of the Nine Angles, con l’intenzione che quelle informazioni potessero arrivare ad al-Qaida in Siria. Il caso è particolarmente significativo perché mostra una sequenza che, almeno in questo episodio, attraversa ambienti estremisti differenti: neonazismo da una parte, jihadismo dall’altra. La ricerca documenta inoltre come Melzer fosse attivo negli ambienti online della Rapewaffen Division. Anche qui, però, bisogna evitare una conclusione eccessiva. Non è la prova dell’esistenza di un’alleanza stabile fra al-Qaida e l’estrema destra. È la prova che un individuo può costruire un proprio percorso estremista attraversando confini ideologici che, sul piano dei movimenti organizzati, rimangono profondamente marcati. Ed è forse proprio questa la trasformazione più interessante.
Per lungo tempo abbiamo immaginato la radicalizzazione come una progressione relativamente ordinata: ideologia → radicalizzazione → organizzazione → violenza. Gli ambienti digitali possono produrre percorsi differenti. Una sequenza possibile diventa: comunità → appartenenza → identità → estetica della violenza → ideologia frammentaria → eventuale violenza. Non è una legge generale. Non è nemmeno un percorso inevitabile. Ma aiuta a comprendere perché oggi un individuo possa entrare in un ambiente estremista senza partire necessariamente da una dottrina politica compiuta. La comunità può venire prima dell’ideologia. La provocazione può venire prima della convinzione. La ricerca di status può venire prima della militanza. La fascinazione per la violenza può venire prima della scelta di un’ideologia. E l’ideologia può arrivare dopo. Oppure rimanere incompleta.
Nel 2026 la Commissione europea ha dedicato un incontro specifico del suo Knowledge Hub al nihilistic violent extremism nell’era digitale. Il documento finale descrive un fenomeno che mette in difficoltà le categorie tradizionali dell’antiterrorismo e sottolinea il ruolo degli ecosistemi digitali, delle sottoculture giovanili e di dinamiche nelle quali la violenza può diventare una forma di espressione, status e appartenenza. Particolare attenzione viene dedicata alla vulnerabilità di minori e giovani. È qui che il concetto di nichilismo diventa interessante. Non significa che questi giovani siano “senza idee”. Significa piuttosto che l’ideologia può non essere più l’unico elemento organizzatore dell’identità. Una persona può entrare in una comunità perché cerca appartenenza, attenzione o riconoscimento. Può incontrare la violenza prima della dottrina. Può adottare un meme prima di comprenderne l’origine. Può attraversare contenuti jihadisti, suprematisti, misogini, criminali o nichilisti senza percepire necessariamente quei mondi come appartenenti a categorie separate. Il problema, allora, non è soltanto che cosa pensa. È anche quale ambiente frequenta e quali materiali utilizza per costruire la propria identità.
Esiste anche un fenomeno che va nella direzione opposta rispetto al white jihad. Sono documentati ambienti online nei quali contenuti provenienti dall’alt-right e dal neonazismo sono stati assorbiti da giovani estremisti islamisti. Queste comunità, indicate come Islamogram, hanno combinato jihadismo con elementi di antisemitismo, anti-LGBTQ+ e anti-liberalismo. Non è necessario che un giovane islamista diventi neonazista. È sufficiente che il contenuto neonazista entri nel suo ecosistema culturale. Questo è il punto che cambia la prospettiva. Non devono necessariamente fondersi le ideologie perché possano circolare i loro prodotti culturali. Un simbolo può viaggiare. Un meme può viaggiare. Una tattica può viaggiare. Un’immagine può viaggiare. Anche la figura del “martire” può essere reinterpretata e trasferita da un contesto all’altro.
C’è però un problema che impedisce di raccontare tutto questo come una nuova grande ideologia ibrida. Uno studio pubblicato nel 2025 (Gabriel Weimann, Alexander T. Pack e Gal Rapaport,“White Jihad: Fused Extremism?”) ha messo sistematicamente a confronto pubblicazioni jihadiste e dell’estrema destra, compresi materiali di Terrorgram e riviste jihadiste. Gli autori riconoscono la presenza di prestiti linguistici e simbolici, ma sostengono che le differenze ideologiche e operative rimangano sostanziali. È un punto fondamentale. Le immagini possono convergere mentre gli obiettivi restano diversi. Le tattiche possono essere imitate mentre le ideologie rimangono incompatibili. Gli attentatori possono essere celebrati da comunità diverse senza che quelle comunità diventino una sola organizzazione. In altre parole, la contaminazione è documentata; la fusione, molto meno.
Il TE-SAT 2026 aggiunge un altro elemento. Nel 2025, 130 persone arrestate nell’Unione per reati terroristici avevano 18 anni o meno; la più giovane aveva 12 anni. Il dato, da solo, non definisce una nuova categoria di terrorismo. Ma si inserisce nella crescente attenzione europea verso le forme di radicalizzazione giovanile che si sviluppano attraverso ecosistemi digitali frammentati. Il punto non è sostenere che i giovani siano automaticamente più vulnerabili o che l’estremismo contemporaneo sia diventato prevalentemente nichilista. Il punto è che alcuni percorsi di radicalizzazione sembrano diventare meno dipendenti dall’adesione a una singola organizzazione e più legati alla permanenza dentro ecosistemi culturali nei quali convivono materiali differenti. La vecchia domanda era: “A quale gruppo appartiene?” La nuova domanda potrebbe essere: “Quali ambienti attraversa?”. Questo non significa che jihadismo, neonazismo, suprematismo bianco, accelerazionismo e nichilismo siano la stessa cosa. Non lo sono. Hanno genealogie diverse, obiettivi diversi e, spesso, una reciproca ostilità profonda. Il jihadismo continua a rappresentare una componente centrale della minaccia terroristica nell’Unione. L’estremismo di destra continua ad avere una propria storia e una propria dinamica. Il nichilismo violento rappresenta un fenomeno emergente che le istituzioni europee stanno ancora cercando di definire.
La novità sta forse altrove. Questi mondi non devono fondersi per influenzarsi. Un suprematista bianco può utilizzare un repertorio jihadista senza diventare jihadista. Un giovane che frequenta una comunità nichilista può appropriarsi di simboli dell’estrema destra senza sviluppare un’ideologia neonazista coerente. Un individuo può passare attraverso più ambienti digitali e raccogliere da ciascuno elementi diversi. Le vecchie categorie, quindi, non diventano inutili. Diventano insufficienti quando vengono utilizzate come se descrivessero percorsi lineari e appartenenze immutabili. Forse è questo il passaggio dal jihadismo al nichilismo evocato dal titolo. Non la sostituzione di un’ideologia con un’altra. Non la nascita di un’alleanza fra nemici storici. Ma la comparsa di percorsi nei quali ideologia, identità, appartenenza, status e fascinazione per la violenza possono combinarsi in modi più intermittenti e imprevedibili.
Il problema, allora, non è soltanto capire a quale ideologia appartiene un estremista. È capire quali ambienti frequenta, quali identità costruisce, quali repertori assorbe e quale funzione attribuisce alla violenza.
Perché quando la violenza diventa prima un linguaggio che una dottrina, l’etichetta con cui proviamo a descriverla rischia di arrivare sempre un passo dopo.
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commenti
Blek
27 settembre 2026 08:18
Le etichette certo lasciano spesso il tempo che trovano,ma anche qua farei un distinguo. Un conto quelle appiccicate da altri, come se ben ricordo quella di suprrmatismo bianco, un conto quelle che rappresentano chiaramente un'idelogia,anche dal punto di vista linguistico,vedi jihadismo essendo la jihad un termine arabo ben precisato nella tradizione islamica. Ci puo' essere un terrorismo per imitazione, per ammirazione di certi personaggi o del metodo violento in se' ,ma penso che di rari casi si tratti. Il pericolo per l' Occidente, quindi, a mio parere non deriva ne' dal suprematismo bianco ne' dal nichilismo in se' senza specificazioni. Non c"e' d' aspettarsi una nuova alleanza tra islamismo e nazismo ( neo), perche' c'e' sempre stata ,non solo di fatto, ma anche per ideologia, avendo in comune due scopi fondamentali: 1) lo sterminio degli ebrei, 2) la distruzione dell' occidente. Sterminio che culmino' nell'Olocausto e che vide nella figura di Muhammad Amin al- Husayni ( zio di Arafat) , una delle figure di spicco di questa " santa" alleanza. Famigerate le passeggiate di al- Husayni tutto sorridente nei campi di sterminio assieme ai gerarchi nazisti.Complesso il rapporto tra identira' e ideologia, anche perche' spesso l' ideologia plasma l'identita' la quale peraltro in casi srmpre piu' frequenti, vedi i Maranza, a prima vista sembra andare in crisi, perche' costoro pur essendo italiani , stentano a ritrovarsi nell 'identita' italiana, ma anche in quella araba,di provenienza,di cui a volte risulta non conoscano bene neppure la lingua. E tuttavua questa crisi identitaria pare li spinga ad abbracciare in tanti casi la cultura dei padri nonostante le difficolta' di cuu a'e' detto,e a volgere lo sguardo piu' facilmente all'estremismo, rispetto alle prime generazioni.
Ha quindi bypassato completamente l'alleanza dell'estremismo islamico con la sinistra,non solo italiana. Gia' operativa ai tempi del terrorismo palestinese in italia. Ben noti i viaggi in barca di Moretti,uno dei capi delke Br, a trafficare armi coi palestinesi. Arcinoti i rspporti del Kgb con l'islamismo , a riproporre gli stessi scopi della precedente alkeanza con Hitler ( pare che figure dell'ex Kgb parteciparono,quantomeno a livello di intelligence, a quel famigerato 7 ottobre di Hamas).Che dire poi del Lodo Moro e della nuova pista sull'attentato ala stazione di Bologna? E quindi della causa palestiness usata dall'islam radicale ( amnesso che abbia sensi distinguerlo da quello moderato) , come testa d'ariete per sfondare in occidente,con la scusa del genocidio dei palestinesi, dell' apartheid,delle terre occupate, e che trova nella sinistra,fondamentale animatrice dei movimenti propal, un forte e alla lunga prevalente sostegno, facendo piu' o meno cobsapevolmente in gioco di hamaa.?
Nia Guaita
27 settembre 2026 12:09
Buonasera Blek. Credo che alcune delle sue osservazioni siano utili proprio per chiarire ciò che intendevo nell’articolo, ma farei qualche distinzione.
Il punto non è sostenere che jihadismo, neonazismo e nichilismo siano diventati un’unica ideologia, né che esista oggi una nuova alleanza organizzata fra questi ambienti. Anzi, ho cercato esplicitamente di sostenere il contrario: le differenze ideologiche restano profonde e la convergenza di simboli, linguaggi o modelli di violenza non equivale a una fusione politica.
Sul jihadismo concordo che il termine abbia un significato ideologico preciso e che non sia semplicemente un'etichetta arbitraria. Ma proprio per questo trovo interessante distinguere fra adesione a un'ideologia e appropriazione di elementi prodotti da quell'ideologia. I casi che cito nell'articolo servono a mostrare la seconda dinamica, non a sostenere che essa sia statisticamente dominante.
Sulla parte storica, invece, sarei più prudente. Il rapporto fra nazismo, mondo arabo e movimenti islamisti durante la Seconda guerra mondiale è documentato, così come è documentato il ruolo di Amin al-Husseini e la sua collaborazione con la Germania nazista. Ma da questo non deriva automaticamente l'esistenza di una continuità ideologica fra nazismo e jihadismo contemporaneo, né si può parlare semplicemente di un'unica "alleanza" durata fino a oggi. Sono contesti storici, attori e ideologie che vanno tenuti distinti.
Lo stesso vale per i rapporti fra Unione Sovietica, movimenti palestinesi, terrorismo europeo e islamismo radicale. Ci sono rapporti, finanziamenti, addestramento, contatti e operazioni di intelligence storicamente documentati, ma altre affermazioni che lei cita — per esempio un coinvolgimento dell'ex KGB nella preparazione del 7 ottobre o determinate ricostruzioni sulla strage di Bologna — appartengono a un terreno molto più controverso e non le considererei fatti acquisiti senza indicare con precisione le fonti e il livello delle prove.
Quanto al "Lodo Moro", è proprio un buon esempio di quanto sia importante distinguere fra ciò che è documentato, ciò che è stato ricostruito dagli investigatori e ciò che rimane un'interpretazione.
Infine, sulla questione identitaria credo che siamo più vicini di quanto sembri. Il mio argomento non è che l'identità abbia sostituito l'ideologia, ma che in alcuni percorsi contemporanei identità, appartenenza, status, sottocultura digitale e ideologia possano interagire in un ordine diverso da quello tradizionale. E questo non significa affatto che un giovane di seconda generazione che vive una crisi identitaria sia destinato alla radicalizzazione: sarebbe una generalizzazione che i dati non consentono.
Ed è forse qui che si trova il punto più importante. Non credo che dobbiamo scegliere fra "ideologia" e "identità", né fra jihadismo, neonazismo e nichilismo come se uno dovesse necessariamente sostituire l'altro. Il fenomeno che cerco di descrivere è precisamente la possibilità che, in determinati ambienti, queste dimensioni si combinino senza fondersi.
Per questo continuerei a fare la stessa domanda: non soltanto che cosa pensa un estremista, ma attraverso quali ambienti è arrivato a pensarlo. Perché se aspettiamo che l'ideologia sia completamente formata prima di riconoscere una radicalizzazione, rischiamo di accorgerci del fenomeno quando la parte più importante del processo è già avvenuta.
Blek
27 settembre 2026 21:05
Voleva le fonti della continuita' tra nazismo e mondo arabo/islamico? Allora le cito nientemeno che un articolo di Domenico Quirico del 17 dicembre 2015 che puo' trovare sul sito dell'Osservatorio sull'antisemitismo. Non un sito qualsiasi dunque, dal titolo : " La diffusione del Mein kampf (il libro di Adolf Hitler) nel mondo arabo islamico".
L' autore scrive: " in piazza Tahrir al Cairo ,ove si consumava allora (2011), l'ennesima imperfetta primavera del mondo..li' c' era una libreria,in vetrina. Il volume era al centro,con il volto dell'imbianchino pestifero, disteso su una fila di croci runiche..si,Mein Kampf,edizione in arabo ( ma quanti libri dell' Occidente sono stati tradotti in arabo?). Il libraio saldo e aitante...mi mostro' le 900 pagine, le sguaiate ostentazioni..si vende,soprattutto ai giovani...Due anni dopo, la libreria era chiusa,ma il Mein Kampf era sempre li' ,ben sistemato in vetrina. L'ho trovato nelle librerie di tanti,troppi Paesi musulmani dal Libano all'Iran,alla Turchia. In Marocco,al Festival del libro di Casablanca. Era negli stand. Penso per il momento che possa bastare, ma sulla diffusione del libro di Hitler, nei vari decenni postbellici ,
Blek
27 settembre 2026 21:30
A proposito della continuita' tra nazismo e mondo arabo islamico, le cito un articolo di Domenico Quirico pubblicato nientemeno che sul sito dell' Osservatorio per l' antisemitismo in data 17/12/2015 e dal titolo "Diffusione del Mein Kampf (il libro di Adolf Hitler) nel mondo arabo islamico."
" In piazza Tahrir al Cairo, ove si consumava ( 2011) l'ennesima imperfetta primavera del mondo.., li' c'era una libreria in vetrina. Il volume era al centro con il volto dell'imbianchino pestifero disteso su una fila di croci runiche. Si, Mein Kampf,edizione in arabo ( ma quanti libri occidentali sono tradotti in arabo?). Il libraio,saldo e aitante, mi mostro' le 900 pagine, le sguaiate ostentazioni. Si vende,soprattutto ai giovani.. Due anni dopo la libreria era chiusa ma il Mein Kampf era sempre li',ben sistemato in vetrina. L' ho trovato nelle librerie,biblioteche di tanti, troppi Paesi musulmani, dal Libano all' Iran,alla Turchia . In Marocco al Festival del libro di Casablanca. Era negli stand.."
Penso possa bastare, tanto per incominciare,ma tanta letteratura penso potra' trovare in merito a questo libro di cui l' autore dell' articolo, dice che " per i musulmani e' bestseller di sempre".
Le risparmio le infinite citazioni della tradizione islamica, che traboccano " amore " verso gli ebrei ,in tutti i tempi e in tutti i luoghi.
Dove si vede allora discontinuita' rispetto al messaggio nazista?
Nia Guaita
28 settembre 2026 07:26
Buongiorno Blek. Credo che proprio il suo esempio della citazione di Quirico permetta di precisare il problema. Che Mein Kampf sia stato tradotto, venduto e letto in diversi Paesi arabi e musulmani è un fatto. Che Amin al-Husseini abbia collaborato con la Germania nazista è un fatto. Che esistano, nella storia dei movimenti islamisti, forme di antisemitismo che hanno assorbito anche elementi dell'antisemitismo europeo è anch'esso un fatto.
Ma da questi fatti a una continuità ideologica fra nazismo e jihadismo contemporaneo c'è un passaggio che non può essere dato per scontato.
Una dimostrazione storica non consiste nel mettere in fila fatti veri che presentano qualche somiglianza e poi considerarli una genealogia. Bisogna dimostrare i rapporti di trasmissione: quali idee naziste sono state recepite, da quali autori o organizzazioni, attraverso quali canali, come sono state rielaborate e quanto hanno effettivamente inciso sulla formazione ideologica dei movimenti successivi.
La vendita di Mein Kampf dimostra la circolazione di Mein Kampf. Non dimostra quanti lettori lo abbiano fatto proprio, quali idee ne abbiano tratto e, soprattutto, quanto quelle idee abbiano determinato la loro scelta politica. Altrimenti dovremmo confondere la circolazione di un testo con la sua influenza storica.
Lo stesso vale per al-Husseini. La sua collaborazione con il nazismo è documentata e storicamente rilevante. Ma per trasformarla nella prova di una continuità fino al jihadismo contemporaneo bisogna dimostrare la catena intermedia: al-Husseini → quali organizzazioni → quali dirigenti → quali testi → quali idee → quali movimenti jihadisti contemporanei. Se quella catena non viene ricostruita, abbiamo un episodio storico importante, non una genealogia dimostrata.
E c'è un'altra questione decisiva: la somiglianza degli obiettivi non dimostra necessariamente l'identità delle ideologie. Due movimenti possono essere entrambi antisemiti, antidemocratici o ostili all'Occidente e tuttavia arrivarci attraverso tradizioni ideologiche differenti. La storia delle idee non funziona come una prova per associazione.
Quindi non sto dicendo che fra nazismo, mondo arabo, islamismo e jihadismo non vi siano stati contatti, influenze o convergenze. Sto dicendo qualcosa di più preciso: se la tesi è quella di una continuità ideologica, bisogna dimostrarla attraverso le fonti e i passaggi storici, non semplicemente attraverso una successione di episodi veri.
È questa, a mio avviso, la differenza fra documentare dei fatti e dimostrare una tesi storica.
E proprio per questo non mi convince neppure il ragionamento inverso: trovare un caso di convergenza non autorizza a parlare di fusione, così come trovare un'influenza non autorizza automaticamente a parlare di continuità. I fatti vengono prima della tesi, non il contrario.