Con Pietro confidiamo in Gesù per camminare sulle acque agitate
Non sono pochi quelli che oggi parlano di una crisi che sta segnando la Chiesa e la fede cristiana.
Qualcuno lega questa crisi alla fatica che la Chiesa vive affrontando i rapidissimi mutamenti attuali poiché, nella sua identità bimillenaria, è abituata a darsi tempi che il presente non consente più di concedersi, così che essa perde sempre più accoglienza da parte soprattutto dei giovani. Altri sostengono che la crisi sia causata dalla progressiva erosione della fede autentica in favore di un eccessivo adattamento alla secolarizzazione: il recente scisma dei lefebvriani sarebbe motivato proprio dai troppi cedimenti attuati dalla comunità cattolica verso le mollezze del mondo. Altri ancora imputano la crisi agli scandali commessi dagli “uomini di chiesa” infedeli al Vangelo che dovrebbero annunciare, comportamenti gravi di cui è solo bello tacere. Vi sono anche coloro che preferiscono leggere l’attuale situazione collocandola all’interno della volontà di Dio che, se non proprio vuole, quantomeno permette tutto ciò che sta accadendo; questi invitano a lasciar andare la barca secondo la corrente senza preoccuparsi troppo, certi che questa nave non potrà mai affondare, nonostante tutto.
Pur pensando a cause differenti e a modi diversi di affrontare la situazione tutti concordano nel ritenere che si stia attraversando un momento difficile.
Il racconto che ascoltiamo oggi dal Vangelo secondo Matteo mi sembra molto illuminante per aiutarci a volgere uno sguardo sul presente senza semplificazioni e senza abbattimenti.
La prima sottolineatura che merita di essere accolta è che Gesù spinge i discepoli sulla barca, costringendoli a mettersi in mare per compiere la traversata verso l’altra riva. Benché non possiamo dire che sia Gesù a provocare la situazione tormentata in cui i discepoli di lì a poco si troveranno, è certamente Gesù che li mette nella condizione di trovarsi in mare aperto mentre il vento è contrario. La crisi non è un incidente di percorso, ma una caratteristica della storia che segna la Chiesa per darle, dentro uno sguardo di fede, la possibilità di fiorire in tutta la sua bellezza. In questi giorni il calendario ricorda la morte di papa Sisto II e di Lorenzo il protodiacono della Chiesa di Roma avvenuta sotto l’imperatore Valeriano, ma anche la più recente morte avvenuta ad Aushwitz di Edith Stein, monaca carmelitana che prese il nome di Teresa Benedetta della Croce. Sia la persecuzione, sia la realtà dell’olocausto furono crisi profonde che colpirono la Chiesa, la segnarono e la resero diversa da quella che era prima di questi momenti.
Di crisi si parla anche in ambito evolutivo. Sanno bene i genitori e gli educatori cosa sia l’adolescenza, e lo sa ciascuno di noi se si sforza un po’ con la sua memoria. Eppure ogni donna e ogni uomo è tale solo per aver affrontato questo fondamentale passaggio di vita.
Preso atto della sua esistenza necessaria, nella sua concretezza il Vangelo ci invita stare dentro la crisi non negandola, non dicendo passivamente “andrà tutto (automaticamente) bene”, ma insegnandoci ad affrontarla affidandoci al potere di Dio che si manifesta in Gesù. Sulla barca agitata dalle onde, con il vento contrario, i discepoli hanno paura persino quando Gesù viene incontro a loro senza che riescano a riconoscerlo. Dentro questo caos del cuore e dell’animo, Pietro chiede a Gesù di camminare con sovrana libertà su quel mare e finché ha Gesù nel cuore vi riesce, quando lo lascia andar via da sé inizia a sprofondare e ha bisogno di invocare il suo aiuto, gridando. È una preghiera bella quella di Pietro: semplice, autentica, spogliata di orpelli, tutta proveniente dal cuore: “Signore, salvami!”. Con queste parole Pietro rimette ordine dentro di sé e si ricorda da Chi gli è venuta la forza per camminare sulle acque, per stare dentro la difficile situazione, senza annegare.
Oggi come allora, il nostro compito è quello di chiedere umilmente al Signore di darci la forza per camminare dentro la crisi (qualsiasi essa sia, anche quelle più intime e personali), per poterla superare. Camminare sulle onde senza negare la fatica del presente e senza perdere la speranza che la difficoltà sarà superata.
Un ultimo pensiero mi sembra importante: nessuno di noi ha la ricetta che gli permette di sapere già cosa sia giusto fare, ma tutti siamo chiamati ad avere l’umiltà per impararlo: fidandoci del Signore e con la volontà di stare dentro la Chiesa e in comunione con essa, con Pietro e insieme a lui che della Chiesa è il garante.
Chi esce dalla Chiesa, anche con le migliori intenzioni, affonda; chi la vive senza amarla, è un abusivo, un figlio illegittimo; chi vi resta solo con il corpo ma senza cuore è un estraneo che a poco a poco perde la somiglianza con il Signore da cui la Chiesa proviene; chi la impoverisce della sua altezza divina riducendola ad un ente benefico, diventa un funzionario, anche se lo fa con l’intento della promozione umana.
Solo amando la Chiesa e stando in essa, consci dei suoi umani limiti e certi della sua origine divina, si può restare nella fede e nella fratellanza con Gesù. Solo nella Chiesa, in piena comunione con essa, si può invocare con fiducia il Nome di Gesù, gridare a Lui nella prova per essere salvati e camminare sulle acque anche quando sono tempestose, agitate e burrascose, come oggi ci appaiono.
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