9 agosto 2026

Scomparsi anche i sopravvissuti, la Piccola Città (cara a Guccini) prova a ripartire anche con non politici (Segre, ad esempio)

Nei giorni scorsi si sono tenute le assemblee dell’Ato e di Padania Acque. Hanno prevalso l’unanimità e la pace. La love story tra Fratelli d’Italia e Pd, che il 20 maggio scorso aveva infiammato l’assise della società per la spartizione dei posti nel collegio sindacale, non ha prodotto altri scontri.  Relegata la querelle tra i ricordi, la riunione è filata via tranquilla e serena.  Da tempo non succedeva ed è stata una sorpresa. Mancava la contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare per rendere la seduta più eccitante. Ma non si può avere tutto. 

Andrea Bignami, il commercialista che i due amanti avevano provato invano a estromettere dall’organismo di controllo con tutti i modi legalmente possibili, era seduto in prima fila, rilassato.  Soddisfatto. Un pascià, con quell’espressione un po’ così, di chi, con nonchalance, ride anche con una parte posteriore del corpo.  La pace durerà fino alla primavera del 2027, quando i soci voteranno il rinnovo dei vertici della società. 

Il ferreo controllo dei partiti sul consiglio di amministrazione di Padania Acque vale, mutatis mutandis, quanto quello sullo stretto di Hormuz.  I mesi a venire diranno se il conflitto per la poltrona troverà una soluzione. Oppure proseguirà. Chi vivrà vedrà.

In settimana, il centrodestra di Crema pare abbia trovato l’accordo per candidare sindaco Daniel Segre alle elezioni amministrative del prossimo anno.   E il pare può essere letto come un eccesso di prudenza giornalistica. È vero. È l’assicurazione contro i danni da terremoto. Le candidature sono tali solo con l’inizio della campagna elettorale. Soprattutto nella terra dell’arte organaria.

Era il 2002. Augusto Galli aveva già ottenuto il nulla osta dagli organismi di partito per partecipare alla corsa a sindaco della Casa delle libertà. Aveva già rilasciato l’intervista al quotidiano La Provincia. Il testo era già pronto per andare in stampa. È tutto un già.  

Sul filo di lana saltano i già e il banco. È domenica. Galli telefona in redazione, dopo una riunione di lunghi coltelli con i maggiorenti del suo partito. È lapidario. «Non sono più io il candidato». L’intervista dal menabò finisce nel cestino.

Pierfranco Campari subentra a Galli. Viene sconfitto al primo turno da Claudio Ceravolo dell’Ulivo. 

Giovanni Trapattoni insegna: non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Memore di tutto questo, con saggia prudenza, Segre è cauto e avverte che l’ufficializzazione della candidatura è prevista dopo l’estate. Pertanto, il condizionale è d’obbligo. Ne deriva che, per il rinnovo dell’amministrazione comunale, Segre dovrebbe sfidare Fabio Bergamaschi, centrosinistra, sindaco uscente. Nell’attesa dell’imprimatur, la maggioranza dei giornali locali cartacei e online ha pubblicato un’overdose del suo pensiero politico-amministrativo.

Lui è un poliziotto. La città lo conosce assai bene in questo ruolo: dal 2004 al 2020 è stato responsabile del commissariato cittadino.  Al di là del curriculum, il valore aggiunto è il suo profilo umano, che lo distingue dagli stereotipi che pesano sulla sua categoria. Insomma non è l’ispettore Harry Callaghan.  

Predilige il dialogo alla repressione. Preferisce evitare la formazione del buco, piuttosto che chiuderlo con una pezza.  Con il sostituto commissario Michele Bulloni ha attivato la Rete Con-Tatto per la prevenzione della violenza di genere nel Cremasco.

Primo dirigente, due lauree, una in scienze politiche e l’altra in giurisprudenza, in Polizia dal 1988, oltre all’esperienza in riva al Serio, ha diretto le divisioni anticrimine a Pavia e a Sondrio. Attualmente è questore vicario a Lodi.  Per non farsi mancare nulla, è esperto di immigrazione, competenza acquisita sul campo, prima di arrivare a Crema.  Di questi tempi è tanta roba. 

Attende la pensione, che è dietro l’angolo, intanto ascolta musica heavy metal: dai Metallica agli Slipknot.  Si prepara alla campagna elettorale. Se parteciperà, correrà con una lista propria, non targata con un simbolo di partito. Esperto di arti marziali, se serve lottare non si tirerà indietro.

È un cultore delle moto: ieri circolava con una Yamaha FZ 600, oggi con Triumph Tiger 900. Ha una figlia alla quale ha trasmesso queste sue passioni.

Ha ispirato il commissario Daniele Segretari, protagonista di alcuni romanzi polizieschi, ambientati in provincia, l’ultimo Scarpe Scarlatte.

Nel frattempo i fratelli siamesi della politica locale, nonché consiglieri regionali Matteo Piloni (Pd) e Riccardo Vitari (Lega), hanno applaudito al nuovo ospedale di Cremona. Quasi una standing ovation che ha lasciato perplessi molti cittadini della Repubblica del Tortello. 

Piloni rassicura che l’astronave della sanità cremonese non costituirà una minaccia per l’autonomia dell’Asst di Crema: l’autonomia è prevista, sottolinea, dalla normativa. Ma è il direttore d’orchestra che decide come applicarla. Le norme non sono eterne. L’ottava meraviglia del mondo sarà pronta fra non pochi anni. I cremaschi possono dormire tranquilli e svegliarsi rintronati.

Poi, nel ruolo di Nostradamus, il consigliere Piddino prevede che lo splendore del nuovo ospedale riverbererà anche sul satellite cremasco. Sarà una grande opportunità «se saprà accoglierla come tale». Significa mettersi proni a Cremona?

Memorabile la conclusione: «Se il nuovo ospedale cremonese dovesse essere riconosciuto come Dea di II livello, questo consentirebbe di rafforzare l'erogazione dei servizi anche dell'Asst di Crema» (Cremaonline, 31 luglio). Per quale motivo? 

Ventiquattro ore dopo Vitari lo segue a ruota. Il nuovo ospedale di Cremona? «Innovativo, ma desideroso di rispondere concretamente ai bisogni di salute del territorio in ottica One health» (Cremaonline, 1 agosto). 

Minchia, ottica One health. Però, forte. Davvero, okkei.  Ma che cavolo è ottica One health?  Elementare Watson: è l’approccio integrato e unificante per equilibrare e ottimizzare in modo sostenibile la salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi.  Ahh, figo, molto figo. Intanto mancano i medici sul territorio, gli appuntamenti per accertamenti diagnostici e le visite specialistiche nelle strutture pubbliche sono un calvario. Bene l’ottica One health, ma il primum vivere, deinde philosophari è inderogabile. Soprattutto non rinviabile.

Nei tempi andati non era raro sentire questo suggerimento. «Parla come mangi».  Oggi è in disuso.  Come il fratello siamese Piloni, anche Vitari cavalca il mantra del mantenimento dell’autonomia dell’Asst di Crema. «Può essere solo una grande opportunità». Perché? 

Ma questo peana per Cremona è comprensibile. Se nei loro programmi è prevista infatti la ricandidatura in regione nel 2028, è quasi un obbligo non inimicarsi i cremonesi. Si dice, tengo famiglia, senza distinzione di colore e fede politica. Attenzione a non perdere il consenso della Repubblica del Tortello.

Comunque cambiare idea non costa nulla. Non si paga pegno. E poi Piloni e Vitari possono avvalersi di un precedente illustre. Luciano Pizzetti, il politico più rappresentativo del Pd provinciale, alcuni anni fa sosteneva che la proposta di Forza Italia di realizzare un nuovo ospedale fosse una boutade. «Perché insegue lo stesso modus operandi che ha generato le inefficienze riscontrate. Perché è un’operazione costosa che porterà con sé la chiusura degli ospedali di Crema e Oglio Po. Perché non investe sulla territorialità» (Eco del Popolo, 2 maggio 2020). Poi è diventato uno dei più accaniti sostenitori del progetto.  Ma così funziona la politica nel nostro territorio.

Poi è morto Francesco Guccini. All’inizio di questo secolo cantava «I compagni di un giorno o partiti o venduti. Sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti» (Stagioni). 

Da allora poco è cambiato. Al contrario, molto è peggiorato. Sono scomparsi anche i sopravvissuti. 

L’odissea di Padania Acque, senza Ulisse, il gioco a scacchi per le candidature alle elezioni, la manfrina di Piloni e Vitari sul nuovo ospedale non sono un buon segnale di cambiamento. Non un buon viatico per un futuro splendente. E anche la Piccola città, sia essa Cremona, Crema o Casalmaggiore, non è più la stessa. È sempre piccola, ma più incarognita e inospitale. Non ispira nostalgia. Degrado, risse e omicidi fomentano rabbia e rancore. «Piccola città così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso». 

Questo è il problema: siamo rimasti cocciutamente gli stessi. Nel frattempo sono cambiati il mondo, la società, la tecnologia. E non ce ne siamo accorti.

Forse è il momento di riprendere la ricerca dell’Isola non trovata. Quella che «nessuno sa se c'è davvero od è un pensiero, se, a volte, il vento ne ha il profumo è come il fumo che non prendi mai!». 

Antonio Grassi


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commenti


Pasquino

9 agosto 2026 12:52

Appunto verissimo sono rimasti tutti gli stessi quindi non ci sono possibilità di cambiamenti tutto sempre uguale finte dispute inciuci silenti e quando c'è un barlume di contrasto si cambia opinione tutti gli imbecilli in fila ora a favore del nuovo ospedale di Cremona !!!! Anche a Crema !
Forse perché gireranno tanti soldi ? Ai posteri ...

biagio

9 agosto 2026 14:02

Il “Male Oscuro” della Provincia: Illusioni e Mancanza di Futuro
L’editoriale di Antonio Grassi su Cremona Sera dipinge con disincanto un ritratto gucciniano del territorio cremonese, cremasco e casalasco: un ecosistema in cui le criticità sociali peggiorano mentre le logiche di potere restano immutate.

Da un lato assistiamo alle consuete spartizioni da manuale Cencelli nelle società pubbliche — emblematica la vicenda Padania Acque — e ai repentini cambi di rotta sulle grandi opere, a partire dalle contraddizioni sul nuovo ospedale di Cremona.
Dall’altro, la risposta a una comunità sempre più “incarognita” e segnata dal degrado si riduce a scorciatoie di facciata, propaganda emotiva e gestione miope del consenso.

La trappola del consenso facile
Quando la politica non possiede più la competenza né la volontà di guidare processi complessi, si rifugia in due strategie tanto redditizie elettoralmente quanto deleterie per la collettività.

L’individuazione del nemico di turno.
Additare l’immigrato (o qualsiasi altro bersaglio facile) serve a distrarre l’opinione pubblica dai fallimenti gestionali della sanità, delle liste d’attesa e dei servizi locali.

La politica del piccolo cabotaggio.
Oltre al nemico esterno, si distribuiscono mancette a pioggia e mance categoriali per blindare voti e mantenere intatti i soliti stipendi d’oro.

Invece di destinare le risorse pubbliche a investimenti strutturali capaci di generare crescita reale — attrazione di imprese, sviluppo tecnologico, stipendi più alti — si preferisce consumare il budget in regali a breve termine.
Ma la crescita richiede visione, rigore e competenze: doti sempre più rare nei palazzi del potere.

Locale, Regionale, Nazionale: rimettere le responsabilità al loro posto
La riflessione di Grassi va riposizionata: questa critica ha senso soprattutto a livello nazionale e regionale, non comunale.

Governi e Regioni detengono le leve del potere economico e normativo.
Un’amministrazione comunale, come quella di Cremona, opera con risorse ristrette e trasferimenti ridotti, gestendo sul campo problematiche enormi — come l’emergenza casa, le fragilità sociali e il decoro degli spazi pubblici — senza competenze legislative su sanità, flussi migratori, ordine pubblico e sicurezza.

Chiedere ai Comuni di risolvere storture che dipendono da Roma o Milano è semplicemente ingiusto.

Il miraggio del “salvatore”
In questo quadro di stallo, il ricorso a candidature extra-politiche — come il “caso Segre” — testimonia il bisogno disperato di facce nuove.
Ma affidarsi al singolo individuo senza un cambio di rotta dei livelli superiori rischia di trasformarsi nell’ennesima illusione.

Le priorità per uscire dal pantano
Smettere di rincorrere le mance.
I contributi a pioggia oggi si pagano domani in servizi tagliati.

Pretendere competenze reali.
Servono candidati capaci di presentare piani economici misurabili, non slogan di pancia.

Sfruttare la forza della società civile.
Riportare al centro i bisogni concreti attraverso associazioni, terzo settore e mondo economico locale.

In attesa della prossima puntata
Vedremo se Grassi avrà il coraggio di proporre soluzioni, non solo diagnosi — diagnosi che, va detto, aiutano comunque a riflettere.
Perché se le risposte dipendono dagli editoriali e non da chi vota e governa, la strada resterà in salita. Biagio

Enrico

9 agosto 2026 17:44

AI CONSIGLIERI PILONI E VITARI CHIEDIAMO UNA COSA SOLA: IL CONFRONTO
Antonio Grassi pone una domanda semplice alle dichiarazioni dei consiglieri regionali Matteo Piloni e Riccardo Vitari sul nuovo ospedale di Cremona: perché?
È la stessa domanda che da tempo poniamo anche noi.
Piloni e Vitari hanno naturalmente tutto il diritto di considerare il nuovo ospedale una “grande opportunità”. Ma, trattandosi di un'opera pubblica di enorme rilevanza economica, sanitaria e ambientale, vorremmo conoscere su quali dati comparativi poggi questa convinzione.
Quale studio dimostra che demolire l'attuale Ospedale Maggiore e costruirne uno nuovo rappresenti una soluzione migliore rispetto alla sua completa riqualificazione?
Dov'è il documento che confronta, a parità di funzioni sanitarie, costi, tempi di realizzazione, impatto ambientale, consumo di suolo, emissioni incorporate, continuità dell'attività ospedaliera e sostenibilità economica delle due alternative?
Se questo confronto esiste, chiediamo che venga reso pubblico.
Se non esiste, la domanda diventa ancora più semplice: come si può affermare che una soluzione è migliore senza averla confrontata con l'altra?
Antonio Grassi ricorda opportunamente che nel 2020 Luciano Pizzetti giudicava il nuovo ospedale un'operazione costosa, poco attenta alla sanità territoriale e potenzialmente problematica anche per Crema e Oglio Po. Oggi le posizioni politiche sono cambiate.
Cambiare opinione è assolutamente legittimo. Ma quando sono in gioco centinaia di milioni di euro pubblici è altrettanto legittimo chiedere: quali nuovi dati e quali valutazioni tecniche hanno determinato quel cambiamento?
Per questo rivolgiamo a Piloni e Vitari una proposta molto concreta.
Anziché chiederci di credere che il nuovo ospedale sarà una “grande opportunità”, chiedano insieme alla Regione Lombardia e ad ASST Cremona una valutazione comparativa, indipendente e pubblica, tra nuovo ospedale e riqualificazione dell'esistente, a parità di prestazioni sanitarie.
Se il nuovo ospedale risulterà davvero la soluzione migliore, saranno i numeri a dimostrarlo.
Ma se il confronto non viene fatto, continuerà a mancare proprio la risposta alla domanda posta da Antonio Grassi: perché? Enrico Gnocchi - sostenitore del Movimento per la Riqualificazione dell'Ospedale di Cremona

marco

14 agosto 2026 04:43

Bravissimo, il problema è che l'ospedale ha già visto triplicare i costi,perdere tre piani e con i se e forse sulla qualifica in Dea di secondo livello perso il primo non si và da nessuna parte.
Domanda; mi ricordo che diversi enti pubblici e di controllo ai vertici dell'ASST di Cremona (Azienda Socio Sanitaria Territoriale) e agli enti tecnici e istituzionali di Regione Lombardia, responsabili della programmazione e del finanziamento dell'opera dovevano sottoscrivere un documento dove si dichiarava che erano d'accordo sull valutazione che erigere un nuovo ospedale costasse meno che ristrutturare il vecchio che è già stato protagonista recentemente di importanti ristrutturazioni .
Firmare porta a responsabilità penali nel caso la valutazione sia errata e a quanto pare ad oggi il nuovo costerebbe circa tra i 438,2 milioni di euro (solo per il monoblocco sanitario) e oltre 600 milioni di euro considerando opere accessorie, trasferimenti e demolizioni mentre ristrutturare solamente 200.
Hanno firmato?

Tommaso IIF

15 agosto 2026 09:08

Limpida analisi del dott. Grassi che riportando le dichiarazioni dei nostri politici locali mi apre un dubbio: cosa si intende con “ottica One health”? Cosa ci vogliono propinare?
Credo nulla di nuovo rispetto alla road map già stabilita nei ristretti consessi dell’OMS recepiti in Italia dal corrispettivo Ministero della salute.
Breve inciso sulla natura dell’OMS: di emanazione ONU, a partecipazione prevalente di potentati privati (compresi quei famosi controllati che sono anche i controllori…).

Ma quale indirizzo ha preso la sanità nel mondo Occidentale?
Abbiamo visto come il medico di base per eccellenza, quello in prima linea, fondamentale primo anello della catena che collega la salute del singolo cittadino al sistema sanitario nazionale si sia ridotto?
Il medico di famiglia oggi è un ricettificio, mero esecutore di protocolli sanitari calati dall’alto che non lascia spazio alla libertà di cura del paziente, così come per estensione, non lascia libertà di cura ai sudditi (che perdono lo status di cittadini senzienti).
A salire rimangono pochi sindaci coraggiosi (già responsabili della sicurezza e della salute dei propri concittadini) che investono facendo i salti mortali nella sanità di prossimità nella speranza di compensare la deriva verticistica -e dunque “One health?- che le lobby meglio controllerebbero rispetto alla seppure poca frammentazione odierna rimasta, fatta di “medici pensanti”, con solide basi, autorevoli e lodati dal passaparola dei pazienti più che dagli sponsor della farmaceutica multinazionale.

Ordunque se, in sintesi, per ottica One health intendiamo la centralizzazione comunista della sanità e con sé capiamo che la centralità del paziente è solo uno spot elettorale e pubblicitario per politici inetti e affaristi, allora perché non ce lo dicono chiaramente, invece di -e scusate il francesismo- pisciarci in testa dicendoci che piove?