17 giugno 2026

Forse ci meritiamo davvero "CULO"

Ci sono momenti in cui una vicenda apparentemente marginale riesce a raccontare molto più di quanto sembri. In questi giorni il dibattito sulla presenza di Tony Pitony al Tanta Robba Festival di Cremona ha acceso discussioni, polemiche, prese di posizione. Come spesso accade, il confronto si è rapidamente trasformato in una partita ideologica: da una parte i difensori della libertà di espressione, dall'altra i presunti moralisti; da una parte la destra, dall'altra la sinistra; da una parte i moderni, dall'altra gli antiquati. Eppure, ho la sensazione che il tema sia molto più grande. Non riguarda un cantante. Non riguarda una canzone. Non riguarda nemmeno una manifestazione cittadina. Riguarda noi. Riguarda il livello culturale, linguistico e civile che abbiamo deciso di considerare normale. Per questo scrivo non tanto da giornalista, quanto da donna. Da persona che ha avuto il privilegio di viaggiare, osservare il mondo, conoscere realtà diverse e, talvolta, anche molto dure. Realtà nelle quali essere donna significava dover dimostrare il doppio per essere considerata una professionista e non semplicemente una presenza. Forse è proprio per questo che oggi faccio fatica a comprendere alcune delle contraddizioni del nostro tempo.

Da anni investiamo risorse, energie e denaro pubblico per promuovere il rispetto, la parità di genere, la lotta contro la violenza sulle donne, l'educazione affettiva e sentimentale. Organizziamo convegni, campagne di sensibilizzazione, corsi di formazione ai quali partecipo convintamente perché credo nel valore di queste battaglie. Analizziamo parole, immagini, comportamenti. E spesso facciamo bene. Abbiamo contestato stereotipi presenti nei classici Disney. Abbiamo discusso il sessismo di film, romanzi, pubblicità e canzoni. Abbiamo accusato di sessismo brani come Teorema di Marco Ferradini. Abbiamo sottoposto a rilettura critica Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La Bella Addormentata nel Bosco, La Bella e la Bestia, Peter Pan. Abbiamo discusso Grease, Colazione da Tiffany, la saga di James Bond e interi filoni della commedia all'italiana. Si può essere d'accordo oppure no. Ma una domanda rimane. Se siamo stati capaci di analizzare criticamente opere che hanno segnato la storia del cinema, della letteratura e della musica, perché improvvisamente ogni giudizio critico dovrebbe fermarsi davanti a prodotti culturali infinitamente più poveri?

Perché la libertà di espressione dovrebbe coincidere con l'immunità dalla critica? Personalmente faccio fatica a trovare divertente, costruttivo o realmente provocatorio un linguaggio che affida la propria forza esclusivamente alla volgarità. Non perché il corpo, il desiderio o la sessualità non possano essere raccontati. Tutt'altro. La letteratura lo ha fatto magnificamente per secoli. Ovidio scriveva dell'eros più di duemila anni fa con ironia, intelligenza e leggerezza. D'Annunzio, con tutti i suoi eccessi, trasformava il desiderio in immaginazione, linguaggio, estetica. La differenza non è nell'argomento. La differenza è nello sguardo. Nella capacità di aggiungere significato invece di sottrarlo. Per questo faccio fatica a considerare provocazione ciò che spesso appare semplicemente come banalizzazione. La provocazione autentica genera pensiero. La banalità genera rumore. E forse è proprio qui che emerge la contraddizione più profonda. Perché da quando ho memoria combatto una battaglia che non è mai stata quella della semplice parità tra uomini e donne. Ho sempre combattuto per qualcosa di più elementare e, allo stesso tempo, più difficile. Il diritto di essere considerata una persona. Una persona libera di pensare. Libera di scegliere. Libera di sbagliare. Libera di riuscire. Libera di essere giudicata per le proprie idee, per il proprio lavoro, per il proprio valore e non per il proprio corpo. Eppure, a volte, ho la sensazione che dietro molte delle nostre dichiarazioni progressiste si nasconda una sorprendente regressione culturale. Per secoli le donne sono state considerate merce di scambio, proprietà familiare, angeli del focolare, oggetti del desiderio, ornamenti sociali. Generazioni di donne hanno combattuto per liberarsi da questi schemi. Alcune hanno pagato prezzi altissimi perché oggi una ragazza possa sedersi a un tavolo e parlare come individuo e non come accessorio. E allora mi domando: siamo davvero andati avanti? Oppure stiamo semplicemente tornando nello stesso recinto, dipinto con colori diversi? Perché quando il corpo femminile torna a essere il centro del racconto, quando il linguaggio riduce ancora una volta la donna a funzione sessuale, quando la provocazione coincide sistematicamente con la banalizzazione del corpo, non stiamo avanzando. Stiamo tornando indietro. Con una colonna sonora diversa. Ma stiamo tornando indietro. Negli stessi giorni in cui discutiamo di rispetto e linguaggio, un deputato della Repubblica ritiene accettabile riferirsi alla Presidente del Consiglio evocando l'immagine delle "ginocchiere", salvo poi spiegare che si trattava di una premura per il suo comfort. Francamente non è questo il punto. Il punto è che il livello del dibattito pubblico sembra precipitare senza che nessuno se ne stupisca davvero. Se il rispetto vale soltanto per le persone che votiamo, allora non è rispetto. Se il sessismo diventa accettabile quando colpisce l'avversario politico, allora non stiamo difendendo alcun principio. Stiamo semplicemente facendo tifoseria. La tifoseria non ha mai prodotto civiltà. A volte penso a donne come Nilde Iotti o Rita Levi-Montalcini. Donne che hanno attraversato epoche infinitamente più difficili della nostra. Donne che hanno conquistato autorevolezza in ambienti spesso ostili. Donne che non avevano bisogno di slogan per essere ascoltate. Mi domando cosa penserebbero osservando il nostro curioso concetto di progresso. Forse sorriderebbero. Forse scuoterebbero la testa. Forse ci ricorderebbero che il progresso non consiste nel poter dire qualsiasi cosa, ma nel saper distinguere ciò che vale la pena dire da ciò che non aggiunge nulla alla qualità della convivenza civile. E infine c'è un aspetto che continua a lasciarmi perplessa. Molti di coloro che oggi difendono a spada tratta certi fenomeni culturali spesso non conoscono nemmeno i testi che stanno difendendo. Prima di invocare la libertà artistica sarebbe opportuno compiere un gesto rivoluzionario nella sua semplicità: leggere. Leggere davvero. Ascoltare davvero. Comprendere davvero. Poi, naturalmente, ciascuno è libero di condividere quei contenuti. Ma almeno lo faccia consapevolmente. Naturalmente tutta questa vicenda farà bene a Tony Pitony. La polemica è il miglior ufficio stampa del mondo. Esiste una regola antica quanto la comunicazione stessa: nel bene o nel male, purché se ne parli. E infatti ne stiamo parlando. Ma la vera domanda non è quanto successo possa ottenere un artista. La vera domanda è quale società abbia bisogno di quel successo. Personalmente continuo a pensare che, senza il clamore che lo accompagna, un fenomeno del genere finirebbe abbastanza rapidamente nel dimenticatoio. Ma forse sbaglio. Forse appartengo a una specie in via di estinzione. Forse sono uno di quei lupi solitari che continuano a credere che la libertà non coincida con l'assenza di qualità. Che la provocazione non coincida con la povertà di linguaggio. Che la trasgressione non coincida con la banalità. Che il progresso non consista nell'abbattere ogni limite, ma nel costruire esseri umani capaci di scegliere quali limiti meritino di essere difesi. Perché conosco troppe donne che ogni giorno combattono in silenzio per essere semplicemente se stesse. Fuori dai modelli. Fuori dalle etichette. Fuori dai ruoli imposti. Fuori dalle gabbie che altri continuano a costruire per loro. Donne che non chiedono privilegi. Chiedono soltanto di essere considerate persone. Ecco perché questa non è una riflessione su una canzone. È una riflessione su ciò che stiamo diventando. E su ciò che, forse, non dovremmo accettare di diventare. Perché il senso del limite non è il contrario della libertà. Ne è una delle condizioni. E se tutto questo oggi appare antiquato, se la riflessione viene scambiata per moralismo e la critica per censura, allora forse il problema è più profondo di quanto immaginiamo. E forse, davvero, ci meritiamo "CULO".

Chiudo in modalità rapper:

Ci insegnano rispetto, poi vendono rumore,
chiamano arte il vuoto, libertà il disonore.
Se il limite scompare e l'insulto fa carriera,
non è censura dire basta: è dignità che spera.
Perché la parola pesa, costruisce oppure ferisce,
e un mondo che applaude tutto, alla fine non capisce.
Il problema non è il "no", né la voce che si oppone:
il problema è quando il nulla diventa educazione.

 

Beatrice Ponzoni


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commenti


Blek

17 giugno 2026 18:59

Bravissima come sempre. Lei ha messo a nudo la pochezza intellettuale e culturale dei promotori di questa squallida iniziativa. Chapeau!!

Blek

18 giugno 2026 07:58

E viste le citazioni cinematografiche, aggiungerei quella che mi pare la più significativa di tutte ma che stranamente, a mio avviso è in generale, non mi risulta sia stata presa in considerazione e cioè Aladdin.

Danilo

18 giugno 2026 09:02

Che diplomi in musica ha ottenuto il tipo ? poi cominciamo da qui, e andiamo avanti . a discuterne

François

18 giugno 2026 11:07

Nullità assolute amplificate dai media, poveracci loro e chi li va a sentire.

Vincenzo Montuori

18 giugno 2026 11:59

D'accordo con B. Ponzoni e aggiungo - come ho scritto sulla "Provincia " di oggi, che, trattandosi di una kermesse lautamente finanziata con soldi pubblici , cioè dei contribuenti cremonesi, non si possono accettare schifezze del genere e non per fare i moralisti ma per un minimo senso del pudore

biagio

18 giugno 2026 12:05

Leggo con rispetto la riflessione di Beatrice Ponzoni, che pone una questione seria: il livello culturale e linguistico che oggi consideriamo “normale”. È un tema che merita attenzione, ma per capirlo davvero serve uno sguardo più filosofico, capace di collocare ciò che accade dentro una storia più lunga di noi.
Da sempre ogni generazione fatica a comprendere quella successiva. Non è un problema di oggi: è la storia dell’uomo. I romantici venivano accusati di esagerazione e immoralità; il jazz era considerato musica pericolosa; il rock degli anni Sessanta veniva bollato come rumore che avrebbe rovinato i giovani. Anche la moda ha sempre diviso: ciò che per i ventenni è identità, per i cinquantenni è spesso incomprensibile. Possiamo discutere se tutto questo sia evoluzione o regressione, ma il cambiamento accompagna l’umanità da sempre.

La differenza, oggi, è la velocità. Viviamo un’epoca dirompente: social, comunicazione istantanea, intelligenza artificiale. I linguaggi nascono, si consumano e si esauriscono in tempi che non abbiamo mai conosciuto. È normale che chi ha qualche anno in più faccia fatica a orientarsi: non è un limite, è la condizione umana.

Questo non significa che tutto vada bene o che la volgarità diventi improvvisamente qualità. Significa però che il giudizio va dato con lucidità, non con la nostalgia o con l’illusione che “una volta fosse tutto meglio”. Possiamo criticare un linguaggio povero, certo. Possiamo dire che non ci piace, ed è legittimo. Ma non confondiamo il fastidio per un codice che non ci appartiene con il declino della civiltà.

Non mi sto dando del “vecchio”, né intendo dare lezioni a nessuno: ho quasi 75 anni e mi limito a osservare ciò che vedo. E riconosco che l’articolo della signora Ponzoni è scritto con misura e con cultura vera, qualità sempre più rare.

Resta però un fatto: quel linguaggio disturba molti, e lo capisco. Ma la legge non prevede alcuna sanzione. Il turpiloquio non è più un reato e non possiamo chiedere allo Stato di punire ciò che è semplicemente sgradevole per alcuni — non sarebbe uno Stato democratico. Possiamo criticarlo, certo, ma non cancellarlo per decreto.

E allora, davanti a uno spettacolo che non ci piace, resta la scelta più semplice e più civile: alzarsi e andarsene, come si cambia canale quando un programma non è gradito. Il resto — come sempre — lo farà il tempo.
Intanto i giovani si divertono e applaudono questa forma di spettacolo, e così ritorniamo esattamente al punto da cui eravamo partiti.

Biagio

Manuel

18 giugno 2026 16:25

Non conosco la musica di Tony Pitony e ciò la dice lunga sulla mia età avanzata.
Probabilmente non l’apprezzerei ‘sto granché, poiché cresciuto in altra epoca e, nonostante provenga dal volgo, ho altri gusti, altra educazione.
Faccio fatica a comprendere le tendenze musicali odierne e su alcuni personaggi in voga oggi mi rimetto ad un no comment, giusto per non essere pesante.
Biagio, però, ha ragione.
Da sempre le nuove generazioni vengono indicate dalle vecchie: le incomprensioni, come gli inevitabili passaggi generazionali, fanno parte della storia come della logica e non è detto si comprenda subito chi abbia la verità, ammesso vi sia.
Quindi riflessioni ed interazioni, discussioni, come suggerisce Biagio, mi sembrano strade coerenti.
Un aspetto che si può rimarcare è quello della sponsorizzazione, ma evidentemente all’assessorato tali esibizioni non dispiacciono e d’altronde è pure vero che la performance è stata apprezzata ed ha attirato parecchi giovani o appassionati.

Stefano

18 giugno 2026 16:36

In compenso , un manifesto a favore della vita nascente, un sos per la donne in difficoltà, pur non essendo reato, quello si va sanzionato, cioè rimosso, proprio perché siamo in uno Stato democratico (??) "Intanto i giovani si divertono e applaudono " perché l'importante pare questo per lei, signor Biagio, maestro dell' arrampicata sugli specchi. Non certo si divertono però quei giovani nella pancia della madre, destinati a un destino infausto ,perché la possibilità di vedere vie alternative viene alle loro madri negata, da uno "Stato " democratico a parole, ma non nei fatti. E più giovani di loro, signor Biagio, si muore.

biagio

19 giugno 2026 08:41

Stefano, io sono pro‑vita.
Ma qui non si parlava dell’aborto: si parlava solo di una cosa, cioè se quel cartello fosse legittimo secondo la legge.

Se la legge prevede la rimozione, il Sindaco deve farlo.
Il resto riguarda scelte personali, spesso dolorose, che non giudico e che non erano il tema della discussione.

Il mio è sempre stato un discorso giuridico ( di legge) non morale.
Biagio

Stefano

19 giugno 2026 11:29

La legge non ne prevede la rimozione come tanti hanno già chiarito su questo giornale

Alarico

19 giugno 2026 08:50

Dalle vostre risposte appare evidente che la canzone non sia stata realmente ascoltata o compresa. Forse non avete letto con attenzione l'articolo. Lo avete anche scritto. Nemmeno io conosco questo artista, se così vogliamo definirlo, ma prima di giudicare, ho voluto capire. Mi permetto di sottolineare che affermare di non conoscere, inevitabilmente, ridimensiona anche il valore delle considerazioni che ne sono seguite.
Qui non si tratta di cambiare canale, di scegliere di non ascoltare o di giustificare una presunta volgarità e dire: sono i tempi di oggi. Si tratta di un principio, di un valore fondamentale che forse, paradossalmente, stiamo dimenticando proprio noi che abbiamo i capelli bianchi e dovremmo averne fatto esperienza.

Il punto è un altro: perché, ancora oggi, il corpo della donna continua a essere violato dalle parole, ridotto a oggetto di possesso, di giudizio o di sopraffazione? È una storia antica, troppo antica, e proprio per questo dovrebbe trovarci più consapevoli. Ascoltate la canzone CULO e chiedetevi se farebbe piacere sentirla cantare a vostra moglie, oppure immaginate se un ragazzo dovesse cantarla a vostra figlia, a vostra nipote... così ascoltatela...
Mi rattrista constatare che uomini della mia generazione non abbiano colto questo aspetto essenziale.
Questa non è filosofia. La filosofia, quella autentica, non è mai complicità con la volgarità o con la degradazione dell'altro: è esercizio di pensiero, rispetto e ricerca del senso. È un'arte nobile ed elegante, non una giustificazione della schifezza. E permettetemi un'ultima riflessione. Il fatto che una performance sia stata apprezzata dai più giovani non costituisce, di per sé, una prova del suo valore culturale, artistico o morale. Sui nostri telefoni scorrono ogni giorno video di persone che compiono le azioni più assurde, talvolta persino degradanti, e raccolgono milioni di visualizzazioni. Dovremmo allora considerarle giuste, nobili o degne di essere imitate solo perché hanno ricevuto molti consensi?

Confondere il successo con il significato è uno degli errori più diffusi del nostro tempo. Il numero dei "mi piace", dei cuori e dei pollici alzati misura la popolarità, non la profondità; la visibilità, non il valore. Temo che questa ossessione per il consenso immediato abbia finito per annebbiare il giudizio non soltanto dei più giovani, ma anche di molti appartenenti alla generazione dei capelli bianchi.

La storia insegna che il consenso non è mai stato sinonimo di verità, e che la dignità di un principio non si misura contando le mani alzate. Se guardiamo le mani alzati e la massa che accorre allora, la situazione è molto grave perchè non abbiamo capito e faremo la fine dei topolini della favola del pifferaio Magico che suonò la musica per vendetta incantando tutti bambini e portandoli via con sè li fece sparire per sempre.

La filosofia ci insegna a pensare, non a seguire la folla. La filosofia, per fortuna, appartiene a un'altra dimensione: quella della ricerca del vero, del giusto e del bello. Alarico

biagio

19 giugno 2026 10:12

Gentile signor Alarico,
leggo con attenzione la Sua riflessione, che tocca un tema serio: il rispetto dovuto al corpo e alla dignità della donna. Su questo non ho nulla da obiettare. Ma il mio intervento non difendeva né la canzone né il suo linguaggio.
Per chiarezza: non ho ascoltato la canzone, e non intendevo giudicarla nel merito.

Il punto che sollevavo era un altro: il rapporto tra generazioni, la trasformazione dei linguaggi e il fatto che, in una democrazia, ciò che è sgradevole non diventa automaticamente materia da sanzione. Possiamo criticare, eccome. Possiamo rifiutare. Ma non possiamo chiedere allo Stato di proibire ciò che non ci piace.

Lei richiama un tema etico importante, e lo rispetto. Ma è un piano diverso da quello su cui mi ero collocato. Io parlavo del contesto culturale, non della qualità morale del testo.

Quanto alla filosofia, non l’ho mai intesa come indulgenza verso la volgarità. Per me è esattamente il contrario: è ciò che ci permette di distinguere tra gusto personale, principio giuridico e responsabilità culturale.

Per questo continuo a pensare che, davanti a uno spettacolo che non condividiamo, la risposta più civile resti semplice: non partecipare.
Il resto lo farà il tempo: e il tempo, di solito, ha un talento infallibile nel separare ciò che resta da ciò che si consuma in fretta.


Biagio

harry

19 giugno 2026 11:33

Va bene, non partecipare, ma l'evento che comprende anche l'esibizione del rapper non è autofinanziato, quindi sorge un problema che lei sembra eludere.
Se i programmi di una TV privata non sono di mio gradimento cambio canale.
Se, invece, è la TV pubblica alla quale contribuisce finanziandola la collettività le cose cambiano ! Le pare ?

Stefano

19 giugno 2026 11:33

Lo Stato non può proibire? Nulla obbliga la giunta a convocare questo artista alla manifestazione cremonese.

Meda

19 giugno 2026 21:03

Ciao Bea ci conosciamo da tempo e ho apprezzato il fatto che tu abbia analizzato dal tuo punto di vista le opere di un’artista come Tony Pitony. Già quando scrivo queste righe capisco di poter suscitare l’ilarità di qualcuno che abbia una idea preconcetta e che non possa considerarlo un artista ma non mi importa più di tanto perché mi interessa introdurre qualcosa che non è stato ancora detto in questi giorni in cui si sono manifestate polemiche sul tanta robba festival e sulla scelta di far esibire Tony. Credo che non si sia considerata l’ironia dei suoi testi e che quindi sfugga il fatto che il successo che sta ottenendo è dovuto al fatto di parlare di temi delicati e scomodi da una chiave che pochi hanno affrontato fino ad ora. Se si ascolta “donne ricche”per esempio possiamo scegliere se l’artista sia uno sfruttatore o semplicemente ironizzi sulla superficialità della società e degli uomini (inteso come genere maschile). Se valutiamo i testi solo in un modo serio e letterale ci limitiamo ad una operazione superficiale. Credo che il paragone più calzante possa essere come quello che suscita Checco zalone. Chi lo legge in chiave seria lo odia e lo disprezza chi lo vede come una macchietta di un certo tipo di maschilismo credo lo comprenda veramente. Il fatto che sia stato scelto da un’artista come Dito nella piaga per fare un duetto con lei al festival di Sanremo (ed aver vinto la serata), che sia stato l’autore della canzone di presentazione dello stesso festival e che sia l’unico italiano headliner agli I-days a Milano mi fa propendere per il fatto che l’Italia non sia impazzita a dare visibilità ad un sessista scappato di casa ma piuttosto ad un artista che abbia trovato una chiave originale (e a questo punto ancora poco compresa) di comunicazione di temi delicati in un modo indelicato

Alarico

20 giugno 2026 08:37

Caro Sig. Meda,

ho letto con attenzione il suo commento e, a dire il vero, mi lascia perplesso.

Comprendere un fenomeno non significa necessariamente attribuirgli un valore. Per questo trovo difficile accostare questa produzione artistica a figure come Checco Zalone o a quella tradizione della commedia italiana che utilizzava l'ironia per mettere in discussione i difetti della società. In quei casi la satira elevava il dibattito; qui fatico sinceramente a coglierne lo spessore.

Le confesso inoltre che il suo intervento mi è apparso più come una difesa delle scelte dell'organizzazione che come una riflessione sul tema sollevato. Ma la questione non è se fosse possibile invitare questo artista: è se fosse opportuno farlo. credo che l'articolo nemmeno tratti il tema della finalità dell'evento cittadino ma su chi è stato invitato.

Il successo e il consenso non sono mai stati sinonimi di valore. La popolarità misura l'attenzione, non la qualità.

Per questo condivido la conclusione della Dott.ssa Ponzoni: se non riusciamo più a distinguere tra provocazione e banalizzazione, allora la situazione è probabilmente più grave di quanto immaginiamo.

Cordialmente.