Per Emilio Canidio
Lunedì 6 luglio 2026 tutti i giornali di Crema pubblicano repentinamente un ricordo del dottor Emilio Canidio, scomparso da questo mondo nell’infuocata mattina. Ciascun articolo, dopo un breve resoconto dell’attività del medico, approfondisce qualche aspetto della sua personalità, mettendone in luce gli interessi culturali, in particolare artistici. C’è qualcosa di speciale in molti di quegli scritti: vi si percepisce un’autentica commozione, un coinvolgimento emotivo, una memoria inespressa che per serietà professionale si vuole tenere per sé. Caso abbastanza raro, vista l’abitudine di volgere ogni occasione – anche le più dolorosa come la morte di un uomo che rivesta un ruolo rilevante nella comunità – in pretesto per autocelebrarsi, a motivo dell’averlo ben conosciuto e aver intrattenuto con lui un rapporto privilegiato. Interessante tornare all’articolo di Cremaonline del 2 marzo 2019, che ritrae Emilio Canidio al Rotary di Pandino. Il primario di pediatria neopensionato dichiara la propria intenzione di impegnarsi a valorizzare alcuni bravi studenti universitari, per avviare un cambiamento radicale nel mondo della medicina sotto il profilo della comunicazione. “È necessario – afferma – passare da una comunicazione in codice ad una comunicazione naturale, propria della medicina, che semplifichi anche il rapporto con i pazienti”.
Umanità e umanesimo
Ed è questo l’aspetto che vorrei mettere a fuoco: l’essere stato Emilio non solo un ottimo medico, ma anche un vero e proprio umanista. Un esempio chiarissimo di ciò che significa l’espressione “medico umanista”. Nell’esercizio della professione, dottore di umanità; nell’impegno civile, umanista. Nel primo caso è semplice capire che Canidio, rifuggendo da un linguaggio specialistico che scava un abisso fra medico e paziente, era incline a rendersi comprensibile dai genitori riguardo ai malanni che, ahimé, colpivano i loro figli anche molto piccoli. In veste di studioso si comportava nello stesso modo, indirizzandosi verso differenti tipologie di pubblico, dai critici d’arte agli scrittori, fino ai musicisti, con un lessico tecnico ma accessibile. Ciò significa che era un esperto in comunicazione. Proprio questo è il senso dell’umanesimo, almeno come appresi in un’irripetibile lezione universitaria di Storia romana all’Università Statale di Milano. “Ma chi è un umanista?”, aveva chiesto il docente rivolgendosi a noi con una domanda retorica che non attendeva risposta (allora i docenti non interloquivano con gli studenti durante le lezioni). E dopo la pausa altrettanto retorica, ecco la risposta illuminante: “chi sa comunicare”. Quella definizione di Mario Attilio Levi mi accompagna ancora dopo molti anni, e in alcune situazioni mi sussurra all’orecchio: attenzione, stai parlando da sola. Non vedi che l’interlocutore è spaesato? Questo non accadeva mai a Emilio, abile nella spiegazione ad ogni livello, maestro di illustrazione delle immagini. Fra i numerosi esempi che affiorano alla mente di chi l’ha conosciuto, ne riferirò due.
L’articolo di Insula Fulcheria
Il primo mi risultò evidente quando lessi il suo articolo “L’occhio del dilettante e la scoperta delle radici” sul numero LI di Insula Fulcheria del dicembre 2021. Quella sorta di percorso proustiano della memoria, da un lato risponde all’argomento dell’anno, “Rassegna di studi e documentazioni di Crema e del Cremasco a cura del museo civico di Crema”. Dall’altro prende spunto dal ritrovamento, in uno sgabuzzino per gli attrezzi della casa natale, di alcune scatole di cartone contenenti lastre fotografiche sviluppate in formato 10x15, per far rivivere persone e situazioni in cui affonda le radici la famiglia Canidio, ben inserita nella comunità di Bagnolo Cremasco. L’Autore, letteralmente, “fa parlare le immagini”, analizzandole con notazioni storico-antropologiche, estetiche, mediche, e ricomponendo l’insieme in una sintesi dove imperano i “canoni in voga” del primo Novecento. Tutto a partire da una fotografia dove il padre di Emilio si riconosce a circa tre anni: è il 1910. Emblematica per la comunità la foto dell’uscita dalla Chiesa, dove il fotografo “ha cercato un posto sopraelevato per cogliere la piazza mentre la gente esce dalla messa da porte differenti. Rigorosa è la distinzione per sesso, le donne sono raccolte a crocchi. Nonostante il limite tecnico è una scena animata, ricorda la pittura veneziana. Fissa un momento centrale della società cui appartiene, delle persone con le quali si sente partecipe della vita”. Poi ci sono gruppi di famiglia, dove il padre in piedi “posa la mano protettrice sulla spalla del figlio agghindato con il fiocco e con i capelli impomatati”, mentre la piccola in braccio alla mamma seduta in posizione centrale “è libera di sgambettare perché i genitori l’hanno affrancata dalla barbara abitudine dei tempi di fasciare i lattanti”. Un’immagine offre informazioni mediche. Fra tre generazioni, dai nonni ai nipoti, spiccano ai lati due bimbe malate. Una ha la “faccia adenoidea”, “con il viso lungo di chi respira prevalentemente con la bocca, deve avere febbri frequenti, una volta si definiva linfatica e la cura era il tanto odiato olio di fegato di merluzzo”. L’altra “ha la faccia gonfia segno di nefrite, i capelli sono radi e ha anche una malattia della pelle”. Forse “micosi o scabbia, non credo sia sopravvissuta molto”. Al termine dell’excursus, un ricordo della storia familiare: il nonno di Emilio, dopo aver fondato una Cooperativa di consumo, vi collegò un’osteria, luogo di convivialità, confronto e socializzazione. Ma il nonno mostrò una specifica attenzione per la propria gente, preoccupandosi che i prezzi fossero sopportabili. I pochi scatti che possiamo vedere “riflettono i suoi valori che non sono così lontani, possiamo ritrovarli perché sono ancora dentro di noi. Rimeditarli e attualizzarli ci renderebbe migliori”.
Il saggio su Ugo Bacchetta
Il secondo esempio di quel caratteristico umanesimo comunicativo è il libro a cui Canidio lavorò per alcuni anni, prima di ritenerlo adatto alle stampe. Si tratta del testo del 2022 “Cosa dico a chi non vede”: 320 pagine ricche di illustrazioni a colori. Sottotitolo: “Ugo Bacchetta, ricordo di un pittore”. Non appena ebbi modo di leggerlo, mi colpì la passione con cui veniva presentato l’aspetto pedagogico, ovverosia l’importanza essenziale dei maestri che incontriamo nel corso della scuola e della vita. Emilio in prima media ebbe come professore di Educazione Artistica Ugo, “alto, austero, di scuro vestito, bastone e borsello sottobraccio, zoppo”. Un professore capace di valorizzare tutti gli alunni. Spesso in primavera conduceva la classe nei campi, dove la lezione consisteva nell’osservare e copiare fiori, foglie, alberi ed erbe. Anni dopo, l’alunno incontra il pittore e inizia a frequentarne lo studio. Quello è davvero un tirocinio fondamentale per imparare. Imparare che cosa, poi? Tecniche pittoriche, certo, ma soprattutto imparare a scoprire il senso riposto di un dipinto, il cuore del quadro, e insieme il cuore del pittore. Piano piano Emilio, divenuto adulto e medico, percepisce come malattia, dolore e attesa della morte possano invadere l’arte di un uomo scorbutico, enigmatico e generoso. Anche permaloso, magari, ma per Emilio amico e guida insostituibile. “Ugo – scrive – è ancora compagnia. Ho deciso di fissare le sue parole e quel che di lui ho compreso perché si avvicina la stagione che sbiadisce i ricordi […]. Ricordandolo ho trovato quanto di lui è in me. Rivivendolo ho incontrato quanto di lui mi sfugge e la sua grandezza si è fatta chiara. Rimpiango di non averla vista con lui accanto. Ugo si custodiva celandosi”. Ma a Emilio si palesa la sacralità del lavoro, la fatica, il travaglio emotivo, la complessità della composizione, il cammino tormentato verso l’urlo finale, il suo Urlo, rappresentato nella figura a destra dell’opera incompiuta Ostaggi, esposta al Museo di Crema.
Che cosa resta di quella grande e fondamentale amicizia? Moltissimo. Un maestro di scuola che diviene maestro di vita. Una relazione che da asimmetrica (adulto-bambino) diviene simmetrica (adulto-adulto) e infine, nella malattia del pittore, si ritrasforma nell’asimmetria opposta (bambino/paziente-adulto/medico). La vita non perdona, ma un bravo maestro lascia un segno indelebile. Massimo Recalcati àncora il ricordo dell’insegnante alla voce, o alla luce, o all’onda. Ivano Dionigi ne identifica il valore nel saper ascoltare l’alunno, prima di parlare a sua volta. E citando George Steiner assicura che “non esiste una professione di maggior privilegio”, e che “insegnare bene significa essere complici di possibilità trascendenti”. La possibilità di comunicare qualcosa di bello e buono ai nostri simili, e di renderli liberi di esprimere ciò che sanno e desiderano fare della propria vita. Emilio impara da Ugo tante cose, Ugo vede arricchirsi la propria vita di una presenza insostituibile: la relazione umana basata sul dialogo e, perché no?, anche sui silenzi. Da parte mia preferisco associarmi all’avvocato di Asti: “il Maestro è nell’anima/e dentro all’anima per sempre resterà”.
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commenti
Vittorio Dornetti
8 luglio 2026 14:38
Si tratta di un articolo bellissimo, del tutto coerente con la figura culturale dell'autrice, colta e nello stesso tempo aliena dal mostrarsi, che si difende con l' autoironia
Il ritratto di Emilio è perfetto, affettuoso e col ciglio asciutto penetrante. Confesso di non aver saputo leggere i suoi scritti con la profondità e la capacità di Patrizia. In lei Emilio ha trovato una interprete perfetta
Wanna Zambelli
9 luglio 2026 05:14
È davvero toccante vedere quanto la figura di Emilio Canidio abbia lasciato un segno profondo in chi lo ha conosciuto. Le sue qualità professionali e umane continuano a vivere chiaramente attraverso i ricordi di chi lo stima.