Gesù è la porta, la regola, la misura per la nostra vita
Si è soliti definire la quarta domenica di Pasqua «del buon pastore», dal momento che leggendo in ogni anno una parte del discorso che si trova nel capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni, incontriamo Gesù che parla delle pecore che lo seguono (cfr. Gv 10,3.27.29) e dice di essere il «pastore delle pecore» (cfr. Gv 10,11;14).
In ascolto del brano di Vangelo di oggi, è più chiaramente un’altra l’immagine che sentiamo attribuire a sé stesso da parte di Gesù: «Io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). Pensando a cosa possa voler dire per me questa affermazione, mi è venuto in mente un pensiero che don Primo Mazzolari propone in Tu non uccidere e che mi ha accompagnato in ascolto del Vangelo in questi giorni. Secondo don Primo, che parla di pace e di guerra, la guerra la fanno i lupi e la pace gli agnelli. Tuttavia il lupo si maschera da agnello, perché cerca di nascondere l’errore che si trova in quel che fa. Ma capita anche che l’agnello, per aver ragione, si comporti da lupo, e così facendo smette di essere quel che è, pur illudendosi di non essere cambiato. Quando un agnello assume gli atteggiamenti del lupo, esce dal gregge dell’Agnello che con la sua morte ha redento il suo gregge, come proclama la sequenza pasquale.
Accogliere per la nostra vita il fatto che Gesù sia la porta che siamo chiamati ad attraversare, ci ricorda che la fede ha una sua misura con la quale sempre ci dobbiamo confrontare e questa misura è, appunto, l’Agnello.
Da cristiani possiamo parlare di qualsiasi argomento, ma con la misura del Vangelo; se è sempre doveroso difendere una causa giusta, lo si deve fare ispirandosi ai sentimenti e agli atteggiamenti di Gesù, come insegna san Paolo nella Lettera ai Filippesi (cfr. Fil 2,5). Il bene non autorizza mai al male. Difendere la causa dell’Agnello, non può mai renderci lupi. Se Gesù è «la porta», io posso passare e ripassare attraverso di Lui solo se le Sue misure diventano le mie, perché Egli non si adatta mai a far proprie le mie, anche quando vorrei insegnargli il buon senso umano e dirgli come Pietro: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16, 22).
Misurarsi con la porta che è Gesù, significa passare al suo setaccio ogni nostra idea, ogni nostra parola, ogni nostro principio, prima di osare attribuirgli l’aggettivo «cristiano», che non è mai un temine acquietante, bensì l’espressione impegnativa che accosta ad una realtà umana la vita di Dio che in Gesù si è fatta conoscere.
Troppe volte si usa l’aggettivo cristiano nella cultura, nella politica, nelle nostre parole, nei libri. Troppe volte si usa questa parola per rivestire qualcosa o qualcuno di un’autorevolezza che si mostra in realtà falsa, perché non commisurata con Colui che è «la porta», il solo Cristo e quindi anche l’unico vero «cristiano».
Sapere che Gesù è la porta ci aiuta anche a vagliare le parole e la forma con cui gli altri si presentano a noi, talvolta solo fintamente «nel nome di Gesù». Nel suo Racconto dell’anticristo Vladimir S. Solov'ëv parla di un uomo affascinante, benefattore dell’umanità, capace di piegare a sé la volontà di tutti perché con il suo buon senso riesce a costruire la pace, la concordia, la difesa dell’ambiente, ogni bene che l’umanità da sempre vuole. Per fare tutto ciò egli, però, non vuole che si parli mai realmente e concretamente di Gesù secondo la fede, perché per quest’uomo il nome di Gesù è troppo divisivo, poco ecumenico, nemico dell’integrazione e dalla pace universale.
È un racconto molto provocatorio, ma anche spiritualmente molto istruttivo. Abbiamo anche noi i nostri valori, i nostri principi: inclusione, pacifismo, libertà, integrazione, difesa dell’ambiente e potremmo aggiungerne altri ancora a completamento di questo elenco. Per quanto buoni questi principi, nessuno di essi può mai essere in sé e per sé un assoluto, poiché ognuno di essi chiede di essere misurato con il Vangelo per poter essere realmente e autenticamente cristiano.
Se Gesù è la porta attraverso la quale sono chiamato a passare per uscire dal recinto, significa che solo passando di lì, andrò nella giusta direzione per trovare i pascoli della vera libertà, significa che in Lui solo c’è il significato autentico dei valori a cui mi ispiro. Chi non entra attraverso di Lui o mi suggerisce di uscire da un’altra parte, non conosce il Signore e non mi conduce a Lui e alla vita che solo in Gesù è donata.
«Anche l'atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole» (2Tm 2,5), insegna san Paolo. Gesù è la porta, la regola, la misura per la nostra vita. Non si vince con Lui se non seguendo le Sue regole, quelle che si riassumono nell’amore capace di dare la vita per gli altri; se manca l’amore come è insegnato dal Vangelo (per Dio e per l’uomo), non si vince e intorno e dentro di noi non vi è che l’atteggiamento del ladro e del brigante, anche se ci siamo rivestiti da agnelli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti