Il Signore è asceso al cielo. Con noi per sempre, vero e reale
Il libro degli Atti degli Apostoli si apre dicendo che dopo la sua risurrezione Gesù si è manifestato vivo agli Apostoli per quaranta giorni, al termine dei quali è stato assunto in cielo (cfr. At 1,2-3). È da questa indicazione che il giovedì della sesta settimana dopo il giorno di Pasqua si celebrava un tempo l’Ascensione di Gesù, festa oggi spostata alla domenica successiva a questo giorno.
Con l’ascendere di Gesù si conclude il tempo della sua manifestazione terrena, iniziato con la sua nascita e culminato con la sua morte e risurrezione. In un’epoca in cui lo spazio era suddiviso tra la terra emersa, luogo in cui si svolgeva la vita degli uomini; il sottosuolo, dimora dei morti; e il cielo, sede di Dio, pensare a Gesù che “sale al cielo” significava affermare il suo ritorno presso il Padre dal quale si era “allontanato” quando aveva posto la sua tenda in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14). Se qualcuno oggi mette in discussione questa immagine fisica dell’ascesa, non si può dubitare della potenza di questa idea che la tradizione biblica consegna per parlarci del destino ultimo di Gesù, Dio fatto uomo.
Al termine del suo racconto, nel brano di Vangelo che oggi si legge, Matteo narra con estrema sobrietà la conclusione del rapporto terreno di Gesù risorto con i suoi, senza parlare esplicitamente di ascensione: apparendo ai suoi in Galilea, là dove aveva detto l’angelo alle donne il mattino di Pasqua, dopo aver parlato loro, Gesù li lascia, senza abbandonarli.
La festa dell’ascensione che oggi si celebra ci dice che, tornando al Padre, il Risorto non ha abbandonato la terra e il suo essere uomo, ma li ha portati con sé: ora il Figlio del Padre è anche inestricabilmente il Figlio dell’uomo e la sua immagine è allo stesso tempo manifestazione del volto di Dio e piena rivelazione del volto dell’umanità. Unendo per sempre a sé la nostra carne mortale redenta, Gesù ci dice che siamo fatti “per il cielo”, siamo fatti per poter stare con Dio, poiché Gesù, con le parole dell’Evangelista Giovanni, presso il Padre ci ha preparato un posto per poterlo abitare (cfr. Gv 14, 2-3).
Contemplando Gesù accanto al Padre, al cristiano è affidato compito di guardare al cielo per comprendere come Dio ha fatto buona ogni cosa, restituendo così dignità alle realtà del mondo spesso ferite a causa delle scelte umane: penso alle cose del creato, spesso purtroppo vissute da noi solo come oggetti di possesso; penso alle realtà fondamentali della famiglia, del lavoro, del riposo, della festa, compresi non raramente secondo logiche che ci fanno perdere il loro senso più vero e profondo; penso ai rapporti umani che il Signore ci chiama a vivere come relazioni fraterne e non di conflitto. Salendo al cielo Gesù non ha abbandonato il suo legame con la terra, ricordandoci di abitarla con lo sguardo di Dio.
Nel breve testo di Matteo c’è anche uno splendido messaggio che non si può dimenticare: pur essendosi fisicamente allontanato da loro, Gesù non lascia nessuno privo della sua presenza, ma continua ad essere vicino ai suoi discepoli in altro modo: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Salito al cielo, Gesù non si è allontanato, ha solo cambiato il modo di essere presente. È bello ricordarcene: Gesù non lascia orfani i suoi amici di ieri, di oggi e di ogni tempo. Egli è con noi ora e sempre, affiancato alla vita di ciascuno, partecipe delle gioie e dei dolori che viviamo, ricordandoci che il Dio in cui crediamo è un Padre amorevole per ogni uomo.
L’ultima sottolineatura che mi piace esprimere è l’incredulità dei discepoli. Pur avendo ricevuto l’annuncio della risurrezione dalle donne, essi faticano a credere anche mentre vedono Gesù. La loro incredulità è la stessa che ci portiamo dentro anche noi: possiamo davvero credere che il Signore sia veramente risorto? Possiamo crederlo senza tentennamenti e con assoluta certezza? La fede è sempre esperienza di un affidamento che viviamo ponendo noi stessi nelle mani di Dio senza certezze umane e sensibili. Possiamo sempre dubitare, anche se circondati da una grande moltitudine di testimoni (cfr. Eb 12,1) che ci hanno preceduto e nella fede hanno vissuto. Possiamo dubitare perché il Signore non mette a tacere le domande che ci sono in noi e nemmeno mette in discussione la nostra libertà. Possiamo sempre dubitare, ci ricorda Matteo, anche davanti a quelli che sembrano fatti incontestabili. Eppure possiamo sempre anche fidarci, credendo che il Signore è risorto, asceso al cielo e anche accanto a quanti credono il Lui, presente nella vita di ciascuno di noi in modo misterioso eppure vero e reale.
Nella foto l'Ascensione di Gesù al cielo, affresco della volta della campata centrale della navata di San Sigismondo (Bernardino Gatti, il Sojaro)
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