24 maggio 2026

Il voto a Padania Acque ha celebrato il funerale della politica provinciale

Mercoledì alle sette della sera, presso la sala Stradivari di CremonaFiere, i sindaci-soci di Padania Acque erano riuniti per un’assemblea societaria.  Poco prima avevano approvato all’unanimità il bilancio d’esercizio 2025.  Si accingevano a votare i componenti del collegio sindacale della società.

Alle sette della sera le discussioni e le polemiche roventi dei giorni precedenti su questo argomento impregnavano l’aria, ma il clima appariva tranquillo.  Definirlo mesto sarebbe più corretto.

Alle sette della sera i sindaci-soci erano stanchi e demotivati.  Sfibrati dallo scontro avviato nelle settimane precedenti per una sfida molto di potere e poco di sostanza. Confusi per l’eccessivo clangore di lame incrociate. Spaesati per tanto rumore sulla spartizione di poltrone tecniche e di controllo e non di gestione.  Decisione importante, ma non tale da scatenare un cataclisma politico.

Alle sette della sera un uomo elegante, niente giacca, camicia bianca, cravatta e pantaloni blu, scarpe stringate nere e cintura dello stesso colore, sostava sul pianerottolo antistante la sala dell’assemblea. 

Presenza insolita, l’intruso rappresentava l’indizio, lo spoiler del risultato dell’imminente votazione. Alto e distinto, sentinella della sala Stradivari, l’uomo attendeva calmo e sicuro la chiusura dei lavori. Si crogiolava nel rimirare la scala reale che teneva in mano. Avrebbe vinto la partita.

Lui, il politico che non era segretario né dirigente di partito, neanche sindaco-socio e neppure assessore o consigliere.  Lui il king maker che aveva dettato le regole del gioco e dato le carte.  Lui il metronomo della politica locale, il cerbero educato, abituato ad usare pugno di ferro in guanto di velluto. Lui, pignolo e metodico, aveva diretto con maestria il traffico del consenso sulla via dell’acqua.

Alle sette della sera tutto era evangelicamente già compiuto e lui attendeva l’ufficializzazione del risultato, dell’ultimo esame prima della laurea di migliore pokerista della politica locale.  

Fabio Bertusi, l’uomo che sussurrava ai partiti, aspettava il trionfo della lista Pd-Fratelli d’Italia, da lui promossa e sostenuta. 

Non uno scherzo e non un ossimoro, ma nuovo organismo geneticamente modificato (Ogm) e registrato con il nome di Fratelli Piddini Cremonesi (FPC).  Costruito con segmenti di Dna dei due partiti dalla sezione politica di ingegneria genetica di Pd e Fratelli d’Italia, si contrappone al vecchio sodalizio Forza Italia-Lega.

Alle sette della sera il surreale diventava reale. L’assurdo si trasformava in fattuale. La politica provinciale si confermava un ologramma di mestieranti, specializzati in chiacchiere e tessere.  Popolata da maschi alfa taroccati, con ego debordanti alla ricerca di conferme. Intrisa di perdenti, truccati da vincenti. Con donne eccellenti relegate in seconda fila.

Alle sette in punto della sera si sgretolava la coalizione di centrodestra, implodeva Fratelli d’Italia.  Il Pd svendeva la propria identità per uno scranno di serie B. 

Alle sette della sera Forza Italia e Lega uscivano ammaccati dallo tsunami, ma con dignità e coerenza, gravati di un interrogativo relativo ai futuri appuntamenti elettorali. In autunno le elezioni del consiglio provinciale. Il prossimo anno il rinnovo di alcune amministrazioni comunali, Crema la più importante.  Saranno le elezioni con liste Ogm?

Alle sette della sera, in sala Stradivari la fotografia di vincitori e vinti era già chiara, in anticipo sulla chiusura della consultazione.

Di Bertusi, è stato detto.  Tutti i votanti sapevano che sarebbe salito sul gradino più alto del podio degli strateghi, pronto per la seconda parte della sua marcia alla conquista della leadership e del controllo di Fratelli d’Italia, partito al quale, si dice, sia iscritto. Obiettivo ambizioso, è impresa ardua. Considerato il livello non da Champions League della locale classe dirigente meloniana, il traguardo non sembra però impossibile. Tra i ciechi anche gli orbi ci vedono. Bertusi possiede occhi di lince.

Alle sette della sera, Andrea Bignami, seduto in prima fila nella sala Stradivari, membro uscente del collegio sindacale, tranquillo attendeva la sua riconferma, prevista dalla sceneggiatura che, sapeva, non sarebbe stata modificata. 

Stazza di Bud Spencer, l’aria rilassata ed enigmatica di un monaco buddista, è il vincitore vero. Per più di un anno il Pd ha cercato un appiglio giuridico per giubilarlo, ma indarno, direbbe il poeta. Tra i tentativi figura il vergognoso doppio passaggio in consiglio comunale del nuovo statuto della società.

Leghista della prima ora, understatement invidiabile, Bignami non ha mai dimenticato che Alberto da Giussano compare con la spada sguainata nel simbolo del suo partito. E lui è un fuoriclasse a tirare di fioretto. Come Cyrano, anche Bignami non perdona e tocca. Per altri tre anni proseguirà   a essere l’incubo del Pd e a disturbare il sonno di chi propaganda un cambiamento, che alla verifica risulta farlocco. 

«Eh già sembrava la fine del mondo ma sono ancora qua ci vuole abilità» (Vasco Rossi). 

Alle sette della sera, Matteo Romagnoli di Fratelli d’Italia, ma candidato del neonato FPC, non era roso dal dubbio sull’esito dell’elezione del collegio sindacale.

Alle sette della sera, l’ora dello spritz con stuzzichini, è stato nominato presidente del collegio sindacale di Padania Acque con i voti decisivi del Pd ma senza una parte di quelli di   Fratelli d’Italia.  Capolavoro assoluto di realpolitik non scevro di un pizzico di cinismo, la sua elezione merita una standing ovation e una riflessione su dubbi e ambiguità generati. È vera gloria il matrimonio Pd-Fratelli d’Italia? Ma il 5 maggio, Manzoni e Napoleone non c’entrano.  

Dei tre membri effettivi del collegio sindacale, il presidente Romagnoli e il consigliere Bignami sono entrambi marchiati con il timbro Centrodestra di origine controllata. Ora, è corretto affermare che la maggioranza sia formalmente di centrosinistra? No.  Ma è altrettanto vero che è sbagliato sostenere che sia di centrodestra. Il loop è servito. Definirla maggioranza bertusiana sarebbe il modo migliore per uscire dal rompicapo. È proibito dalla politica, ma non dirlo è ipocrisia.

Alle sette della sera, nella sala Stradivari è andata in onda la tragedia di Fratelli d’Italia. Confuso e spaesato, il partito fluttua nel mare grigio del nulla.  Privo di bussola, con una classe dirigente di volonterosi boy scout, non offre molto altro.

Con poche idee confuse, Fratelli d’Italia cavalca l’onda dell’improvvisazione e la coerenza manca dalla sua cassetta degli attrezzi.  Più simile a un’armata Brancaleone che a una falange oplitica, è un partito bipolare.  Raccoglie consensi, tessere e poltrone, ma non dirigenti all’altezza del ruolo.  Non incide per i numeri che può esibire.  

Nella guerra per il collegio sindacale di Padania Acque, i boy scout scalcagnati di Giorgia Meloni si sono schierati con la squadra vincente. Hanno ottenuto il presidente, ma si sono ritrovati spelacchiati per fratricide e furiose liti all’arma bianca.  

Partiti per suonare, hanno sì suonato, ma sono tornati suonati. Un caso da studiare.

Marcello Ventura, il capo dei lupetti, al momento di scatenare l’inferno contro gli ex alleati Lega e Forza Italia e fornire sostegno a Romagnoli, è rimasto con il cerino in mano. Travolto dalle contestazioni per l’accordo con il Pd, si è ritrovato con l’esercito decimato per la diserzione dei suoi ufficiali, contrari al matrimonio con il Pd.   Contestato, è stato costretto ad affrontare una lotta intestina a colpi di comunicati, fuga di notizie, colpi bassi.  Il partito da Fratelli d’Italia si è trasformato in Fratelli coltelli, un’evoluzione darwiniana al contrario. 

Sarebbe miope addossare esclusivamente la responsabilità del disastro a Ventura. Il fallimento della linea rossonera va condiviso con il mantovano Carlo Maccari, coordinatore regionale del partito. 

Spedito a Crema per commissariare il circolo indisciplinato, in città si è visto molto poco, e molto poco è già molto. 

Sulla guerra che ha squassato il partito non ha mosso un dito. Non ha profferito una parola. Si è caratterizzato per il suo silenzio devastante per Fratelli d’Italia. Nel valzer dell’assurdo, si è salvato il senatore Renato Ancorotti. Sveglio come pochi e rapido come un centometrista olimpico, si è divincolato in tempo record dall’abbraccio mortale con il Pd.  Chiude il cerchio il documento del direttivo provinciale del partito. Dissente dalla linea filopidiessina di Ventura. Questo basta e avanza.  Alla riunione erano presenti in pochi, ma sufficienti per risultare giustizieri. 

Alle sette della sera i sindaci-soci del Pd presenti a CremonaFiere, acquattati e silenziosi, seguivano discreti i lavori dell’assemblea.   Nei giorni successivi alla nomina non hanno rilasciato dichiarazioni. Niente polemiche. Profilo basso e via andare.

Stupisce il silenzio del consigliere regionale del Pd, Matteo Piloni. Ubiquitario interviene su tutti i problemi del territorio, se necessario anche sul ruolo sociale del gioco della lippa.

Alle sette della sera il Pd ha vinto. Ha spaccato e incenerito Fratelli d’Italia. Ha confermato di essere la Dc del terzo millennio. Ma più arrogante. Forse più spregiudicato. Ne valeva la pena?  

Se Alle cinque della sera è il Lamento per Ignacio Sanchez Mejias di Garcia Lorca, quanto è successo mercoledì alle sette della sera in sala Stradivari è  il Lamento funebre della politica provinciale. Condoglianze. 

Antonio Grassi


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commenti


Loredana

24 maggio 2026 10:03

Tra tutti, non stupisce il silenzio del consigliere regionale del Pd, Matteo Piloni. Come altri del PD sono politici di professione, senza una professione alternativa, appesi alle dinamiche commerciali e mercenarie della politica nostrana dove tutto è possibile purchè remunerativo. Crema va per conto suo, ormai. Lo si è capito da tempo. Cremona è inadeguata sotto molti profili, soprattutto politici.
Il lamento funebre della politica provinciale non si è elevato oggi. Sono anni che fa da sottofondo nella città della musica da requiem dove i più furbi cercano di accattonare il possibile prima del disastro. Mantova lo ha capito da tempo e nella spartizione prende ciò che può, tanto i cremonesi capiscono poco e al massimo rivendicano l'appoggio a Piacenza per non rimanere isolati dai treni che passano dappertutto tranne che a Cremona.