3 maggio 2026

Nei Comuni aumenta il welfare, i bilanci scricchiolano

Le risorse investite dai comuni nei servizi sociali sono in costante aumento in valore assoluto, ma anche in percentuale sulla spesa corrente.  Ed è questo il dato significativo che allerta e preoccupa gli amministratori pubblici. Soprattutto quelli dei piccoli comuni, costretti a far quadrare i conti con entrate limitate e minimi spazi di manovra.  

Un problema carsico che riemerge ogni anno in occasione della discussione dei bilanci comunali. E così è avvenuto nei giorni e nelle settimane scorse durante l’approvazione del consuntivo 2025, impegno da chiudere entro il 30 aprile.

Per gli ottimisti, il trend indica una maggiore attenzione al welfare. Per i pessimisti, segnala un aumento del disagio dei cittadini. Probabilmente la verità sta nel mezzo.

Un aiuto per interpretare l’esplosione dei numeri viene da Alessandro Portesani, consigliere comunale di Novità a Cremona e operatore nel settore socio-sanitario. Diplomatico con la spada, è il Gandalf della politica del capoluogo, che all’occorrenza sa essere Aragorn. 

«Dai dati relativi al periodo 2020-2025 - spiega - emerge che in città la crescita della spesa sociale, da circa 24 a quasi 33 milioni, sembra legata soprattutto a un aumento della domanda, più che a un rafforzamento strutturale del Comune. In particolare crescono alcune aree specifiche, come minori e accoglienza (MSNA), che però risultano in larga parte coperte da trasferimenti statali.  Questo porta a un aumento della capacità di risposta, ma in modo piuttosto vincolato e dipendente da risorse esterne».

Un trend al rialzo che Cinzia Fontana, vice sindaca di Crema, conferma e sottolinea con la preoccupazione e la precisione che la caratterizzano. 

Rigorosa, la Nilde Jotti provinciale snocciola alcune cifre. Fredde, spiegano lo stato dell’arte più di un appassionato discorso.

Aveva già sollevato la questione due anni fa (Cremona sera, 4 agosto 2024), senza ottenere i risultati sperati. La discussione è durata il tempo di un’incazzatura. Poi è ritornata nel sottosuolo. Di quel dibattito restano sbiaditi ricordi di qualche mugugno dei sindaci e alcune velleitarie promesse di azioni di protesta da recapitare a Roma, poco altro. 

Pragmatica e idealista, la vice sindaca, anche lei come Patti Smith in People Have The Power, crede «che tutto quello che sogniamo può arrivare». 

Per questo, inossidabile e con il supporto dei numeri, ripropone l’argomento della spesa sociale. Intanto coltiva la speranza che, diversamente dal passato, la questione non ritorni in cantina o in soffitta come l’albero di Natale, per rimanerci fino al prossimo anno. 

Fontana sottolinea che nel 2009 i comuni impiegavano per diritti e politiche sociali e famiglie il 15,2 per cento delle spese correnti.  Nel 2019 il 23,0; nel 2025 il 25,9.

Per istruzione e diritto allo studio, Servizio di Assistenza per l’Autonomia Personale (Saap) compreso, si è passati negli stessi anni di riferimento dal 9,4 per cento al 9,9 e all’11,5 della spesa corrente.  Se si estrapolano i dati del Saap si rileva che il suo incremento è stato dell’1,6 per cento, più che triplicato rispetto allo 0,5 per cento dei dieci anni precedenti.

L’analisi comparativa dei rendiconti 2009–2019–2025 forniti dalla vice sindaca evidenzia una riallocazione strutturale delle spese correnti verso gli interventi sociali ed educativi.

 Da 4,9 milioni di euro nel 2009 la spesa è passata a 10,8 nel 2025 con un incremento del 120 per cento, che giustifica i timori dei comuni.  

La crescita, in percentuale, supera ampiamente quella delle spese correnti complessive, salite dai 32,4 milioni di euro nel 2009 ai 41,7 del 2025, con una variazione del 29 per cento. Anche l’istruzione ha seguito un percorso di rafforzamento. Dai 3,05 milioni di euro del 2009 è salita ai 4,79 del 2025, un balzo del 57 per cento.  Una crescita significativa, ma più contenuta rispetto al sociale. 

I bilanci raccontano di più welfare, più istruzione, più attenzione alle persone. Ma anche più difficoltà per i comuni. Non è sufficiente incrementare la spesa, per una buona politica sociale. Servono equità, sostenibilità e risposte alle reali richieste di assistenza. Se fosse il contrario si cadrebbe nell’assistenzialismo, antitesi di una buona amministrazione della cosa pubblica. E il rischio di incorrere in questo errore sempre dietro l’angolo.

I servizi sociali rientrano tra le funzioni più seguite e più curate delle amministrazioni comunali, ma anche tra le più complesse da gestire. Richiedono un’attenzione particolare, che travalica l’aspetto economico che, piaccia o non piaccia, per i comuni rimane l’ostacolo più impegnativo da affrontare.

La missione 12 del bilancio (il capitolo di spesa che si occupa del sociale)  e i relativi programmi sono il navigatore che informa del percorso intrapreso dai singoli comuni nel sociale. Sono le colonne d’Ercole che tutte le amministrazioni devono superare per poi navigare in un mare tutt’altro che calmo. Questo implica risorse adeguate e coraggio. Ma non basta ancora. 

Se i comuni sono gli armatori del vascello, le assistenti sociali sono le skipper. E qui sorge un problema. Anzi il problema per eccellenza, l’ostacolo più difficile da rimuovere. 

Le assistenti sociali scarseggiano e spesso l’opzione di operare nel privato prevale su quella di impegnarsi nel pubblico. Le ragioni di questa scelta sono più che giustificate dal riconoscimento economico, dall’ambiente di lavoro più accogliente, dal minore carico burocratico.   Vantaggi non necessariamente offerti tutti insieme.

Poi c’è la burocrazia che non aiuta. Complica e toglie del tempo all’assistenza.  L’informatica non fornisce l’aiuto sostanziale che offre in altri settori.

L’Azienda Sociale Cremonese, la Comunità Sociale Cremasca e il Consorzio Casalasco Servizi Sociali, che raggruppano i comuni delle tre aree provinciali non possono ancora fare miracoli. Comunque resta il nodo della carenza di assistenti sociali.

Il quadro non è dei migliori e le prospettive per il futuro non sono incoraggianti.

Le fragilità sono in aumento.  La povertà legata al lavoro precario e sottopagato determina un crescente disagio sociale a cui i comuni, da soli, non riescono a fornire risposte adeguate. 

Una nota positiva arriva dall’Asst di Crema.  Su alcuni temi socio-sanitari è già in atto una sinergia con i comuni, ma è una goccia in mezzo al mare. 

Un aiuto alle amministrazioni potrebbe venire da una collaborazione con enti e associazioni impegnate nel settore dell’assistenza. Non è un obiettivo impossibile.  Basterebbero meno steccati e più dialogo. Poi la volontà di condividere le competenze. Si determinerebbe un valore aggiunto, utile non solo per la gestione del disagio sociale, ma anche per la prevenzione dello stesso. Strada maestra per evitare che il malessere si trasformi in patologia ingestibile. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Grassi


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


Tommaso IIF

3 maggio 2026 08:16

Oggi ho più una domanda che una considerazione da fare: com’è che a fronte di maggiori spese correnti, di anno in anno, aumentano di converso le richieste sociali?
Stiamo curando i sintomi senza comprenderne le cause?
Inoltre, pare che le “autonomie” facciano bene solo al bilancio statale che poi ha modo di pagare interessi sul debito pubblico (a vantaggio di finanzieri privati!) o, ad esempio, di foraggiare (con assurde giustificazioni al limite della costituzionalità) i corrotti del governo ucraino con miliardi a palate, mentre i Comuni italiani sono al collasso e direi nella vera trincea dell’emergenza sociale… vero male di questo nostro secolo.
La spesa per il welfare si è spostata nel tempo dallo Stato ai territori e, per finire, direttamente alle tasche dei cittadini più fragili.
A quando un’analisi seria delle cause dopo degli effetti?

Le menti dei deboli, nel frattempo, sono obnubilate da un’assurda contrapposizione fra fasciati e antifascisti (cioè sul nulla), dalla ricorrenza del 25 aprile che non segna affatto la fine delle ostilità (almeno nel nostro Paese) e da una festa del primo maggio ridotta a sequel ipocrita e demagogico del festival di Sanremo a detrimento, per i restanti 364 giorni dell’anno, dei diritti dei lavoratori sempre più erosi e anacronistici rispetto alla quarta rivoluzione industriale.

Le questioni sembrano scollegate, ma c’è un filo rosso che le unisce.

biagio

3 maggio 2026 09:21

L’editoriale di Grassi sui bilanci dei Comuni racconta una cosa semplice: i bisogni aumentano più velocemente delle risorse. Nel 2009 i Comuni destinavano il 15,2% della spesa corrente al sociale; nel 2025 siamo al 25,9%. La spesa sociale è più che raddoppiata, da 4,9 a 10,8 milioni, mentre la spesa complessiva è cresciuta solo del 29%. È un divario che parla da solo: il sistema non regge più.

E questo schema non riguarda solo il welfare locale. Lo ritroviamo nella sanità che perde personale, nel lavoro sempre più precario, nella scuola che fatica a garantire pari opportunità, nella sicurezza dove si chiedono più controlli ma gli organici sono fermi da anni. Ogni settore racconta la stessa storia: più fragilità, meno strumenti.

Quello che stupisce, da cittadino, è il modo in cui la politica continua a parlarne. Mentre i problemi diventano strutturali, il dibattito resta pieno di slogan riciclati: “costruiremo 100 mila alloggi”, “aboliremo le accise”, “supereremo la Fornero”. Le stesse promesse che sentivamo dieci anni fa, ripetute come se il tempo non fosse passato e come se il Paese non fosse cambiato. È difficile non pensare che il vero conflitto di interesse sia uno solo: la paura di non essere rieletti.

Il risultato è che si preferiscono bonus, annunci, inaugurazioni e piccole mancette, invece di affrontare i nodi veri. Ma un Paese non si governa con i titoli dei comizi: si governa con scelte difficili, spiegate con onestà. E soprattutto con continuità. Perché welfare, sanità, sicurezza, scuola e lavoro non possono cambiare direzione ogni cinque anni, a seconda di chi vince.

Qui sta il punto: serve cooperazione tra i partiti, non per annacquare le differenze, ma per proteggere ciò che è essenziale. I Comuni non possono farcela da soli. Le Regioni nemmeno. E lo Stato, senza una strategia condivisa, continuerà a rincorrere emergenze che non finiscono mai.

Non è questione di destra o sinistra. È questione di responsabilità. Va bene che chiunque possa essere eletto, ma poi serve l’umiltà di affidarsi a chi conosce i numeri, l’economia, la demografia. Non è elitismo: è buon governo. Perché un Paese che non investe in competenze finisce per pagare il prezzo dell’improvvisazione.

L’analisi di Grassi parte dai Comuni, ma il messaggio è nazionale: se non si cambia metodo, l’Italia rischia di diventare un Paese diviso, dove chi può permettersi tutto vive bene e chi lavora senza tutele non può permettersi nemmeno i servizi essenziali. Non è un destino inevitabile, ma è la direzione verso cui stiamo andando se continuiamo a confondere la politica con la propaganda. Un saluto da Biagio