Non siamo ciechi. Scegliamo dove guardare
Ogni giorno scegliamo una guerra. Un titolo. Un'immagine. Un hashtag. Una bandiera da esporre sul profilo: Gaza, Israele, Ucraina, Sudan, Afghanistan. Come se il dolore potesse essere organizzato in categorie. Come se le tragedie si alternassero ordinatamente sul palcoscenico dell'informazione. Eppure, il mondo non funziona così. Le guerre non sono isole. Sono fili dello stesso tessuto. Le decisioni prese a Bruxelles, Washington, Mosca, Pechino, Teheran o Ankara producono conseguenze ben oltre i loro confini. Gli interessi economici, energetici, militari e geopolitici non conoscono frontiere. Perché allora continuiamo a raccontare ogni conflitto come se fosse una storia a sé? Forse è proprio questa la nostra più grande cecità. Parliamo continuamente, ma vediamo sempre meno.
Ci indigniamo per Gaza, ed è giusto farlo. Nessuna coscienza può restare indifferente davanti ai civili uccisi, alla fame, alle città distrutte, ai bambini che pagano il prezzo delle decisioni degli adulti. Poi, però, cambiamo pagina.
Quasi nessuno guarda più verso Kabul.
In Afghanistan milioni di donne vivono una realtà che fatichiamo perfino a definire con parole adeguate. Non si tratta più soltanto di discriminazione. Si tratta di una progressiva cancellazione dalla vita pubblica. L'istruzione è stata negata, il lavoro limitato, la libertà di movimento ridotta, l'autonomia economica quasi azzerata, la violenza verso le donne è persino legittimata. I dati delle organizzazioni internazionali raccontano una delle più profonde disparità di genere al mondo: milioni di ragazze sono escluse contemporaneamente dalla scuola, dal lavoro e dalla formazione, mentre la partecipazione femminile alla vita pubblica continua a restringersi. L'orrore non sempre fa rumore. A volte diventa normalità. Ed è proprio allora che diventa più pericoloso. C'è un dettaglio che troppo spesso dimentichiamo: l'Afghanistan non è sempre stato questo.
Negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta Kabul era una città aperta al mondo. Le università erano frequentate da uomini e donne. Le fotografie dell'epoca mostrano ragazze con i libri sotto il braccio, insegnanti, medici, professioniste. Non era un paradiso. Le aree rurali vivevano realtà molto diverse ma quelle immagini raccontano una verità che oggi sembra quasi rivoluzionaria.
La libertà non è eterna, può essere conquistata e può essere perduta.
Oriana Fallaci lo aveva intuito molto prima di tanti altri. Da cronista non cercava slogan. Cercava persone. Sapeva che osservare la condizione delle donne significava capire la salute morale di una società. E sapeva anche che chi dimentica la storia finisce per credere che il presente sia sempre stato così. Non è vero, è proprio questa dimenticanza che ci rende vulnerabili. Oggi assistiamo a un'altra contraddizione.
L'Europa continua, legittimamente, a cercare interlocuzioni diplomatiche per affrontare questioni umanitarie, migratorie e di sicurezza. La diplomazia deve dialogare anche con interlocutori difficili. Ma una domanda resta. Una domanda scomoda. Quanto può spingersi il pragmatismo quando, dall'altra parte del tavolo, siedono uomini che hanno cancellato diritti fondamentali a milioni di donne?
Non è una domanda contro qualcuno. È una domanda che riguarda tutti noi.
Perché la politica internazionale conosce il linguaggio degli interessi. I diritti umani dovrebbero conoscere quello della coerenza. Poi c'è il Congo, per esempio.
Sì, proprio quella Repubblica Democratica del Congo che troppo spesso scompare dai nostri notiziari perché il mondo sembra avere spazio soltanto per una tragedia alla volta.
Lì si consuma una delle emergenze umanitarie più gravi e dimenticate del pianeta. Milioni di persone sono costrette ad abbandonare le proprie case per sfuggire ai combattimenti, alle epidemie, alla fame. Intere famiglie sopravvivono in rifugi di fortuna, spesso senza acqua, senza cure e, in alcuni casi, senza nemmeno un telo di plastica con cui proteggersi dalle piogge torrenziali.
Anche questa sembrerebbe una storia a parte ma è proprio qui continuiamo a sbagliare. Pensiamo che Gaza sia Gaza. Che Kabul sia Kabul. Che il Congo sia il Congo.
Che l'immigrazione riguardi soltanto chi arriva sulle nostre coste.
Il mondo non è un mosaico di problemi indipendenti. Le guerre producono instabilità. L'instabilità genera povertà. La povertà alimenta le migrazioni. Le migrazioni modificano gli equilibri politici. Gli equilibri politici influenzano le nostre democrazie. Noi continuiamo a osservare soltanto l'ultimo anello della catena, dimenticando tutto ciò che è venuto prima.
Il vero problema è che continuiamo a discutere degli effetti senza avere il coraggio di affrontarne le cause.
Prima dell'ideologia dovrebbe esserci l'essere umano.
Abbiamo imparato a catalogare tutto: le guerre, le vittime, i popoli, perfino la compassione. Abbiamo catalogato la sofferenza. La sofferenza non ha una nazionalità. E la coscienza non dovrebbe avere confini. La storia ci ha portati fino a qui.
Ci ha consegnato un mondo straordinariamente interconnesso, nel quale ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza può cambiare anche la nostra quotidianità. Del domani, però, non vi è alcuna certezza. Proprio per questo non possiamo permetterci il lusso dell'indifferenza. Non siamo diventati ciechi.
Forse abbiamo semplicemente dimenticato che il destino degli altri, prima o poi, potrebbe, inevitabilmente, diventare anche il nostro.
La foto di donne talebane è tratta da l'Osservatore Romano e da OnuItalia il Giornale Italiano delle Nazioni Unite
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commenti
Blek
26 giugno 2026 13:08
Come sempre chapeau. Non scegliamo solo le guerre di cui parlare, ma anche le ideologie. Perché mai le donne in Afghanistan sono diventate dei famtasmi nella società? La spiegazione non si presta ad equivoci. È una parolina semplice di 5 lettere,, ma che si fa tanta fatica a nominare, a tirare in causa: islam.
Blek
26 giugno 2026 20:56
Ma a proposito della condizione femminile attuale dell'Afghanistan, c'è di più rispetto a quello che dice, con una bella sorpresa per i giovani maschi, anche loro coinvolti in questa totale follia. La popolazione in tante città come Herat si è ribellata e come in Iran, il regime teocratico non ha indugiato a sparare per strada uccidendo donne studenti universitari che protestavano per la chiusura delle università.... Le donne non possono più frequentare le scuole dopo la sesta elementare, non possono uscire di casa se non accompagnate da un parente maschio adulto; non possono parlare in pubblico né farsi sentire da altre donne, non possono esprimersi né ricevere cure mediche senza un tutore maschio; sono bandite da alcuni parchi,palestre e luoghi di svago; c'è una forte riduzione delle donne nei media e in TV,diverse giornaliste in TV sono state obbligate al velo, scuole e corsi di formazione professionale riservati alle donne sono stati chiusi, hanno quindi legalizzato,all'inizio del mese la vendita delle bambine di 9 anni.,ma Zaran Mandami,moglie del sindaco di new York, così attenta ai diritti delle donne, se ne è stata in silenzio, come tante femministe e tanto progressismo nostrano. Non bastasse, si sono inventati il Bacha bazi, in cui ragazzi maschi si vestono da donne per danzare di fronte a uomini potenti e diventare i loro oggetti sessuali,pratica ritenuta inappropriata se la fanno le donne ma piu' virile, più attraente se questa danza perversa la fanno giovani ragazzi...che c'è da aggiungere?, se non la tristezza che una barbarie del genere, altro che Medioevo, si manifesti nel secolo attuale e nel quasi totale silenzio dei massmedia. E d'altronde si è visto chi finora ha commentato l'articolo. Anzi chi non lo ha commentato. Dove sono finite le femministe cremonesi?