Quando la vacanza diventa assalto: il turismo che consuma i luoghi e dimentica il rispetto
C’è stato un tempo in cui andare in montagna significava cercare silenzio.
Non soltanto aria più pulita, panorami più ampi, temperature più gentili. Silenzio. Quello vero. Quello che non si compra con un pacchetto turistico, non si fotografa in posa, non si misura in like. Il silenzio dei sentieri, dei boschi, delle pietre, dei passi che obbligano a rallentare. Il silenzio che, se lo sai ascoltare, ti restituisce qualcosa di te.
Oggi, in molte località, sembra invece di assistere a un paradosso: si sale in quota per fuggire dal caos e si finisce in coda per entrare nel silenzio.
Il turismo è una ricchezza. Sarebbe miope negarlo. Porta lavoro, economia, relazioni, apertura, conoscenza. Il problema nasce quando la ricchezza diventa pressione, quando la bellezza diventa merce, quando i luoghi smettono di essere vissuti e iniziano a essere consumati.
Il Trentino conosce bene questa trasformazione. Il 2024 è stato definito dalla Provincia autonoma di Trento il miglior anno turistico dell’ultimo decennio; anche l’Istituto di statistica provinciale ha confermato risultati molto positivi per arrivi e presenze. Il comprensorio Pontedilegno-Tonale, tra Lombardia e Trentino, ha registrato numeri importanti: oltre 180mila presenze sulle piste tra il 23 dicembre 2024 e il 6 gennaio 2025, con una giornata da 17mila primi ingressi. La stagione invernale 2025/2026 si è poi chiusa con quasi un milione di sciatori sulle piste e un aumento del 3% dei primi ingressi.
Numeri importanti. Numeri che raccontano attrattività, organizzazione, capacità di richiamo. Ma i numeri, da soli, non bastano a raccontare tutto.
Perché accanto all’economia c’è la tenuta dei luoghi. Accanto al pienone c’è il limite. Accanto alla fotografia perfetta c’è la domanda più scomoda: quanta pressione può sopportare una montagna prima di smettere di essere montagna e diventare soltanto una scenografia affollata?
Il discorso vale per il Trentino, per Ponte di Legno, per molte località alpine. Ma vale anche per il mare. Le mete che tanti cremonesi conoscono bene — la Romagna, il Veneto, la Liguria, la Toscana — non sono più sempre quelle dei ricordi familiari, delle pensioni semplici, delle estati lunghe e imperfette. Anche lì tutto sembra più pieno, più caro, più compresso, più organizzato per vendere esperienze che per lasciarle vivere.
L’Istat ha indicato il 2024 come un anno eccezionale per il turismo in Italia, con valori record dei flussi turistici, e nel secondo trimestre 2025 ha rilevato un andamento ancora superiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nella Riviera romagnola, sempre secondo Istat, nel secondo trimestre 2025 località come Ravenna, Cervia, Rimini, Riccione e Cesenatico hanno registrato variazioni positive delle presenze rispetto al 2024.
Anche qui, però, la domanda resta: vogliamo turismo o consumo turistico?
Perché non è la presenza delle persone a essere un problema. Non lo è mai. I luoghi non appartengono a pochi eletti. La montagna non è riserva aristocratica di chi la conosce da sempre, così come il mare non appartiene a chi può permettersi una casa in prima fila. Sarebbe un pensiero sbagliato, chiuso, persino ingiusto.
Il punto è un altro: l’accesso a un luogo non può cancellare il rispetto per quel luogo.
Lo dico anche partendo da un’esperienza personale. Ho sempre amato le vie ferrate e i sentieri che portano ai luoghi delle grandi guerre mondiali. Non per cercare l’adrenalina fine a sè stessa, ma per camminare dentro una memoria. Per salire verso quei passi dove uomini giovanissimi hanno combattuto, sofferto, resistito, spesso morendo per la libertà, per il tricolore, per un’idea di patria che oggi pronunciamo molto e interroghiamo poco.
Ci sono luoghi in cui bisognerebbe arrivare quasi in punta di piedi. Non perché siano proibiti ma perché sono sacri alla memoria, alla fatica, al dolore, alla storia.
Allora, vedere l’alta quota trasformata in passerella, tra selfie, sneakers inadatte, abbigliamento improvvisato, superficialità e desiderio compulsivo di “esserci”, fa riflettere. Fa riflettere sul cambiamento climatico, certo, che rende la montagna sempre più fragile, instabile, imprevedibile. Ma fa riflettere anche su un cambiamento culturale forse ancora più profondo: abbiamo perso il senso della misura.
La montagna è per tutti. Ma “per tutti” non significa “senza preparazione”. Non significa “senza prudenza”. Non significa “senza rispetto”. Ci sono luoghi in cui non basta la moda del momento. Serve tecnica. Serve abbigliamento adeguato. Serve preparazione fisica e mentale. Serve la capacità di capire quando fermarsi, quando rinunciare, quando il desiderio di arrivare non vale il rischio di farsi male o di mettere in difficoltà chi poi dovrà intervenire per soccorrerti.
La libertà di andare ovunque non coincide con il diritto di andarci impreparati.
Questa frase dovrebbe valere per la montagna, ma forse anche per il nostro modo di attraversare il mondo. Abbiamo trasformato il viaggio in prestazione, il paesaggio in contenuto, il silenzio in sfondo, la memoria in scenografia. Ci fotografiamo davanti ai luoghi prima ancora di chiederci che cosa quei luoghi ci stiano dicendo.
E così il turismo rischia di diventare assalto.
Assalto ai borghi, alle spiagge, alle cime, ai passi, ai laghi, ai centri storici. Non sempre un assalto violento, certo. Spesso è un assalto gentile, sorridente, colorato, economicamente utile. Ma resta pur sempre una pressione. E quando una pressione cresce senza misura, prima o poi qualcosa si incrina.
Si incrina la vita dei residenti. Si incrina l’equilibrio dei territori. Si incrina il rapporto tra chi arriva e chi resta. Si incrina perfino l’esperienza del turista stesso, che cercava autenticità e trova folla, cercava natura e trova code, cercava pace e trova rumore.
Cremona, da osservatorio di pianura, conosce bene questo desiderio di fuga. Il fine settimana in montagna, la settimana bianca a Ponte, la vacanza in Romagna, la Liguria dei ponti, il Veneto delle famiglie, la Toscana delle seconde case e dei borghi. Anche noi, spesso, siamo parte di quei flussi. Anche noi contribuiamo, magari senza accorgercene, a quel cambiamento che poi critichiamo quando ci sembra di aver perso qualcosa.
Ed è qui che la riflessione deve diventare onesta.
Non possiamo lamentarci dell’overtourism come se fosse colpa di altri. Siamo anche noi turisti. Siamo anche noi viaggiatori. Siamo anche noi, talvolta, consumatori frettolosi di bellezza. La differenza sta nel modo in cui attraversiamo i luoghi.
C’è chi arriva e pretende. E c’è chi arriva e ringrazia.
C’è chi consuma e chi custodisce.
C’è chi fotografa tutto e non guarda niente. E chi magari scatta una sola immagine, ma torna a casa con qualcosa dentro.
Il turismo del futuro, se vuole sopravvivere a sè stesso, dovrà ripartire da qui: dal limite. Una parola che oggi piace poco, perché sembra togliere libertà. In realtà la salva. Il limite non è il nemico dell’esperienza. È ciò che permette all’esperienza di non distruggere ciò che ama.
Serve misura negli accessi, dove necessario. Serve educazione alla montagna. Serve rispetto per i residenti. Serve una politica turistica che non misuri tutto solo in presenze, arrivi, pernottamenti, fatturato. Serve il coraggio di dire che un luogo pieno non è automaticamente un luogo vivo. A volte è solo un luogo saturo.
E serve anche una responsabilità personale, che nessuna ordinanza potrà mai sostituire.
Perché il problema non è andare in Trentino, a Ponte di Legno, al mare, in un borgo o su un sentiero. Il problema è andarci senza domandarsi che traccia lasciamo. Il problema è pensare che pagare un albergo, uno skipass, un parcheggio o un ombrellone ci autorizzi a dimenticare il rispetto. Il problema è credere che il mondo sia lì per essere usato, non incontrato.
Forse è questo che è cambiato, e non in positivo. Abbiamo più possibilità di viaggiare, ma meno capacità di sostare. Più strumenti per orientarci, ma meno attenzione a dove siamo. Più abbigliamento tecnico esibito, ma talvolta meno vera preparazione. Più immagini, ma meno sguardo.
E allora la domanda non è se dobbiamo smettere di viaggiare. No. Sarebbe assurdo.
La domanda è se siamo ancora capaci di meritare i luoghi che attraversiamo.
La montagna non chiede applausi. Il mare non chiede slogan. I borghi non chiedono folle distratte. Chiedono presenza, cura, educazione, misura. Chiedono di essere vissuti senza essere divorati.
Perché quando tutto diventa esperienza da vendere e da pubblicare, qualcosa si perde. Si perde il silenzio. Si perde il rispetto. Si perde la memoria. Si perde il senso del limite.
E forse, senza accorgercene, perdiamo anche noi stessi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti
Ulisse
16 agosto 2026 08:16
Bellissimo articolo; purtroppo spesso manca il rispetto e la tutela del bene paesaggistico in primis da parte degli amministratori locali, che spingono per aumentare le presenze senza regole col miraggio di facili guadagni. Spero solo ci sia una inversione di tendenza e che non sia troppo tardi...
Manuel
16 agosto 2026 09:15
A Beatrice Ponzoni dico: benvenuta nel mondo reale!
Ciò che descrive è il consumismo. In Italia è arrivato negli anni sessanta, col boom economico e non si è più fermato.
Mettere in discussione il consumismo è mettere in discussione il sistema... ed i suoi pupari.
Forza Beatrice, hai aperto la strada: lancia in resta a disarcionare il nemico.
Patrizia Tupini
16 agosto 2026 10:33
Trovo questo articolo da oscar! Riflessioni importanti e ben enunciate vissute nel leggerle come in prima persona. Credo che la voce del silenzio sia in questo caso molto più eloquente di una foto,panorama mozzafiato compreso.Certi posti vanno rispettati! Il turismo a volte và evitato o meglio certi turisti sane be meglio stessero a casa piuttosto che frodare un posto di tanta bellezza
Eva
16 agosto 2026 13:19
Articolo perfetto sottoscrivo ogni virgola*anche io sono giornalista)
È tutto però molto triste.sono ritornata dopo mezzo secolo a Campo Tures dove andavo in vacanza da.bimba con mamma.vicino al bosco delle cascate a Riva dei Molini ora c'è il mercatino estivo con tante paccottaglie.punto ristoro,dancing et similia.tutto cambia,si dirà..ma il respiro e il ritmo della montagna è lento.da recuperare per ritrovarsi