Una parabola che parla anche a me
È certamente possibile pensare che la parabola detta dei “vignaioli omicidi” sia raccontata per dire ai capi dei sacerdoti e agli anziani di Israele che mentre Dio si fidava di loro consegnando ad essi il suo popolo, essi lo hanno tradito, preoccupandosi del loro interesse personale piuttosto che della fedeltà autentica alla Legge di Mosè. L’interpretazione è corretta perché la vigna è una chiara metafora del popolo di Israele, come dice il profeta Isaia (cfr. Is 5,1-7), e perché Gesù si rivolge a coloro che, come i vignaioli, rivestono un ruolo di responsabilità su una proprietà che non appartiene loro.
La riflessione dei primi cristiani ha portato ad interpretare questo racconto anche in un senso più ampio. Oltre gli ascoltatori a cui Gesù si rivolgeva, questa parabola potrebbe far pensare che per estensione la vigna sia metafora dell’Alleanza che, rinnovata attraverso la croce di Gesù, viene ora rivolta non solo al popolo con cui Dio da sempre ha un rapporto, ma anche a tutti i popoli della terra, quelle “genti” che, come pietra scartata, ora divengono testata d’angolo, pietra significativa per il nuovo edificio che Dio costruisce e che ha come fondamento Gesù. In questo senso gli altri contadini sarebbero il nuovo popolo a cui Dio affida la sua Alleanza e il suo amore.
Benché corrette queste due possibili letture dicono molto poco a noi, riguardando esclusivamente altri.
Per accogliere l’ascolto di questo testo potremmo essere tentati di rivolgerlo solo a quanti rivestono una qualche forma di responsabilità all’interno del popolo cristiano e sicuramente farebbe bene a queste persone chiedersi se rispetto al compito che Dio ha affidato loro, essi sanno restituirgli frutti significativi, oppure se stanno curando solo se stessi, ignorando i richiami che Dio non smette di mandare, anche al giorno d’oggi, perché mai sono mancati e mancano profeti che parlano a nome di Dio per il rinnovamento della sua Chiesa, come lo fu san Francesco nel suo tempo.
Se vogliamo chiederci cosa queste parole dicano a noi, siamo chiamati a fare un salto che prende spunto dal testo e gli permette di risuonare per la nostra vita.
Anche a noi, a ciascuno di noi, Dio affida cose che sono per Lui molto preziose, delle quali si prende cura, come il padrone della parabola fa con la sua vigna. Pensiamo alle persone che ci stanno accanto, pensiamo alla nostra vocazione, pensiamo alla famiglia che abbiamo costruito insieme con il nostro coniuge, pensiamo ai doni che possediamo, ma pensiamo anche al Vangelo, ai Sacramenti, alla responsabilità di annunciare il Signore risorto alle nuove generazioni, al mandato di essere comunità che testimoniano la fede vivendola. Tutte queste “cose” ci sono affidate. Sono preziose agli occhi di Dio. Sono nelle nostre mani perché le facciamo fruttificare e non per disporne a nostro piacimento, come se riguardassero solo noi.
Cosa avviene se le sciupiamo? Dio le passerà ad altri. Altri si prenderanno cura delle realtà importanti a cui Dio tiene, ma noi le perderemo.
Ci sono nella vita persone, realtà, situazioni, consegne religiose che Dio ci affida affinché le facciamo fruttificare, dando il meglio di noi. Rifiutare di presentare quel che abbiamo raccolto, non significa diventarne i padroni, ma dimenticare chi siamo e qual è il nostro compito nel mondo. Tenere stretti per noi i suoi doni, pensando di poterne disporre a nostro piacimento, significa in qualche modo rinnovare la morte del Suo Figlio, perché ne rinneghiamo il nome e il Vangelo che ci ha consegnato.
Ascoltare la parabola dei “vignaioli omicidi” interpella la nostra vita, la vita della nostra Chiesa di oggi, la vita delle nostre comunità e ci chiede se di fronte ai doni che Dio ci ha affidato siamo amministratori responsabili o ingenui usurpatori che creano una distanza sempre maggiore dalla bontà di Dio e rinnegando il nostro rapporto con Lui nel suo Figlio Gesù, costruiscono la loro triste solitudine, rovinando se stessi e perdendo tutte le ricchezze affidate da Dio.
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