20 gennaio 2026

Dante e la filosofia con Vittorio Dornetti al Caffè filosofico di Crema

Interpretare i grandi: un bel problema 

Ai grandi tocca essere interpretati. Una scommessa simile a quella messa in ridicolo da quel burlone di Achille Campanile. Provate a leggere “La lettera di Ramesse” da In campagna è un’altra cosa (1931), dove gli ideogrammi e i pittogrammi di una lettera d’amore dell’antico Egitto vengono fraintesi e finiscono col significare qualcosa di totalmente diverso dall’intenzione di chi li ha tracciati. Anch’io mi cimenterò nell’interpretazione. Anzi, interpretando l’interprete, dirò ciò che ho avuto il piacere di ascoltare lunedì 12 gennaio al Caffè filosofico di Crema. Relatore, il professor Vittorio Dornetti. Argomento, Dante e la filosofia. Riflessioni vaganti di un letterato. 

L’infelice incontro

L’esordio fa pensare a un destino infelice dell’incontro di Dante con la filosofia. Si tratta però di un’infelicità ascrivibile alla critica di Benedetto Croce, che nel 1921, con il suo La poesia di Dante, diede inizio a una serie di equivoci e fraintendimenti, se non addirittura a conseguenze aberranti, quasi peggiori di quelle subite per motivi analoghi da Leopardi. 

La Divina Commedia, definita da Croce “romanzo teologico”, viene da lui apprezzata soprattutto per l’Inferno, mentre il Paradiso gli suscita antipatia. Il professor Dornetti, senza nascondere un inevitabile fastidio per tale definizione, nota che già “romanzo” suona male, e “teologico” ancora peggio. Ma che significa? Croce ritiene che un autore possa essere o poeta, o teologo/filosofo. La struttura dell’opera mortificherebbe la poesia. Gli epigoni appesantiscono il giudizio critico. Applicando al neoidealista il suo stesso metodo storicistico, si deve dire che Croce si rifà a Francesco de Sanctis, che ha in mente un Dante pugnace, primo italiano senza saperlo, grazie soprattutto all’uso del volgare, e così lo “arruola” fra i grandi del Risorgimento che hanno edificato lo spirito nazionale. Ne esce una valorizzazione della componente lirica che approderà poco più tardi alla creazione di un Dante romantico, ricco di sentimento.

Tornando a Croce, egli detesta i “maestri della scuola storica” positivista, che non nascondono il proprio disgusto nei confronti delle tendenze patriottiche di chi li ha preceduti, ai quali rimproverano di tradire il testo per non averne svolto una lettura con adeguati riferimenti a fonti filologicamente accreditate. Quegli stessi positivisti, per intenderci, che arricciano il naso davanti al “mazzolin di rose e di vïole” della donzelletta leopardiana, dal momento che le rose e le viole non fioriscono nella stessa stagione. Dunque la conseguenza, nell’un caso come nell’altro, è di collocare la poesia in secondo piano. 

Il tradimento di Croce

Ma neppure la critica di Croce è soddisfacente, per almeno un paio di motivi. Per il primo, si può citare un intellettuale colto che abbina la passione per Dante con una notevole conoscenza filosofica: Bruno Nardi, che con spirito beffardo afferma: “mi diverto a vedere questi nuovi critici che continuano a compulsare manuali di filosofia per poter capire Dante”, perché senza filosofia Dante non si capisce. Il secondo motivo è una sorta di tradimento di Croce: il fatto è che, dopo la Vita Nuova e a seguito di un periodo di crisi, Dante è il primo a confessare di essersi applicato a studiare testi di filosofia. Studio di cui vi è traccia nel Convivio. E rimane conquistato da questa “donna gentile”, per l’appunto la filosofia stessa. Un altro critico, Rocco Montano, sostiene invece che “Donna Pietra” delle Rime petrose è forse la filosofia. Croce tradisce Dante quando afferma che la Commedia è inconciliabile con la filosofia. Piuttosto si dovrebbe dire che Dante fa poesia con la filosofia, quando nasconde contenuti filosofici in versi apparentemente semplici. Alcuni esempi: Canto II del Paradiso, vv. 1-6:

“O voi che siete in piccioletta barca,/desiderosi d’ascoltar, seguiti/dietro al mio legno che cantando varca,/tornate a riveder li vostri liti:/non vi mettete in pelago, ché, forse,/perdendo me, rimarreste smarriti”.

Che è come dire: se non siete dotati del corredo di una profonda preparazione filosofica e teologica, tornate a casa, perché la materia del Canto (e della Cantica) è ardua e sublime. E lo dice senza supponenza, perché anche lui rimane smarrito quando crede d’essere stato abbandonato dalla sua guida Virgilio. Nel Purgatorio, Canto XXIV, alla domanda (retorica) di Bonagiunta Orbicciani “di’ s’i’ veggio qui colui che fore/trasse le nove rime”, Dante si presenta con i famosi versi: “io mi son un, che quando/Amor mi spira, noto, e a quel modo/ch’e’ ditta dentro vo significando”. Bonagiunta allora confessa a Dante che in vita non aveva capito, e aveva sbagliato nell’accusare Guinizelli di comporre una poesia troppo dotta e filosofica. Qualche critico sminuisce la novità dello stile di cui si parla, facendo notare che già Ovidio si era detto poeta ispirato dall’amore. Ma Dante scrive Amore con la maiuscola, intendendo Dio, e aggiunge “noto” in maniera scrupolosa come gli scrittori delle Sacre Scritture, che poi equivalgono a filosofia. Si osservi anche quel “ditta dentro”, riferimento all’agostiniano “non uscire fuori di te, rientra in te stesso, la Verità abita nell’interiorità dell’uomo. E se troverai la tua natura mutevole, trascendi te stesso e volgi colà dove s’accende il Lume stesso della ragione”. Dornetti spiega che Dante, conoscendo molto bene la Scuola di Chartres, sa pure che Ivo di Chartres aveva utilizzato un’immagine che oggi diremmo espressionistica, intrisa di misticismo: “Intingo la mia penna nel sangue del mio cuore”. Dante è appassionato di misticismo. Tutto ciò sfugge a Benedetto Croce.

La lezione degli antichi

Se quanto detto non basta a comprendere l’importanza della filosofia per Dante, ricordiamo che nel Convivio, con una citazione dall’Etica Nicomachea di Aristotele, si afferma che tutti gli uomini desiderano naturalmente sapere. Il Sommo bene è la conoscenza, e questa è naturalità dell’uomo mediata dalla ragione. Si deve però aggiungere che l’intelligenza può arrivare solo fino a un certo punto, dopodiché deve intervenire la grazia, la carità di Dio. Ma l’approdo alla felicità avviene comunque attraverso la ragione. Il nostro libero arbitrio fa sì che a volte ne facciamo un cattivo uso. Ciò accade quando l’uomo rifiuta di ammettere i propri limiti. È il caso di Ulisse, che senza l’aiuto della grazia divina non può salvarsi.

Le fonti

Il professore analizza poi le fonti di Dante: fra le Sacre Scritture prevalgono i libri della Sapienza, con la loro filosofia etica. Fra i pagani, Aristotele, Averroè, il “commentatore” per antonomasia, le opere filosofiche di Cicerone, Ovidio. Per tessere le lodi dei filosofi pagani, Dante fa ricorso all’espediente del Limbo, dove colloca gli “spiriti grandi”, ma fra loro non c’è Stazio. Stazio è in Purgatorio, quindi andrà in Paradiso, perché Dante presta fede a una leggenda secondo cui la lettura di Virgilio l’avesse indotto a convertirsi. Fra i filosofi cristiani, Dante conosce Agostino di Tagaste, attraverso la Scuola di Chartres, Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino e forse di Sigieri di Brabante. Nel libro La felicità mentale Maria Corti spiega che fra la fine del XII e i primi del XIII secolo si assiste a una rivoluzione: vengono tradotti in latino il testo di Aristotele sull’anima e i commenti di Averroè. La precedente filosofia, basata su Platone e Cicerone, viene messa in crisi. Maria Corti, per capire ciò che quella rivoluzione comportò per Dante e Cavalcanti, prova a “socchiudere la porta del loro privato studio”, descrivendo il loro modo di accostarsi ai filosofi antichi. Nemmeno Barbero ha osato farlo nel libro su Dante. Dotato di una memoria eccezionale, Dante leggeva quei testi con straordinaria capacità di comprensione. Maria Corti approfondisce il discorso aggiungendo che con l’irrompere di quegli auctores, i filosofi si divaricano: da un lato coloro che, come Alberto Magno, tentano di mettere d’accordo pagani e cristiani. Da lì prenderà le mosse l’operazione concordista più audace: quella di Tommaso, che prova a mettere d’accordo fede e ragione. Dall’altro lato, coloro che, come Averroè, rimangono fedeli alla ragione, e traggono logiche conseguenze dalla filosofia aristotelica. Argomento cruciale: l’anima è immortale? Se Aristotele dice che l’essere umano è un sinolo (unione inseparabile) di materia, ossia corpo, e forma, ossia anima, se ne deduce che alla morte del corpo anche l’anima cessa di vivere. Sigieri di Brabante, averroista, aristotelico radicale, per sottrarsi a quella conseguenza, adotta la teoria della doppia verità. Dovendo scegliere tra verità di fede e verità di ragione, sceglie la fede. Per questo lo troviamo in Paradiso, presentato da Tommaso d’Aquino che in vita l’aveva combattuto. Etienne Gilson, studioso di filosofia medievale e del rapporto di Dante con la filosofia, sostiene che Sigieri viene salvato dalla ragione, a cui resta fedele pur senza cadere nel peccato. Non così Guido Cavalcanti, che invece cade nel peccato. La sua amicizia con Dante non è esente da conflitti. Dante rimane amico di Guido, pur denunciandone l’errore sul tema dell’amore, attorno a cui si era sviluppata fra i due una diatriba. Un altro esperto dantista, Enrico Malato, ritiene che la canzone Donna me prega di Cavalcanti, dove l’amore è passione distruttiva e tormentosa, sarebbe una risposta alla visione di Dante nella Vita nuova, dove invece l’amore della donna angelo ha funzione salvifica. E l’amore salvifico è un dono di Dio. Ricordiamo che Dante si è formato in una scuola dominata dalla tradizione francescana di Bonaventura di Bagnoregio, e il suo riconoscimento del valore della ragione non rappresenta una smentita del misticismo consono all’insegnamento francescano. Cavalcanti, la cui visione dell’anima è quella averroista, ritiene che l’amore sia una forza malefica, capace di oscurare l’intelletto, privando l’uomo della facoltà di ragionare e sprofondandolo nel buio. Dante riconosce la mente eccezionale di Guido, ma denuncia il suo errore, e crede che nel creato siano stati seminati segni grazie a cui l’uomo può giungere a Dio. 

Ho visto cose che voi umani non potete immaginare

Le prime terzine del Paradiso sono illuminanti al fine di ben intendere il nesso poesia-filosofia.

“La gloria di colui che tutto move/per l’universo penetra e risplende/in una parte più e meno altrove./Nel ciel che più della sua luce prende/fu’io, e vidi cose che ridire/né sa né può chi di lassù discende;/perché appressando sé al suo disire,/nostro intelletto si profonda tanto,/che dietro la memoria non può ire.”

Sono le “lacrime nella pioggia” di chi ha vissuto un’esperienza trascendente, quasi estatica. In quelle terzine, l’universo risulta essere un’unità calibrata, dove ogni creatura occupa il posto voluto da Dio. La “gloria” è, secondo le Scritture, l’essenza stessa di Dio, che a sua volta è l’analogo cristiano del Motore immobile aristotelico. La gloria piove con maggior copia su creature dotate di intelletto, meno sugli altri animali. Affermazioni platoniche e neoplatoniche conosciute tramite Cicerone, Somnium Scipionis. Ma Dante non si ammanta di un’aura di superiorità che pure non sarebbe fuori luogo da parte di chi sta completando un capolavoro. Piuttosto, quando pone domande a Beatrice, aderisce alla prassi della lezione scolastica di tipo universitario: si rivolge a lei come lo studente al docente, e Beatrice risponde che le nature spirituali sono più vicine a Dio, ma esiste il libero arbitrio, grazie a cui l’uomo è responsabile delle proprie scelte. Sembra di avvertire una consonanza con la rinascimentale Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola, che peraltro ripropone il mito del Protagora platonico, dove all’uomo vengono destinate la sapienza tecnica necessaria alla vita (dono del fuoco di Prometeo) e la sapienza politica, accompagnata da rispetto e giustizia (dono di Zeus). L’uomo possiede una natura libera, può scegliere se abbassarsi al livello dei bruti, o innalzarsi al livello degli angeli. Lo schema della lectio prevedeva che venisse posta una quaestio, l’argomento in discussione, che generalmente richiedeva l’esegesi di qualche passo delle Scritture. La questione era fissata in anticipo dal maestro. Veniva presentata e dimostrata una tesi, a cui faceva seguito l’esposizione delle tesi avversarie con relative motivazioni. A guidare il dibattito – una sorta di debate medievale – non era però il maestro, a cui spettava la determinatio magistralis, fissazione della questione disputata, bensì il baccelliere, un tirocinante che ne garantiva la correttezza. Nelle Quodlibeta, che si celebravano in particolari occasioni, in cui qualunque argomento poteva essere posto dal pubblico, i maestri si impegnavano a rispondere senza conoscere in anticipo l’argomento. I domenicani erano estremamente preparati per quelle attività, visto il compito di predicazione che spettava loro. La Summa di Tommaso d’Aquino era un riferimento importante. Ed è nella filosofia tomista che viene fissato un ordine delle creature, dalle più elevate, gli angeli, attraverso gli uomini, gli animali, i vegetali, fino ai minerali. 

Dante oggi

Nella conclusione della sua lectio magistralis, il professor Dornetti scandisce alcuni aspetti che ritiene non attuali, ma universalmente validi nell’opera del divino poeta: 

la grandezza della poesia, innanzitutto. E qui cita una scena del film di Nanni Moretti “La messa è finita”, fra il tragico e il comico, dove “la gloria di colui che tutto move” viene recitata dal protagonista come ultimo desiderio in una circostanza in cui rischia di subire un’ingiusta “esecuzione”. 

Dante, che non è un oscurantista, insegna che l’uomo deve agire secondo ragione.

La filosofia, che si trova “dentro” l’uomo stesso, deve affermarsi nella sua vita, nella storia, nella politica. Dante disprezza gli ignavi.

L’ordine delle cose, l’equilibrio, l’armonia, sono concetti oggi poco diffusi in ogni ambito, scientifico, filosofico, culturale in senso lato. Eppure la capacità di essere in equilibrio con noi stessi e gli altri, all’interno di una scelta esistenziale, è un valore. Non per nulla Ungaretti si riconosce una “docile fibra dell’universo” e lamenta “il mio supplizio/è quando non mi credo/in armonia”.

È proprio vero che Dornetti è un ottimo insegnante, perché non cerca di renderlo attuale, ma piuttosto riconosce in Dante un uomo del suo tempo, e ne svela la capacità di toccare temi, pensieri, speranze, dolori e passioni che appartengono ad ogni tempo, in quanto parti della perenne condizione umana.

Chissà se l’interpretazione che ho proposto assomiglierà a ciò che, nel racconto di Achille Campanile, quattromila anni dopo le incomprensioni dei due corrispondenti, viene restituito come “autentico significato” da un esimio egittologo. Speriamo di no.

Patrizia de Capua


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commenti


Vittorio

20 gennaio 2026 19:02

Ringrazio l'autrice che ha centrato in pieno l'argomento