23 ottobre 2026

La nobile Cecilia Araldi Cavalli e l'Oratorio di Valle. Donne che diedero lustro a Casalmaggiore (1)

Gli storici locali hanno dedicato pagine su pagine a figure illustri nate a Casalmaggiore e che guarda caso sono tutti uomini, vorrei dedicare,  più modestamente, alcune pagine a tre donne che seppur non nate a Casalmaggiore, hanno comunque dato lustro alla nostra piccola realtà e cioè Cecilia Cavalli Araldi, Lavinia Feltria della Rovere e Isabella Gonzaga figlia del Duca di Mantova.

Il 27 Aprile 1714, più di trecento anni or sono, in quel di Valle1, la più piccola e distante frazione di Casalmaggiore e punta estrema ad est della Provincia di Cremona, venne posta la prima pietra dell’Oratorio dedicato alla Beata Vergine Addolorata. 

Tale oratorio lo volle la Nobile Cecilia Cavalli in Araldi, conosciuta per la sua generosità in particolare a Casalmaggiore ove lasciò alla Chiesa di San Francesco perenne memoria della sua carità2.

Il Barili nelle sue Notizie Storico Patrie a pag. 218 riporta una lapide posta nella Cappella di S. Antonio in S. Francesco, sempre a Casalmaggiore, lapide sormontata da uno stemma con un destriero diritto con una stella grande e tre piccole su cui poggia una corona, una falena ed una spada congiunti da un nastro con scritto “UTRUM PLACET SUMITE”3. Il testo della lapide è il seguente:

 

D.O.M.

MARCHION.

CECILIA.ARALDI

NOBILUM.DE.CAVALLIS.ULTIMUM DECUS

RELIGIONE.VITAE.RIGORE

IN PAUPERES LIBERALITATE

LONGE.NOBILIOR

SERAPHICO.PECTORE

HANC.AD.ARAM.DIURNAS.IN.PRECES

EFFUSA

INTER.EXIMIAE.PIETATIS.ARGUMENTA

VIVENS.QUALIBET.FERIA.TERTIA.EXPEDITA

VENERABILE

EXPONI.CURAVERAT

MORIENS.VOLVIT.PERPETUO.ADORANDUM

TAMEN.CAPITALI.AD.ID.DONATO.DURANTE

VV.PATRES.HUIUS.CONVENTUS

SUSCEPTI.ONERIS.AC.GRATI.ANIMI.ERGO

HOC.PERENNE.TESTIMONIUM

P.P.

ANNO M.DCC.XVIII4

 

Della nobile Cecilia Cavalli in Araldi abbiamo altre notizie grazie all’Abate Romani che nella sua ponderosa e preziosa opera sulla Storia di Casamaggiore, nel Vol. II° a pag. 255 cita la nobildonna come fondatrice dell’oratorio di Valle e cita il primo sacerdote di tale oratorio, un tale don Andrea Poli. Il Romani riporta anche la lapide che si trova all’interno dell’Oratorio e che qui riproduciamo:

 

ORATORIUM.HOC.SEPTEM.DOLORUM

DEIPARE.DICATUM.QUOD.UNO

PIETATIS.MOTU.ET.INCOLARUM.BONE

CECILIA.CAVALLI.ARALDI.NOBILIS

MATRONA.FUNDAVIT.CONSTRUXIT

ORNAVIT.ANNO.MDCCXIV.MARCHIO

ANTONIUS.MARIA.ARALDUS.HAERES

PARENTIS.OPTIMAE.LARGITATEM

EMULATUS.NE.QUID.AD.REM

USQUE.SACRAM.DEESSET.MOX

DOTAVIT. AMBOBUS.SUISQUE.IN

AEVUM.PLENO.IURE.PATRONIS6

Ma chi era veramente Cecilia Cavalli? Le notizie raccolte su questa nobile donna ci dicono che con lei si estinse uno dei due rami numerosissimi della famiglia di Matteo I° Cavalli, nelle cui discendenze si annoverano due dei più noti personaggi nativi di Quattrocase: Antonio Maria Cavalli (1534 – 1591) chiamato anche “senior” e Antonio Maria Cavalli (1582 – 1639) appellato “junior” entrambi sacerdoti, il primo figlio di Jorio Cavalli (definito dal Romani “ricco ed onorato proprietario della villa di Quattrocase”)7 e Antonia Poli, il secondo, nipote del primo e figlio di Matteo II°Cavalli. 

Cecilia nacque il 21 gennaio 1653 a Casalmaggiore da Matteo III Cavalli (undicesimo dei figli di Nicolò e Cecilia Ferrari) e da Margherita (non ci è dato di conoscere il casato materno). 

Cecilia nasce circa 7 mesi dopo la morte del padre (3 luglio 1652, o 8 Agosto 1652)), morto molto giovane all’età di 38 anni e le viene dato il nome della nonna paterna.

Per Cecilia, viene nominato tutore un certo Giuseppe Ferrari che dovette intervenire per tutelare gli interessi della giovane sui quali aveva messo gli occhi lo zio paterno Gianbattista. Vi fu una causa legale che finì positivamente per Cecilia per cui, essendo l’ultima discendente del suo ramo, su di lei confluirono direttamente e indirettamente i beni dei fratelli, del padre, oltre a quelli degli Avigni, ricca famiglia legata con i Cavalli stessi (una prozia, Clara Susanna andò in sposa ad un discendente della ricca famiglia Avigni di Viadana). 

Le proprietà di Cecilia erano presenti in Casalmaggiore, nei territori di Viadana, Sabbioneta, Quattrocase, Casalbellotto, Vicobellignano, Rivarolo del Re, San Giovanni in Croce e San Martino dell’Argine avendo assommato in se i già cospicui patrimoni del padre e del nonno. Della sua famiglia era la casa posta a quei tempi in Via S. Francesco (oggi Via Cavour), così descritta nel Romani: “Nella stessa contrada di S. Francesco evvi la casa de’ Cavalli, la più grande che sia, con una scala di marmo,, con diversi appartamenti, con un poggio o ringhiera in un cantone, ed è fornita onorevolmente. Questa è la casa in oggi posseduta dalla famiglia Araldi, ora abitante in Cremona, pervenutale dall’eredità di Cecilia Cavalli al principio del preceduto secolo. Toltane la vastità null’ha di pregevole questa casa, nella quale rilevansi molti notabili difetti.” 

Tale descrizione il Romani l’ha tratta da un manoscritto di anonimo del 1623 intitolato “Cose più notabili di Casalmaggiore”. Dallo stesso manoscritto impariamo altresì che Via San Francesco (Via Cavour) “E’ questa strada di maggiore comparsa per abitarvi in essa la maggior parte della nobiltà, come sono due della famiglia Araldi, due della Molossi, quelle dei Cavalli,…”8. In detta casa sostò Garibaldi nella visita a Casalmaggiore nel 1862. 

Ancora sotto tutela avendo solo quattordici anni, Cecilia andò sposa il 28 maggio 1667 a Gianfrancesco Araldi9uno dei sette figli di Gian Sigismondo e Onesta Avigni (originaria di Viadana ed i cui figli eressero una lapide in sua memoria posta in S. Chiara e riportata dal Barili10), e gli portò in dote le proprietà dei fondi Colomba de’ Fusari, la Fontana di Cazumenta, le Quattrocase, e la Valle di Casalbellotto.

Di Gianfrancesco Araldi le principali notizie le abbiamo da Ferdinando Araldi11. Non si conosce la data di nascita e nemmeno ove è nato. L’Araldi sopracitato sostiene che potrebbe essere nato a Modena o nel Ducato di Modena ove la famiglia si sarebbe trasferita per ragioni politiche(?)12.

E’ grazie a tutta questa fortuna che Gianfrancesco Araldi poté acquistare per se, per il fratello e per i figli dalla Reale Camera Ducale in data 15 settembre 169113 i feudi di Piadena, Drizzona, Voltido e Castelfranco (notaio Giuseppe Benalio). A tal fine il Lancetti, nell’ampia biografia degli Araldi, precisa che non conosce con precisione la ragione per cui Gianfrancesco ottiene dalla Real Camera di Milano e quindi dal Re Carlo II di Spagna tali feudi. Certo è che i suoi discendenti ottengono anche il titolo di marchesi dal duca Francesco Farnese di Parma il 13 gennaio 1716. 

Gli sposi si trasferiscono poi a Cremona nel 1690 ove Gianfrancesco Araldi morì il 22 Aprile 1693 e fu sepolto nella Chiesa di S. Agostino. Nel suo testamento prescrisse che oltre alla moglie, fossero eredi i soli figli maschi mentre per le femmine prescrisse che non fosse riconosciuta un’eredità superiore ai 2000 Filippi. (Un Filippo aveva in origine un valore di 5 lire e fu la moneta principale della Lombardia sino alla riforma del 1778).

I figli (nel complesso ben 11) diedero procura alla madre di amministrare tutti i beni ereditati.

Cecilia sopravvisse al marito per 25 anni e morì a Cremona il 25 marzo 1718 dopo aver donato tutti i suoi beni al primogenito Gian Sigismondo ed in caso di suo decesso, all’altro figlio Antonio Maria.

Tutte le fonti a cui si è ricorsi per cercare di delineare meglio la figura della nobildonna, sono estremamente scarne di informazioni.

Dal che se ne trae che probabilmente siamo di fronte ad una donna schiva da presenzialismi tipici del tempo, considerando che stiamo parlando di una figura particolarmente ricca per la nostra realtà e che quindi poteva o doveva essere al centro delle attenzioni della società. 

Don Pietro Maria Cavalli Biaforti, parroco di Quattrocase, nel descrivere gli avvenimenti del tempo in cui ha esercitato tale funzione (1699-1741), nello Stato delle Anime (originale conservato nella Sagrestia della Chiesa di San Giovanni Evangelista di Quattrocase), nell’anno 1714 al 27 di aprile, dichiara che è stata data la benedizione della posa della prima pietra dell’Oratorio di Valle.

Quindi abbiamo una data certa per quanto riguarda la realizzazione di tale opera.

Notizie interessanti sull’Oratorio di Valle le possiamo ricavare poi dalla visita pastorale di Mons. Carlo Ottaviano Guaschi, Vescovo di Cremona visita fatta il 9 maggio 1810. Gli originali di tale visita si trovano presso l’Archivio Diocesano di Cremona. Nella relazione alla visita si impara che la Marchesa Araldi fondò nel 1714 un “Oratorio pubblico” dedicato alla Beata Maria Vergine Addolorata con il consenso del fu Antonio Mandrini, Parroco in quel tempo della parrocchiale di Casalbellotto (Casal Bellotto), e nell’atto di fondazione era prevista la presenza e custodia di un sacerdote con la “partecipazione sempre del Parroco pro-tempore” di Casalbellotto, come dire con una supervisione da parte della parrocchia di Casalbellotto stessa.

Si evince poi che il Marchese Antonio Maria Araldi lasciò 100 filippi e che come esecutore testamentario del fu Antonio Storti, che pure lasciò 200 filippi, ha eretto una cappellania vitalizia con l’obbligo di far celebrare in perpetuo in tutti i giorni festivi una Messa “a cui il giorno d’oggi ne è investito il Sacerdote Giuseppe Mellini Capellano in detto Oratorio”. In più, in detto oratorio viene istituito anche un legato da parte del nobile Sig. Flaminio Busi di Casalmaggiore per far celebrare una messa tutti i giorni festivi.

Il documento prosegue poi con una minuziosa descrizione dell’oratorio: “L’Oratorio è posto con la facciata a levante, con porta grande di piopa (?) in due partite, assicurata da buoni catenaci e serrature. Sopra alla medesima finestra con feriata ramata, e vetri e nella sommità della medesima croce di ferro”. Segue la descrizione dell’interno dell’oratorio con la precisazione che vi sono 16 banchi e che questi “sono di vari padroni”. La lapide riportata dal Romani e più sopra trascritta, si trova sulla facciata del muro a settentrione. L’altare è di pietra ricoperto di gesso, con due gradini

“In facciata del coro vi è il quadro della Titolare dipinto in tella con S. Antonio e Diego, alla destra e alla sinistra vi sono due nicchie, chiuse da due serrature di legno dipinte di verde al di fori, e al di dentro dipinto un vaso di fiori, dentro le quali vi sono due cassette indorrate d’oro fino con entro alcune reliquie ma senza autentiche, ma però sigilate.”.

Attorno distribuiti vi è la “Via Crucis” dipinta di tanti colori.

Segue poi la descrizione della sagrestia, posta dietro al coro. Dalla sagrestia tramite scala si sale al piano superiore ove vi è la residenza del Cappellano.

Una minuziosa descrizione della mobilia esistente e donata dal marchese Araldi con l’obbligo al Cappellano di custodirli come padrone degli stessi, segue alla descrizione della sagrestia: armadio con fornitura di ciò che serve all’Altare, cassapanca con tre cassetti in cui sono posti gli arredi sacri, due cadreghe, un tavolino, un genuflessorio, un Crocefisso sopra la cassapanca.

Seguono: 22 candelieri di cui 4 piccoli tutti a “velatura d’argento”, n. 6 uguali di color turchino, 4 vasi con palme, vasi a velatura d’argento, n. 6 più piccoli, n. 16 vasi da fiori. “Tronini”(?) n. 2 a servizio dell’esposizione del “Venerabile”. “Brazzali” n. 2 con velatura angeli n. 2 uno a destra e uno a sinistra del Tabernacolo.

Un ostensorio d’ottone dorato, fatto alla Romana

Un Calice d’ottone e una patena dorata

Una pisside d’argento, grande la capienza di particole 100 circa

Missali da vivo n. 2 n. 1 da morti

Pianete n. 2 di setta fatte a figura di vasi colorati guernite di oro falso con suoi manipoli stole cotte e veli simili -

Altra di calamandra(?) di fondo bianco fiorata di vari colori guernita d’oro falso –

Altra di pella d’oro – con suo manipolo stola borsa e velo

Altra pella guernita d’argento ordinario con stola manipolo

Un toribolo con navicella d’ottone

Una lampada d’ottone

n. 11 amiti 14 Fazzoletti bianchi n. 8

Purificatori n. 50

Corporali n. 5

Anime pel Calice n. 5

Un campanello di bronzo pel serviggio delle messe”

Per citare la parte più significativa dell’elencazione degli oggetti sacri presenti in sagrestia.

Veramente un inventario di quanto era presente in occasione della visita pastorale ed un esempio, non l’unico, per la verità, di precisione si potrebbe dire quasi maniacale, nell’elencazione di quanto si trova in detto Oratorio e, se può essere utile, la presenza di paramenti sacri, oggetti ecc. che probabilmente oggi non esistono più.

Ma non basta.

Interessante è la descrizione, sempre estremamente minuziosa, dell’interno dell’Oratorio, la sua lunghezza , larghezza e altezza (misurata sotto il volto della facciata del meriggio) ovviamente espresso in “braccia”, le tende “gialde” alle finestre, la posizione della cassetta dove sono raccolte le offerte da parte della popolazione, offerte che vengono “contrattate” fra il parroco di Casalbellotto e il Vescovo di Cremona, come vedremo più avanti.

Infatti alla fine della relazione Il Parroco Don Lorenzo Federici annota:

“In detto Oratorio e introdotto anzi per suplica fatta a Monsignor Ottaviano Guaschi potersi fare dal Paroco pro tempore ogni anno la fonzione e festività, con cantar Messa, e Vesperi nel giorno della terza domenica di Settembre per la B.V. Addolorata, e per elimosina al …. Paroco….dell’elemosine, o offerte della cassetta, pubblicamente esposta con licenza già di detto Monsignore, ed il residuo delle dette elemosine è inspetione(?) del Paroco a disporle, ed impiegarle ogni anno come a lui parerà meglio nei bisogni di detto Oratorio - La manutenzione dei paramenti sacri per le Sante Messe l’aspetta al Sig. Marchese Araldi quale ha sempre mantenuto e di continuo provede (dalla Casa Par.le il di 9 Maggio 1810 Lorenzo Federici Paroco)”

Come dire che le elemosine, probabilmente a quel tempo copiose, venivano ad essere distribuite fra l’Oratorio di Valle e la Chiesa Parrocchiale di Casalbellotto sulla base di una precisa volontà del Parroco di Casalbellotto.

Da ultimo viene presa in considerazione la torre campanaria, annessa esternamente al coro e che è dotata di tre campane una di pezzi(?) 8, un’altra di libre 26 e una terza di libre 15.

La struttura ha retto contro le avversità più dure: non dimentichiamo che siamo nel cuore della Grande Valle di Rascarolo, valle anticamente contraddistinta da continue inondazioni da parte del Po . da una parte, o dell’Oglio dall’altra. Ne è testimonianza la lapide posta dietro l’altare con la scritta:

LINEA DELL ACQ.A/DEL OLIO VENV/20 OTTPBRE 1823/D.G.IVIUIVIE che indica appunto il livello delle acque dell’Oglio giunte sino a quel punto in un’alluvione recente.

A tal proposito, in un diario scritto dall’allora parroco di Quattrocase, don Carlo Carnevali (siamo nella seconda metà del ‘700), in occasione di piogge copiose o a seguito di alluvioni dei fiumi o anche dei canali, con conseguente presenza di acqua ovunque, ci si muoveva usando le “navazze”, ossia quelle vasche rettangolari con le pareti oblique, che solitamente venivano usate per trasportare l’uva vendemmiata (ovviamente don Carlo le cita per l’uso che ne veniva fatto per andare a messa nei giorni festivi).

Mi preme ora citare un episodio riportato dal Romani ed occorso ad uno zio di Cecilia Cavalli, un tale Giovanni Battista. Ci preme citarlo per la singolarità di quanto avvenuto, ma anche perché illustra in modo molto esauriente i rapporti sociali esistenti all’epoca fra conoscenti di una stessa comunità e del come fosse costume comune risolvere le diatribe, a volte, con atti di violenza anche inaudita. L’episodio narra di un cero Carlo Chiozzi, abitante in Cremona ma originario di Casalmaggiore che lamentava il furto di due vacche (proprio due!!) che teneva in un fondo nei pressi di Casalmaggiore (il Romani dice “nel casalasco” e a noi piace immaginare che sia successo proprio nella zona di Valle poiché abbiamo evidenza del possesso di terreni da parte dei Chiozzzi proprio in tale zona). I sospetti del Chiozzi in merito ai possibili ladri, caddero sui massari del Giovan Battista Araldi che abitava a Casalmaggiore vicino alla Chiesa di San Francesco, ma che aveva terreni in proprietà un po’ da tutte le parti, soprattutto fra Quattrocase e Valle. Ovviamente il “signorotto” non poteva accettare che si sospettasse del suo personale dipendente, essendo lui ricco e potente e quindi ritenne che tale sospetto dovesse essere duramente punito. Detto fatto. Inviò i suoi massari a prelevare il Sig. Chiozzi per dargli una bella man di botte. Al Chiozzi questo scherzo costò ben due mesi di impossibilità a muoversi, ma ciò gli fu, se non altro, utile per meditare la vendetta. Infatti se ne stette nell’ombra per oltre un anno poi decise che era giunto il momento di agire e (udite udite!) presa una forma di formaggio lodigiano (probabilmente una forma di “granone”), la divise a metà, in una delle due metà scavò e tolse la parte molle del formaggio lasciando la crosta, riempì la mezza forma di polvere da sparo (da archibugio dice il Romani), con la polvere mise quattro (!) grosse biglie (dette granate) di bronzo e infine inserì un acciarino che scattava nel momento in cui veniva tolta la carta che copriva il lato scavato della forma ben legata con della corda e mise il tutto in una scatola di legno appositamente costruita e, da persona non sospettabile, mandò il pacco al Signor Giovanni Battista come dono.

Giovanni Battista Cavalli lo aprì, preso ovviamente dalla curiosità e non sospettando alcunché, provocando lo scoppio della bomba. Successe, come è immaginabile, il finimondo. Il povero Giovan Battista ferito e con gli abiti che avevano preso fuoco tentò inutilmente di raggiungere la Chiesa di San Francesco per pregare all’altare di Sant’Antonio di cui era fedele, trattenuto dai suoi servi che a malapena riuscirono a metterlo poi a letto per curare le ferite. Purtroppo dopo tre giorni di agonia il Giovan Battista morì tra atroci dolori. Ovviamente il Romani stigmatizzò l’episodio come esempio di pena sproporzionata rispetto all’offesa subita. 

1 L. Cavatorta, Tre secoli della chiesa di Valle e la sua gente 1714 – 2014, Viadana 2014.

2 Lancetti Vincenzo – Biografia Cremonese ossia dizionario storico delle famiglie e persone – Vol I° - Milano 1819 – Pag. 288

3 PIGLIATE QUAL PIU’ VI AGGRADA (da T. Livio: Ab urbe condita – 18)

4 A DIO OTTIMO MASSIMO. LA MARCHESA CECILIA ARALDI, ULTIMA GLORIA DEI NOBILI CAVALLI, ANCORA PIU’ NOBILE PER DEVOZIONE RELIGIOSA, PER AUSTERITA’ DELLA VITA, PER GENEROSITA’ VERSO I POVERI, PROFONDENDOSI OGNI GIORNO IN PREGHIERE CON ANIMO SERAFICO DAVANTI A QUESTO ALTARE, VIVENDO TRA MEDITAZIONI DI PROFONDA RELIGIOSITA’, AVEVA PROCURATO CHE FOSSE ESPOSTO IL VENERABILE OGNI TERZO GIORNO FERIALE LIBERO E MORENDO AVEVA STABILITO CHE QUESTA PRATICA DI ADORAZIONE SI REALIZZASSE CON BENEFICIO DI PERPETUA DURATA, I VENERABILI PADRI DI QUESTO CONVENTO ASSUNSERO L’ONERE CON ANIMO RICONOSCENTE E PER QUESTO POSERO QUESTA PERENNE TESTIMONIANZA. ANNO 1718

5 Romani – Memorie storico-ecclesiastiche di Casalmaggiore – Flli Bizzarri – Casalmaggiore 1829

6 (QUESTO ORATORIO DEDICATO ALLA MADONNA DEI SETTE DOLORI CHE SOLAMENTE MOSSA DA DEVOZIONE E PER IL BENE DEGLI ABITANTI LA NOBILE MATRONA CECILIA CAVALLI ARALDI FONDO’, COSTRUI’ E ORNO’ NELL’ANNO 1714. IL MARCHESE ANTONIO MARIA ARALDI, PER CONTINUARE LO SPIRITO DI GENEROSITA’ DELL’OTTIMA MADRE ONDE NON FAR MANCARE NULLA A QUESTO LUOGO SACRO LASCIO’ POCO DOPO UN BENEFICIO A PIENO DIRITTO PER SEMPRE A NOME SUO E DI ENTRAMBI I DONATORI

7 Pag. 178

8 G. Romani, Topografia statistica e letteratura di Casalmaggiore, Casalmaggiore, F:lli Bizzarri 1828, pagg. 51 e seg.

9 Il Romani gli attribuisce il nome di Antonio, pag. 306

10 A. Barili, Notizie storico-patrie di Casalmaggiore, Parma stamperia Imperiale, 1812. Pag. 233

11 F. Araldi, Gli Araldi di Casalmaggiore, notizie sulle origini e le genealogie degli Araldi, Edistudio, Milano

12 F. Araldi, op. cit. pag. 72

13 Il Lancetti sostiene il 12 settembre dello stesso anno. V. Lancetti, Biografia cremonese ossia dizionario storico delle famiglie e persone per qualsivoglia titolo memorabili e chiare spettanti alla città di Cremona, Vol. I, Milano 1819, pag. 288.

14 Amito: tela che copre la schiena del Sacerdote sotto l’Alba.

Costantino Rosa


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