9 aprile 2026

110 anni fa la medaglia d'oro al valore militare ad Annibale Carletti

Tra i numerosi anniversari che si celebrano in questo 2026 spicca il cento decimo del conferimento della medaglia d’oro al valor militare a Demetrio Annibale Carletti, un valoroso cremonese nato in terra di Po, a Motta Baluffi, che meriterebbe di essere maggiormente valorizzato e fatto conoscere. Un eroe la cui immagine, per altro, campeggia giustamente nella sala consiliare del municipio di Motta Baluffi.   Demetrio Annibale Carletti nacque a Solarolo Monasterolo, frazione di Motta Baluffi, il 23 luglio 1888 da Eugenio Carletti, muratore di Cingia dè Botti e da Maria Margherita Grazioli, contadina della stessa Solarolo. Fu sacerdote e militare italiano, decorato appunto di medaglia d’oro al valor militare durante il primo conflitto bellico e divenuto un vero e proprio simbolo dei cosiddetti preti-soldato, i sacerdoti in grigio verde. Attraversò, in prima linea, tanto il primo quanto il secondo conflitto bellico, soffrì e amò prodigandosi sempre per il prossimo. Amico di Don Primo Mazzolari, fu al centro di  opere e di esempi umani di notevole valore. Fin da giovane seminarista dovette sostenere le lotte dell’anima, combattuta tra l’ipocrisia dei superiori e il suo ideale di sacerdozio improntato ad un apostolato fatto di carità, bontà e giustizia. Fu proprio la sofferenza spirituale e psicologica di quegli anni ad unirlo in una profonda amicizia con Primo Mazzolari, che all’epoca, a sua volta, era un seminarista. La loro amicizia durò tutta la vita. Annibale Carletti fu ordinato sacerdote nel 1911, destinato alla parrocchia cittadina di Sant’Ambrogio. Durante la prima guerra mondiale fu un eroico cappellano militare. Il 15 maggio 1916, durante la durissima battaglia di Quota 418 a Castel Dante, diede prova concreta di coraggio, dinamismo e serenità. Fu leggermente ferito dallo scoppio di una granata ma proseguì comunque l’attività radunando circa 300 soldati che si ritiravano dalla trincee distrutte a causa del bombardamento. Grazie al suo grado prese il comando del reparto in sostituzione agli ufficiali caduti, rifiutando la resa intimatagli da un graduato austriaco e incitando i soldati alla rioccupazione delle trincee sconvolte. Al suo ordine fu riaperto il fuoco verso i nemici ai quali furono inflitte gravi perdite. Giunta la notte e disposto il ripiegamento dei superstiti, rimase sul campo per raccogliere le ultime volontà dei morenti; avvistato dagli austriaci in perlustrazione si sottrasse alla morte fuggendo per i dirupi. Il giorno seguente si ricongiunse al 207° nel frattempo concentratosi a Costa Violina e numericamente rinforzato dall’arrivo di altri reparti. Durante l’organizzazione della nuova resistenza il reggimento fu colto di sorpresa dall’artiglieria austro-ungarica. Mentre i soldati sgomenti si apprestavano a difesa guidati dai nuovi ufficiali intervenuti, don Carletti mise in salvo numerosi feriti trasportandoli a spalla in luoghi meno esposti ed incoraggiandoli a resistere. Incurante della vita deterse le loro ferite recandosi più volte ad attingere l’acqua di una sorgente battuta dalle mitragliatrici nemiche. Il 17 maggio i fanti del 207°, nonostante fossero stati decimati, attaccarono ripetutamente il fronte austro-ungarico che pur riuscendo a prevalere pagò la vittoria con gravissimo sacrificio. Soltanto pochi giorni dopo, il 30 maggio 1916 (quindi 110 anni fa), don Annibale confermò la sua fama di soldato coraggioso e tenace ma anche di sacerdote zelante. A Passo Buole, dove gli austriaci penetrarono alcuni elementi delle trincee italiane e si fece più imperioso il bisogno di rinforzi, raccolse numerosi soldati sbandati che vinti dallo sgomento fuggivano verso le retrovie allontanandosi dal pericolo. Al giustificato timore di costoro contrappose la calma e serena parola di fede, convincendoli a compiere il proprio dovere. Gli stessi soldati lo riconobbero quale comandante e li condusse al posto d’onore combattendo insieme a loro nel punto più ferocemente conteso. I soldati, animati dal suo esempio di coraggio e dedizione, recuperarono le posizioni perdute difendendosi addirittura a sassate. Quando il cappellano comandò il fulmineo contrattacco alla baionetta, il reggimento guadagnò terreno e mantenne il possesso di Passo Buole, in seguito battezzato “la Termopili d’Italia” per l’eroica resistenza sostenuta sull’importante posizione tra la Vallarsa e la val Lagarina. Fu proprio in quella circostanza che don Annibale Carletti si guadagnò sul campo la medaglia d’oro al valor militare e finì sulla copertina della celebre Domenica del Corriere, disegnata da Achille Beltrame. La decorazione gli fu conferita il 26 ottobre 1916 (quindi, si ribadisce, 110 anni fa) dal Generale Armando Ricci Armani. Dopo la valorosa impresa di Passo Buole, il sacerdote fu protagonista di un avvenimento che fece aumentare in tutti i soldati un sentimento ammirazione e devozione. Nel giugno del 1916 i Reali Carabinieri della stazione di Ala intercettarono quattro soldati che si erano allontanati dalle trincee dello Zugna senza licenza. I giovani militari, trasferiti a Marani per essere processati, intesero che la loro condanna era già stata scritta alla vista di alcune fosse appositamente disposte dai genieri. Erano i giorni terribili dei processi sommari e delle decimazioni, veri e propri omicidi di massa voluti dagli alti Comandi per tenere in riga i soldati sbandati e disertori. Don Annibale, venuto a conoscenza dell’episodio, scese dallo Zugna e andò a difenderli, riuscendo a far commutare la condanna a morte in carcerazione per alcuni anni. Addolorato da questa situazione, che confliggeva gravemente con i propri ideali, chiese e ottenne il trasferimento ai Reparti d’Assalto, quasi a voler riaffermare la propria fedeltà alla patria vittoriosa. Indossata la divisa degli Arditi prese quindi parte a vari episodi cruenti verificatisi durante la ritirata del Piave, dapprima a Pieve Soligo, poi a Monfenera e sul Monte Tomba. Nel frattempo a Cremona la sua persona e le sue imprese venivano da tempo strumentalizzate sia dagli interventisti che dal clero, per la maggior parte neutralista e ostile. I primi, di stampo liberal-massonico, lo esaltavano contrapponendolo al Vescovo e alla gerarchia ecclesiastica; i secondi, fautori del migliolismo, lo screditavano come sacerdote Alla fine del 1918 fu quindi comandato Ufficiale Propagandista presso il Comando della V Armata al fine di controbattere il diffondersi del disfattismo tra i soldati. Anche in questo ruolo si dimostrò tenace, adoperandosi per sostenere e fortificare il sentimento patriottico della truppa e della popolazione civile di Parma, Piacenza e Cremona, territori dove maggiormente avevano fatto presa le idee sovversive della sinistra rivoluzionaria. Nel 1919 scrisse articoli e tenne conferenze di natura interventista ed il vescovo di Cremona monsignor Giovanni Cazzani, esponente cattolico del pacifismo assoluto, lo richiamò al rispetto della disciplina ecclesiastica. Tra i due si manifestò una chiara e mai nascosta ostilità; la stessa che don Carletti espresse anche verso l’allora Partito Popolare dell’onorevole Guido Miglioli. ritenuto un disfattista e agitatore di masse. Don Carletti continuò ad essere un propagandista con costanza e persuasione sino al definitivo collocamento in congedo dal Regio Esercito, ottenuto nel mese di agosto del 1919. Riprese quindi la vita sacerdotale con il fervore e la passione di chi aveva da proporre un progetto nuovo e innovativo, uno stile pastorale sganciato da tante norme formali e validamente sperimentato tra i soldati. Fin da subito dovette misurarsi con il neo-costituito decreto Redeuntibus, attraverso cui la Chiesa istituzionale si preoccupava di rimodellare il prete-soldato reduce dalla guerra secondo schemi tradizionali che egli riteneva inadeguati alla nuova realtà sociale ed ecclesiale. Il suo concetto di cristianesimo, di fatto, volgeva a una solida sintonia con la vita reale; vivendo a pieno le sofferenze di una umanità squarciata dalla guerra riteneva che la Chiesa, attraverso salutari modifiche di struttura, potesse rivelare meglio il proprio volto consolatore. Fu chiaramente allineato al riformismo religioso promosso dalla Lega Democratica Nazionale di Eligio Cacciaguerra, esprimendo obiezione rispetto all’esercizio dell’infallibilità pontificia e tratteggiò come prima necessità la concezione di un modello innovativo di sacerdote, oppositore dell’istituzionalismo giuridico che tanto premeva sulla Chiesa al punto da farla apparire una vasta organizzazione politica. Questi ideali erano simili a quelli tratteggiati dall’amico don Primo Mazzolari, ma evidentemente più netti e radicali. Nell’ottobre 1919, per promuovere la sua idea di riformismo pastorale mando una lunga lettera-confessione al Vescovo Cazzani attraverso la quale, in modo tumultuoso e in termini schietti, espresse le idee e i sentimenti con i quali era tornato dalla guerra. Sperava, don Carletti, di fare breccia nel vescovo e invece lo scontro fu nettissimo. Erano due mentalità e due stili pastorali completamente opposti e al punto che monsignor Cazzani interpretò le parole di don Carletti come l’annuncio della defezione dal clero cattolico. Ci furono poi ulteriori missive, repliche e controrepliche che non fecero altro che rimarcare due punti di vista totalmente diversi. Don Carletti divenne così sgradito al clero cremonese e venne addirittura sospettato di apostasia ed errori modernistici sull’infallibilità della Chiesa (chi è, in terra, che è infallibile? Ma la Chiesa non predica l’umiltà?). Il Vescovo Cazzani, compilando una relazione ufficiale relativa ai cappellani militari, lo indicò incensurato quanto a condotta morale, ma corrotto nella mente e quando la relazione giunse a Roma il sacerdote fu colpito da scomunica latae sententiae e risolutivamente espulso dalla Chiesa istituzionale (infallibile?? Misericordiosa? Comprensiva?) vedendosi costretto ad accettare, con grandi sofferenze, la riduzione allo stato laicale,. Da laico si misurò con le vicende politiche del primo dopoguerra, confuso e ribollente, caratterizzato dalla violenza della fazione montante, quella di Mussolini. Nonostante il legame nazionalista, la medaglia d’oro e il reducismo, Carletti avversò il fascismo in nome degli ideali democratici. Durante il 1920 fu comiziante di piazza e scrisse articoli di natura antifascista. Questa palese condotta suscitò la collera di Roberto Farinacci che cominciò a perseguitarlo e ordinò una regolare sorveglianza da parte della polizia. Del resto, ancora oggi, chi prova ad andare contro qualche “pensiero dominante” ne paga di persona le conseguenze alla faccia della presunta e mai dimostrata democrazia.  Bandito da Cremona raggiunse clandestinamente Firenze dove si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. A Firenze, nel 1921, fu promotore e organizzatore della Federazione Provinciale degli ex Combattenti, di cui fu il primo presidente e con la quale difese l’autonomia politica di fronte all’assorbimento che ne tentava il fascismo. Fu, quella, una vera e propria forza antifascista. Tra il 1922 ed il 1923 fu lusingato da cariche onorifiche e ricevette anche offerte di impieghi remunerativi al fine di cessare l’attività di propaganda. Ma lui, fedele ai suoi ideali e soprattutto ai suoi valori, non scese mai a compromessi proseguendo la sua battaglia ideologica, aderendo a Italia Libertà e continuando a lottare sempre per gli ideali di libertà che lo animavano nel profondo. Nel 1924 si laureò e iniziò la professione di avvocato fossando la sua residenza a Firenze dove, nello stesso anno, sposò Maria Iolanda Bosio con il rito della Chiesa Anglicana. Mantenne sempre uno speciale legame con la sua terra d’origine ed eresse una villa a Cingia de’ Botti, dove aveva amici e parenti, e dove trascorreva con la famiglia i mesi estivi. Don Primo Mazzolari, parroco a Bozzolo, lo raggiungeva proprio nella villa di Cingia dè Botti e la loro intensa amicizia proseguì inalterata anche dopo l’abbandono del sacerdozio. Ebbe due figli, Giannicolò e Caterina (quest’ultima nata a Cingia dè Botti nel 1941 e battezzata proprio da Don Primo Mazzolari). Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale la famiglia Carletti si trasferì stabilmente a Cingia dè Botti dove, di nuovo, Annibale Carletti si distinse per la straordinaria generosità e la sensibilità d’animo. Quelle doti che proprio la Chiesa spesso predica dal pulpito, ma i fatti hanno dimostrato, almeno all’epoca, il contrario e spesso lo dimostrano ancora oggi (sempre a proposito di infallibilità). Con buona pace della misericordia e di quegli stessi valori predicati dal pulpito, un uomo e un eroe, è stato escluso solo per aver avuto il coraggio di manifestare ideali sui quali ci sarebbe stato da costruire, forse, nuove e solide basi. In ogni caso, come già accennato , per lui hanno di nuovo parlato i fatti, che hanno reso onore al suo cuore grande. Durante gli anni del secondo conflitto bellico, infatti, fu accanto ai compaesani più bisognosi procurando, per loro, cibo e medicinali e rifornì con quintali di farina e di frutta l’ospedale Germani quando la struttura fu destinata ad accogliere gli sfollati. Per aver nascosto nella sua villa alcuni ebrei e alcuni ufficiali inglesi fuggiti dai campi di prigionia,fu pure condannato a morte dai fascisti, ma riuscì miracolosamente a sfuggire alle ricerche continuando sempre la sua battaglia in nome degli ideali più veri della libertà. A guerra conclusa si oppose sempre a qualsiasi sorta di violenza, disonestà e vendetta, mettendo sempre l’amore per il prossimo davanti a tutti, senza distinzione di idee, ideologie e azioni, salvando anche la vita a quattro fascisti che, in precedenza, lo avevano invece condannato a morte. Condanna per la quale, le quattro “camice nere” erano stati poi a loro volta condannati a morte dai partigiani. Ma lui, Carletti, li salvò, sempre in nome di quell’amore che ha costantemente profuso verso il prossimo. Un uomo della carità e dell’amore, di grande spiritualità e profonda moralità cristiana, che ha saputo mantenere, nonostante le traversie, il Vangelo al centro della sua azione. Memorabili le parole che pronunciò alla fine del suo cammino terreno: “Nessuno ha mai cercato di leggere in questo libro chiuso la mia avventura di guerra e dopoguerra, tutto il bene e tutto il male che posso aver fatto, ma con l’innocenza dello spirito. Ho avuto il bando da Cremona regnante Farinacci e il bando dalla Chiesa regnante Monsignor Cazzani” Una vita eroica la sua; un fulgido esempio di bontà, verità e generosità, che a poco più di cinquant’anni dalla morte, almeno per rendergli in qualche modo giustizia, dovrebbero fargli meritare almeno le scuse pubbliche da parte di chi lo ha oltraggiato se non addirittura  l’apertura del processo di canonizzazione. Puntuali, in questo senso, dovrebbero tornare le parole pronunciate da Papa Francesco in occasione dell’Angelus in piazza San Pietro per la solennità di Tutti i Santi del 2015. Parlando proprio dei santi il pontefice disse ” Facciamo attenzione: non soltanto quelli canonizzati, ma i santi, per così dire, “della porta accanto”, che, con la grazia di Dio, si sono sforzati di praticare il Vangelo nell’ordinarietà della loro vita. Di questi santi ne abbiamo incontrati anche noi; forse ne abbiamo avuto qualcuno in famiglia, oppure tra gli amici e i conoscenti. Dobbiamo essere loro grati, e soprattutto dobbiamo essere grati a Dio che ce li ha donati, che ce li ha messi vicino, come esempi vivi e contagiosi del modo di vivere e di morire nella fedeltà al Signore Gesù e al suo Vangelo. Quanta gente buona abbiamo conosciuto e conosciamo, e noi diciamo: “Ma questa persona è un santo!”, lo diciamo, ci viene spontaneo. Questi sono i santi della porta accanto, quelli non canonizzati ma che vivono con noi”. Annibale Carletti ha vissuto così, da eroe al fronte, da santo nelle comunità in cui ha vissuto e tra la gente con cui ha condiviso percorsi di vita, senza mai fare distinzioni per nessuno. Forse, in occasione del prossimo a non lontano appuntamento con il 25 Aprile, tra le tante “memorie”, sarebbe giusto ricordare anche quella di quest’uomo nato nella campagna di Motta Baluffi.

Eremita del Po

Paolo Panni


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